“Un sogno non è mai solo un sogno” di Vittorio Livi

I&f Arte Cultura Attualità

Villa Miralfiore
Il desiderio stimola la curiosità, è l’affermazione convinta di Vittorio Livi e c’è da crederci senza perplessità, visto che il suo desiderio, nato andando a bottega dal vetraio sotto casa, era quello di lavorare il vetro in modo diverso e anticonvenzionale. Nel tempo Vittorio Livi è riuscito a ribaltare il luogo comune che voleva il vetro, in quanto delicato e fragile, utilizzato solo per determinati usi, trasformandolo in qualcosa di completamente diverso, ma che paradossalmente avrebbe conservato intatte tutte quelle prerogative che lo rendono affascinante.
C’è da crederci senza ombra di dubbio, visto che oggi l’azienda di Vittorio, Daniele e Francesco Livi, è una grande realtà a livello internazionale, all’avanguardia, che ha reso il vetro qualcosa di straordinariamente, versatile, utile, funzionale, bello, artistico.
Mercoledì 21 aprile di questo 2021, che continua a limitarci nella possibilità di incontri fisici, abbiamo ricevuto Vittorio Livi, ARTOUR-O d’Argento e Daniele, il maggiore dei suoi due figli, nel Web Living di ARTOUR-O con Tiziana Leopizzi, sempre magnifica ospite di personalità di grande valenza e carisma.
Indubbiamente non si può che rimanere affascinati dai racconti di vita dei nostri ospiti che, nelle loro rispettive diversità, hanno tutti in comune il desiderio di scoprire, la curiosità di cercare, la voglia di fare.
Vittorio Livi ci racconta in modo semplice, vero, ma estremamente accattivante e coinvolgente, come il caso abbia voluto che dopo aver fatto bottega da vari artigiani, lui avesse scoperto proprio sotto casa il suo grande amore per il vetro.
Un incontro che ha stimolato e liberato quella sua irrefrenabile creatività, tutt’ora rimasta inalterata, che ha reso lui e la sua Azienda una delle più famose e prestigiose nel campo della lavorazione artistica del vetro, non solo nei complementi di arredo, ma sopratutto nella realizzazione di componenti di arredo in vetro. La prima ditta creata da Vittorio Livi è stata la Fullet, che produceva vetri colorati per l’industria del mobile, a questa sono seguite Artiglass, Curvovetro, Cromoglass e Vellutart.
Nel 1973 dalla fusione di alcune di queste imprese, è nata FIAM, la prima Azienda che realizza elementi d’arredo in vetro curvato. Grazie alla propria tecnologia e alle collaborazioni con i più noti designers internazionali, FIAM diventa leader nel proprio settore, tanto che alcuni dei suoi prodotti sono esposti in 25 musei internazionali.
Dopo essersi occupato della ristrutturazione di Montegridolfo, Borgo murato risalente al VII secolo a.C., nel 1992 Vittorio Livi acquisisce e recupera Villa Miralfiore, un edificio storico di Pesaro del 1260.
Attualmente una parte di questa bellissima villa immersa nel verde viene dedicata a Spazio Miralfiore, un Museo dove sono presenti anche le opere in vetro di numerosi Artisti nazionali ed internazionali, che hanno collaborato con Livi e prodotte da FIAM.
La determinazione, il desiderio, la voglia di fare che si evince dalle altrettanto belle e sincere parole di Daniele, che da buon osservatore prima, da operatore in tutte le fasi produttive dopo e da attuale Ceo di FIAM, ha avuto la capacità di affermare la propria personalità creandosi spazio, con idee, suggerimenti, soluzioni, che gli derivano, certamente dall’eredita genetica paterna, ma anche da quella esperienza maturata nel tempo, acquisita nello studio, osservata nei viaggi e verificata nella gavetta aziendale.
Oggi l’ingegnere Daniele Livi ha conquistato, nella Azienda di famiglia, quello spazio che il suo papà Vittorio si era potuto conquistare lasciando il suo lavoro di capo operaio, non ancora maggiorenne, dal suo primo maestro vetraio, per mettersi in proprio.
Ebbene si ci sono effettivamente tanti esempi da seguire, come molti miti da ammirare, ci sono affascinanti storie da amare e apprezzare, da tempo immemore l’esperienza altrui affascina chi ha un po’ di sensibilità e tanta voglia di sognare, perché da sempre il vissuto degli altri contribuisce a rendere possibile ciò che solo apparentemente crediamo per noi irrealizzabile, ma è sempre e solo la determinazione che abbiamo dentro il propellente che muove tutto e l’amore per quello che si fa ciò che sostiene comunque quel tutto.
Come dice Vittorio “Un sogno non è mai solo un sogno” e “Il desiderio, l’amore e l’esempio sono le condizioni inalienabili nella realizzazione del proprio io” è ciò che ribadisce Daniele, per entrambi sogno, desiderio e amore, sono gli ingredienti necessari per raggiungere il successo personale e sociale, a prescindere da quale possa essere l’attività svolta.
Un sentito grazie a Vittorio e Daniele Livi, per disponibilità, la sincerità e la piacevolezza con cui ci hanno partecipato il loro modo di essere.

Riccardo Rescio
Firenze 23 aprile 2021

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza

Video completo dell’incontro https://youtu.be/kM_agksYJgU

FIAM https://www.fiamitalia.it/it

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“Il Giardino degli affetti” di Alan Oisrak

I&f Arte Cultura Attualità
Rifletto spesso sul tempo che non c’è più, ma non è certamente il suo definitivo passare a rattristarmi, piuttosto provo molto rammarico per il rarefarsi di quelle emozioni che tanto percepivo intorno a me, quelle grandi tensioni emotive sempre tangibili, pronte a confermare continuamente che tutto ciò che provavo e sentivo per i miei affetti più cari erano da loro fortemente ricambiate.

Sono amareggiato perché sono da sempre convinto che il tempo non può che rafforzare, fortificare, consolidare l’amore vero, come può far altrettanto far diluire, rarefare, annullare quello fasullo, quello di circostanza, quello di interesse.

Allora mi domando che razza di amore è mai quello di chi non senti più emotivamente accanto a te, quello di chi non soffre più dei tuoi dolori e non gioisce più delle tue gioie.

Che razza di amore e un amore non partecipato, un amore che manca al quotidiano appello dei sentimenti, un amore che non ti dà ansia, pathos per una mancata notizia.

Che razza di amore è quello che non stimola più il desiderio di un contatto fisico, di abbraccio, di una stretta di mano o di una occhiata di intesa.

Che razza di amore è mai quell’amore che trova pretesto e giustificazione al mancato pensare, soffrire, gioire per quello stesso amore.

Che razza di amore è l’amore che permette all’indifferenza di crescere come erba malefica nel giardino degli affetti che solo tu sei tenuto a curare.

Non ci sono cause, non ci sono scuse che permettano o addirittura giustifichino il lento finire di un amore vero.

L’amore vero, come è quello di una mamma per il proprio figlio, l’amore dei figli per i propri genitori, non si potrà mai esaurire con il tempo, come non si dovrebbe esaurire l’amore per i fratelli con cui si è condiviso parte di quel tempo che non c’è più e con quel tempo tutte le meravigliose sensazioni che ti facevano sentire amato e ricambiato di quell’amore vero, concreto, tangibile che tu stesso provavi e che in cuor tuo tanto speravi non dovesse finire mai.

Quello stesso, ma incrementato, amore che prepotentemente continuo a provare, quello stesso amore che mi fa star male o che mi fa gioire, quell’amore senza il quale la mia stessa vita non avrebbe motivo di continuare.

Olomouc Repubblica Ceca
15 dicembre 2010

#tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza

Credito immagine : https://www.google.com/amp/s/www.giardinaggio.it/amp/giardino/crea-giardino/giardini-fioriti.asp

“Immaginario collettivo” di Riccardo Rescio

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Credito immagine : https://it.m.wikipedia.org/wiki/Immaginario_collettivo

L’immaginario collettivo è l’insieme di detti, simboli, figure, concetti, presenti nel pensiero, nel ricordo e nell’immaginazione di un certo numero di persone appartenenti a una determinata comunità.
Un insieme eterogeneo che dà una forma fluttuante alla memoria collettiva.
L’uso strumentale della memoria, di un piccolo gruppo, di una comunità, come quella di un popolo, per creare immagini funzionali a perseguire determinati obiettivi, attraverso ardite associazioni di fatti e situazioni che nulla o veramente poco hanno in comune sia nelle cause scatenanti che negli effetti derivanti, non può e non deve essere in alcun modo tollerato, tanto meno accettato e giustificato.
Un terremoto non è una guerra, come non è guerra uno zunami, una alluvione, una siccità, tanto meno non è una guerra la pandemia che coinvolge una o più comunità.
Molto probabilmente le regole della peggiore comunicazione, funzionale a perseguire interessi di parte, trovano purtroppo terreno più fertile, non per svolgere l’importante, inalienabile, missione di informare con chiarezza e oggettività lo stato dei fatti, ma per essere utilizzata per creare suggestioni, evocare scenari che nulla hanno a che fare con la realtà, invece di suggerire in modo chiaro, appropriato e adeguato le possibili soluzioni per affrontare le contingenze.
Ebbene, in questo momento, con le conoscenze acquisite, con l’esperienza vissuta, con quella raccontata, uno degli errori più grandi che potremmo fare è quello di lasciarci suggestionare, fuorviare, condizionare, da immagini che nulla hanno a che fare con il momento che stiamo purtroppo vivendo.
Il Pensiero, il comportamento, l’azione e il tempo deformato da quella ineluttabile condizione che si verifica durante le guerre, quando ogni attimo, ogni frazione di secondo delle persone coinvolte, è dedicato alla ricerca della difficile, precaria, improbabile sopravvivenza, resta una condizione tremendamente drammatica, che non può e non deve essere utilizzata per definire situazioni che nulla hanno a che fare con la guerra, che resta l’assurda situazione che l’ottusità dell’essere umano continua a perpetrare.
No, non siamo in guerra, quella convenzionale guerra che conosciamo, che siamo abituati a vedere o solo ad immaginare, noi non siamo in guerra, non si sentono sirene che preannunciano incursioni aeree, non ci sono bombardamenti, non ci sono angusti e precari rifugi in cui ripararsi, non ci sono generi di prima necessità contingentati, non ci sono macerie da scavalcare, non ci sono truppe nemiche occupanti da fronteggiare, non ci sono rastrellamenti a cui sfuggire, non c’è assolutamente niente che possa paragonarsi ai quei momenti che, le cronache giornalistiche, i libri di storia, o gli stessi raccontati di chi quei drammi li ha personalmente vissuti, potranno mai dare la vera misura delle sofferenze personali e collettive al momento subite.
No, non siamo in guerra, anche se abbiamo purtroppo tanti, troppi caduti, colpiti a tradimento da questa tremenda pandemia, anche se i nostri ospedali sono sovraffollati, anche se molti operatori della sanità stanno pagando un tributo altissimo, questa maledetta pandemia non la possiamo e non la dobbiamo considerare una guerra.
Questa è, e resta una stramaledetta pandemia, uno dei tanti eventi che sciaguratamente si ripetono in modo ciclico, come i terremoti, le eruzioni, le alluvioni, i maremoti, tutte manifestazioni naturali che l’uomo avrebbe dovuto studiare con la massima attenzione sin dalla notte dei tempi, dedicandoli tutte le possibili risorse, che una atavica, distorta, concezione della vita, ha voluto fossero destinate alla sistematica e sempre più sofisticata distruzione di altri uomini.
Questa pandemia è un tragico evento, che dobbiamo affrontare, con la scienza, la conoscenza e l’intelligenza, senza armi di distruzione, senza aggiungere morte alla morte, utilizzando si la forza, ma unicamente quella della ragione.

Firenze 12 aprile 2021

Blocchi di partenza : https://italiaefriends.wordpress.com/2020/03/20/blocchi-di-partenza-di-riccardo-rescio/?preview=true

“La comunicazione” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità

Toto’ nel Film “Gli Onorevoli” di Sergio Corbucci del 1963
Se come esseri umani, per poterci confrontare e rapportare tra noi, non avessimo avuto la necessità di farlo attraverso la parola, questa non l’avremmo certamente annoverata tra le nostre dotazioni genetiche, la stessa logica anche per le varie specie animali, i cani per esempio non avrebbero avuto la possibilità di abbaiare, gli uccelli di cinguettare e i gatti di miagolare.
La comunicazione fra esseri umani è fatta di parole, ma affinché questa possa raggiungere la sua massima efficacia, deve essere espressa in modo semplice e facilmente comprensibile, al fine di non provocare conflittualità o di poter derimere quelle che eventualmente si potrebbero venire a creare.
È quindi necessario conoscere bene il significato delle parole, utile avere la capacità di assemblarle con un senso logico e al contempo essere sempre in grado di possedere la massima competenza per capire il significato delle parole e il concetto, palese o nascosto che esprimono.
Le parole sono importanti, perché è a loro che abbiamo affidato il difficile compito di esplicitate il nostro pensiero.
Parole, parole, parole, miliardi di parole che a volte sono solo suoni che sentiamo, senza ascoltare, senza capirne il significato.
Parole come dolci piaceli suoni che lusingano, a volte parole pesanti come macigni che appesantiscono tanto da non permettere più di restare a galla, spingendo giù negli abissi più profondi l’io pensante, quello dei mille perché, a cui molto spesso non si è in grado di trovare risposte.
Altre volte invece le parole possono essere più leggere dell’aria che si respira permettendoci di volare, spingendoci sempre più alto, la dove tutto è diverso e più chiaro.
Ma al di là della gradevolezza o dal dispiacere che le parole possono dare ciò che è importante è capirne il significato più profondo, contestualizzandolo e circoscrivendolo sempre nell’ambito della questione oggetto della comunicazione.
Quello che bisognerebbe ribadire sempre più e meglio, è che chi non comunica, ai propri simili le proprie sensazioni, emozioni, esigenze e paure, non è una persona saggia, è solamente una persona con qualche problema in più o con precisi scopi personali a scapito degli interlocutori.
La comunicazione, qualsiasi essa sia, costituisce il presupposto di ogni forma associativa, fra due persone che stanno insieme o in realtà sempre più complesse, come famiglia, gruppo, associazione, organizzazione, istituzione, governo, nazione.
Tutte le forme e le manifestazioni comunicative si raggruppano in due tipologie.
La comunicazione interna che costituisce la struttura portante, lo scheletro di qualunque forma di sodalizio, pertanto quanto maggiore sarà la possibilità di conoscere in tempo reale il come, il cosa e il perché del fare quotidiano all’interno del rapporto, tanto maggiore sarà la possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati con la tranquillità di chi sa di aver fatto nel modo giusto e nei tempi giusti il proprio fare.
La comunicazione esterna è invece il rivestimento della struttura portante, dello scheletro del sodalizio, è il corpo vero e proprio, è ciò che mostriamo e vediamo e che ci porta a fare le nostre valutazioni, le nostre scelte.
La comunicazione in generale è in sintesi il bene primario che una qualsiasi forma associativa, dalle due persone che amandosi decidono di stare insieme, alla grande azienda privata o pubblica istituzione, deve essere il grado di produrre comunicazione nel miglior modo possibile e deve continuare a farlo proporzionalmente alla propria crescita, adeguandola costantemente.
La comunicazione deve essere il primo bene prodotto da una qualsivoglia impresa familiare o lavorativa che possa essere e come tale deve, continuamente e sistematicamente, essere sottoposta a verifiche e controlli di qualità.
La comunicazione è l’asse portante di un rapporto d’amore come in quello di una organizzazione lavorativa, sociale, politica o sportiva.
La comunicazione costituisce il presupposto indispensabile per il raggiungimento ed il mantenimento del successo di qualsiasi attività.
Solo con una corretta comunicazione potrà garantire, longevità solidale e tranquillità produttività e conseguente benessere.
Non è rilevante se si tratti di una famiglia, una microscopica attività in proprio, o un grande gruppo industriale, commerciale o di servizi, la comunicazione rappresenta per ogni mansione o attività espletata il presupposto fondamentale.
La comunicazione è una scienza e come tale si basa su regole certe. Come tutte le scienze anche quella della comunicazione si acquisisce con la conoscenza delle sue regole fondamentali.
Un aspetto importantissimo è costituito dalla costante osservazione, studio e successiva analisi del continuo mutare dei comportamenti umani.
Un altro aspetto rilevante è la reciproca e sistematica trasmissione di tutte le conoscenze e le informazioni in possesso delle persone che costituiscono le risorse umane del sodalizio, che una volta elaborate dovranno essere necessariamente utilizzate alla ottimizzazione organizzativa interna e nel caso di produzione di prodotti o servizi, con il conseguente miglioramento dei servizi offerti all’esterno.
La comunicazione è la prima e più importante regola, con la comunicazione la gestione di ogni singola operazione, organizzativa, formativa, interna al rapporto affettivivo o alla attività privata, oppure istituzionale, promozionale, pubblicitaria rivolta all’esterno, diventerà più facile da ideare e successivamente realizzare . Ma la comunicazione non è solo verbale, sono infatti molteplici le forme di comunicazione, il format, la grafica le immagini, i colori, gli elementi decorativi, la musica, le luci, tutto concorre a comunicare quello che vogliamo trasmettere.
Se la pubblicità nelle attività imprenditoriali è l’anima del commercio, la comunicazione ne è certamente il corpo.
Firenze 29 marzo 2021

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“C’est la vie” di Riccardo Rescio

Pensierinonda
C’est la vie Indipendentemente da quello che facciamo, da come ci muoviamo, da ciò che sentiamo, restiamo comunque in attesa di poter o dover divenire protagonisti di quel grande reportage di cui noi stessi siamo gli editori, direttori, capo redattori, inviati speciali e infine spettatori.
Per semplice caso, per improbabile coincidenza, per volontà premeditata, per incapacità o grande intuizione, per grande bontà o altrettanto grande malvagità, veniamo inevitabilmente coinvolti nella rappresentazione delle nostre stesse esistenze.
Popolarità e successo, quando per volontà, ferma determinazione, impegno costante nel voler essere, o grande capacità del nostro creare, emergiamo fino a far parlare di noi in toni sicuramente lusinghieri, infamia e ignominia invece per tutto quello che di negativo avremo compiuto in azioni, atti, comportamenti, che giustamente resi pubblici ci esporranno al pubblico ludibrio.
Stupore, sconcerto, disperazione, tutto molto difficile da sostenere quando è unicamente il caso, la fatalità a renderci, nostro malgrado, protagonisti di avvenimenti che avremmo voluto certamente non vivere mai.
Nonostante si contribuisca, giorno dopo giorno con il nostro poco o tanto fare, alla realizzazione dello spettacolo più grande e più bello del mondo, restiamo comunque meri
spettatori, più o meno disincantati, di quel telegiornale in presa diretta che è la vita.
Quel quotidiano notiziario che a volte ascoltiamo distrattamente, altre volte invece seguiamo morbosamente per fatti, eventi, avvenimenti verificatisi in posti lontanissimi e sconosciuti oppure abituali e vicinissimi a noi.
Così facendo ci emozioniamo, ci immedesimiamo a quei fatti, sino ad avvertire grandi gioie o profondi malesseri e qualche volta, purtroppo, rimanendo anche completamente
indifferenti a quel che accade.
Restiamo li come se quella realtà virtuale che vediamo e sentiamo fosse una realtà che non ci appartiene anche se ineluttabilmente è la nostra stessa realtà, quella realtà, che solo per un fortuito caso stiamo vivendo da spettatori e tali restando fino a quando la concomitanza degli eventi, il concatenarsi dei fatti, l’evolversi delle situazioni, non designerà noi stessi come attori di quegli eventi, che saranno una delle tante notizie di quel telegiornale che tutti, tranne noi, seguiranno da spettatori, ancora da spettatori per un tempo indefinito che
a nessuno di noi è dato di quantificare.
C’est la vie, è la vita, il telegiornale in presa diretta, lo spettacolo per eccellenza, il reportage più vero.
E’ la vita, questa meravigliosa, incomprensibile, ineluttabile, affascinante avventura, che ci è stato concesso di vivere, ma di non conoscerne assolutamente l’epilogo.

Olomouc Repubblica Ceca 13 luglio 2010
#pensierinonda
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“La soglia di attenzione” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità

Gli esperti di comunicazione sanno benissimo che superare la soglia di attenzione non è cosa da poco. Catalizzare l’interesse di un singolo o di una moltitudine di persone dipende da un giusto, equilibrato e adeguato, insieme di elementi.
Sono necessari messaggi esplicativi, immagini accattivanti, musiche coinvolgenti, che sappiano colpire e suscitare attenzione, come altrettanto indispensabile e imprescindibile è la loro continua reiterazione attraverso potenti e diversificati ripetitori mediatici, che permettano il superamento della stessa soglia di attenzione. Ebbene, quasi tutti noi siamo portati a pensare che solo chi dispone delle condizioni precedentemente elencate, possa essere in grado di realizzare campagne informative, pubblicitarie o di utilità sociale di grande effetto, ma la realtà dei social smentisce questo assunto. Molto probabilmente non ci rendiamo conto fino in fondo della enorme potenzialità dei moderni sistemi di interconnessione che abbiamo a disposizione, ma che purtroppo non utilizziamo nel miglior modo possibile.
I nostri computer e ancor più gli smartphone, potrebbero realmente essere quel potente, individuale, mezzo mediatico, per conoscere, scoprire, partecipare, condividere, informazioni utili a rendere migliore la nostra e l’altrui vita.
La sintesi di questo fare è applicare nella quotidianità quella meravigliosa frase del Mahatma Gandi che recita, “Si tu il cambiamento che desideri vedere intorno a te”, divenendo attori e non spettatori, propositori e non passivi ricettori.
Lo possiamo fare, lo dobbiamo fare, cambiando finalmente prospettiva, ribaltando quel modo di pensare e di essere che ci ha visto e ancora ci vede comunque perdenti. I grandi eventi, naturali o quelli provocati dalla follia di pochi, che coinvolgono milioni di persone, possono essere in qualche modo circoscritti, contenuti, se non addirittura preventivamente eliminati. Il progresso tecnologico, se adeguatamente utilizzato, non contro qualcuno, ma a favole dei singoli e delle collettività, può realmente e fortemente limitare, attraverso la prevenzione, i danni che la natura provoca ciclicamente, con terremoti, maremoti, inondazioni, zunami e al contempo contenere sin da subito le assurde, inconcepibili, mire di prevaricazione, di egemonia, che novelli condottieri tentano di far passare in nome di una fede, religiosa o laica che possa essere, ma sempre e comunque asservita ad una volontà egemonia di qualcuno. La comunicazione, per poter essere informazione, conoscenza, cultura, deve essere ampia, variegata e soprattutto partecipativa. Sta a tutti noi comunicare, continuamente comunicare, fortissimamente comunicare, tutto il bello e il buono che conosciamo e che abbiamo intorno.
Riccardo Rescio (Italiaefriends) Firenze 10 febbraio 2021

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“Consenso” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità

Credito immagine : https://www.utopiathesoftware.com/blog-post/consenso-quando-chiederlo
Il consenso non può e non deve essere quel qualcosa che spesso si concede con facilità, senza alcun tipo di preventiva valutazione, ma un importante atto con cui si sottoscrive, in modo verbale o scritto, l’accettazione di qualcosa o in cui si concede la propria fiducia a qualcun altro.
Il consenso, è un impegno che prevede il rispetto dell’oggetto che è motivo del consenso stesso da parte di chi lo concede. Per questi motivi è molto importante capire, prima di accettare vincoli o accordare deleghe.
La concessione di qualsiasi forma o manifestazione di consenso, deve essere di conseguenza subordinata ad un processo di ascolto, di comprensione e di metabolizzazione, delle questioni che vengono proposte. Se in politica può capitare di dare il proprio assenso, perché abbindolati da grossolane e improbabili promesse, nei rapporti interpersonali il consenso non lo si può concedere basandosi solo su sensazioni, suggestioni o mere illusioni, come solitamente succede in politica.
Il consenso è una cosa seria, presuppone una valutazione ponderata, equilibrata, cosciente, che deve necessariamente prendere in considerazione una molteplicità’ di fattori, visto che il consenso è una vera e propria accettazioni di impegni o una delega di fiducia in bianco, che concede a chi la ottiene la possibilità di fare e decidere azioni e comportamenti, che innescano inevitabilmente un processo a catena di irreversibili situazioni che coinvolgono il delegante e le persone a lui intorno.

Definizione di Consenso da : https://www.google.com/amp/s/dizionario-online.net/amp/significato/consenso.html
Il consentire a una cosa richiesta; per estensione, approvazione, assenso in generale: consenso scritto, orale; chiedere, ottenere, negare il consenso; incontrare un largo consenso, un consenso unanime.
Conformità di voleri, di opinioni; accordo: agire di consenso, d’accordo
consenso delle genti (o universale), l’accettazione di qualcosa da parte di tutti gli uomini.
Consenso matrimoniale, reciproca volontà di contrarre il matrimonio espressa dai futuri sposi

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“Quando il nulla diviene spaventosa massa d’urto” di Riccardo Rescio

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Credito immagine : https://www.google.com/amp/s/amp.ilgiornale.it/news/cultura/vi-racconto-quellitalia-cui-tutti-o-quasi-gridavano-eia-eia-1052359.html

Se ci domandassimo se il nulla possa mai costituire una qualsiasi forma di pericolo, dovremmo risponderci affermativamente, visto che il nulla, con la sua corposa inconsistenza, diviene purtroppo sempre una massa d’urto dalla forza spaventosa. Che qualsiasi forma di potere si poggi sul consenso popolare, può apparentemente sembrare una banalità per alcuni o una assoluta sciocchezza per altri, ma ad una riflessione più attenta potremmo asseverare entrambe tali considerazioni. È una banalità perché è ovvio che qualsiasi forma di potere si basa sulla delega a fare e decidere, che si concede a qualcun’altro, ma è anche una schicchezza, poiché molti sono convinti che il potere non si basi sul consenso, ma risponda ad altre logiche. Ma in realtà è sempre il consenso che facilità prima, sostiene dopo e abbatte poi il potere voluto. Sono proprio le diverse forme di consenso a caratterizzare e differenziare i regimi e al contempo marcare i comuni effetti sulla tenuta delle rispettive forme di governo con le conseguenti, inevitabili, ricadute sulle popolazioni governate. Sappiamo che il consenso può essere partecipativo o coercitivo, ma forse non abbiamo considerato la terza variabile quella costituita dal consenso illusorio. “Gesù o Barabba” “vincere e vinceremo” sono due esempi tra i più emblematici della terza tipologia di consenso, che si rivolge alla pancia delle persone, ponendosi tra quindi tra il consenso partecipativo e quello coercitivo. Il primo esempio fa credere al popolo di avere una capacità decisionale nella gestione della cosa pubblica, il secondo marca il livello di imbonimento collettivo che asseconda l’assurdità di una guerra. Il consenso illusorio, è in realtà quello più subdolo, perverso e pericoloso, che non si palesa mai apertamente, ma che si insinua lentamente, con sofisticate tecniche di persuasione, soprattutto nelle menti sprovviste di anticorpi capaci di contrastare e respingere i virus dell’egocentrismo prevaricante, del nazionalismo devastante, del razzismo maniacale, dell’assurdo sovranismo, che da sempre affliggono il genere umano. Il consenso illusorio è quello che costituisce l’avallo delle peggiori nefandezze che l’uomo abbia mai potuto compiere. Il consenso illusorio viene concesso da tutti coloro a cui è stata negata la possibilità di elaborare una capacità critica, attraverso la quale comprendere, per non subire passivamente o negare a priori, l’altrui fare e agire. La mancanza di una individuale possibilità di analisi determina inevitabilmente azioni attive o passive che costituiscono i presupposti su sui si sono creati i peggiori regimi. Dotti e ignoranti, specialisti e nullafacenti, impiegati e imprenditori, artisti e professionisti, che in comune hanno avuto ed hanno quella vulnerabilità che li rende facili prede di imbonitori che fanno credere loro di tutto e di più, basandosi su quel postulato che da millenni è il supporto per qualsiasi ideologia fideistica, mistica o laica che possa essere, costituita sulla incapacità di comprendere, valutare, ponderare, prima di credere, avallare e supportare.
La generale ricerca di consenso, è la paradossale e diffusa condizione che accomuna molti e per molti è condizione necessaria per superare le piccole o grandi difficoltà esistenziali. Un processo inalienabile che porta gli esseri umani a cercare pervicacemente continue conferme al proprio fare. Il consenso individuale o di gruppo è partecipativo quando, per pervenire ad una conferma del proprio o altrui fare o ancora per giungere a scelte propositive o rappresentative consensuali, tenga conto anche delle obiezioni della parte minoritaria. Il consenso partecipativo è quindi l’accordo generalizzato su di un progetto, su come si dovrà realizzarlo e su chi dovrà essere delegato a renderlo concreto. Il consenso coercitivo è invece la feroce determinazione che attraverso una coercizione, fisica o psicologica, anche solo di intimidazione, che si ottiene imponendo a qualcuno l’obbligo a fare o non fare qualcosa, con un continuo condizionamento della volontà, che può avvenire con palesi od occulte minacce, che spesso implicano l’uso della violenza. Il Consenso illusorio è quello meno conosciuto, ma anche il più diffuso, che si ottiene attraverso una attività strisciante, che nessuno avverte come tale, ma che lentamente avvelena le menti delle persone più vulnerabili e quella dei delinquenti più incalliti, accumunandoli in quel nulla che diviene inevitabilmente una spaventosa forza d’urto, quella stessa che alcuni folli hanno ritenuto di attivare con la presunzione di saperla governare, ignorando che in realtà la forza del nulla risponde solo a sé stessa e chi con questa forza ferisce, delle stessa perisce sempre e comunque.

Riccardo Rescio

Firenze 6 febbraio 2021

“Presunzione, illusione, disinganno” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “L’ego che distrugge”

https://medium.com/visione-olistica/dissolvere-lego-e-incontrare-dio-f125e9704214

Chissà se ci siamo mai realmente chiesti perché le tante teorie espresse dai più grandi filosofi del passato, quelle dei moderni e contemporanei pensatori, non sono servite ad alzare il livello, ampliare la capacità, aumentare l’ampiezza del generale e diffuso sapere. Chissà come mai le teorie dei grandi pensatori di tutti i tempi non sono riuscite a spostare l’asticella della conoscenza, non intesa come stiva di dati e date per alcuni, non come forziere di intuizioni e di invenzioni per altri e neanche come merce di scambio per baratti, ma come la reale, concreta, acquisizione della individuale capacità critica, quella inalienabile condizione che tutti dovremmo aver sviluppato per comprendere che, l’imprevedibilità della vita è già abbastanza dura da affrontare, per impegnarci nel voler pervicacemente aggiungere le tante cose inutili, assurde, dispendiose ed estremamente faticose che ci imponiamo per attuare un deformato concetto di vita, per affermare il nostro deformato ego, sempre più esasperato, nella illusione di raggiungere condizioni che saranno sempre più in là di dove potremo mai arrivare, per poi ritrovarsi nell’inevitabile disinganno. Un’inutile dispendio di energie, fatuo, assurdo, perverso, che condiziona il nostro modo di rapportarci, sempre l’un contro l’altro armati, con un esasperato antagonismo e l’altrui prevaricazione, come costante.

Firenze gennaio 2021

#ierioggidomani

“La mia bolla spaziotemporale” di Potsy Monsignori

“Nella mia bolla spaziotemporale, mi rivedo sempre a casa dei nonni paterni, in campagna, circondato da animali, senza telefono ed una strada bianca pronta ad impolverare tutto e tutti.

Vedevo nascere i vitellini nella stalla e bevevo latte fresco, la macchina era un miraggio, si usava la “treggia” per tutto…forse il precursore del SUV.
Una scatoletta di tonno mia nonna la faceva durare una settimana e il profumo delle sue tagliatelle e dell’aglio soffritto faceva venire l’acquolina…

Le feste dell’anno non erano quelle canoniche, erano la battitura del grano e la venuta del Prete per la benedizione della casa.
Per la battitura un turbinio di persone allegre lavoravano nell’aia di casa e le donne in un viavai continue erano impegnate a cucinare; era un evento magnifico, povero ma ricco di amicizia e di valori oramai dimenticati.

Quando veniva il prete la nonna preparava tutta la casa e le stalle degli animali per la benedizione, era un evento speciale.
Lo sport quotidiano? correre a rompicollo per acchiappare i conigli usciti dalle gabbie e i piccoli topini nel granaio, con le caprette poi ci giocavo cosi tanto che alla fine i vestiti erano tutti impregnati del loro olezzo.
Il mercoledì, giorno del mercato, si andava a piedi ad Umbertide, 9 km per riflettere su ciò che dovevamo comperare per la settimana, poche cose ovviamente.
Al posto del telefono avevamo un ponte radio che ci connetteva con il resto del mondo. Stavo spesso con i Nonni, forse gli unici insegnanti veri della mia vita…mi insegnarono ad allacciare le scarpe…il padre nostro… ad amare tutte le creature viventi ad averne rispetto anche mangiandole, lo scandire del tempo del giorno… la sveglia in mezzo a loro, era freddo in inverno senza riscaldamento, ma c’era il “prete”, un aggeggio di legno entro cui si mettevano le braci del camino per scaldare le lenzuola – diacce – prima di coricarsi, e l’acqua fredda e gli spifferi inesorabili che rendevano l’aria frizzante.
Se amo la mia terra è merito loro. Sono tornato a vivere qui nel 1995, tra i miei ricordi felici e miei progetti artistici che mi riportano sempre alla campagna.
La qualità della vita era diversa c’era tutto e niente, dipende… dall’importanza che si dà agli oggetti e l’unica cosa che ho capito nel corso della mia vita e che oggi siamo nel caos per questo motivo…Usiamo le Persone ed Amiamo gli Oggetti…mentre ieri era l’opposto.

Potsy Monsignori
ideatore del progetto Plastic Food, ha esposto in giro per il mondo, è artista e agricoltore

#daieriadomani #tuttoilbelloeilbuonoche #alcentrodellabellezza

“Binari” di Alan Oisrak

Chissà quale sensazione prova il conduttore di un treno quando, seduto al suo posto di guida fissa quei binari che ha davanti, che scorrendogli sotto velocissimi, sembrano voracemente inghiottiti dal suo stesso treno.
Sicurezza o sgomento, certezza o angoscia, difficile dirlo, forse per ogni conduttore sarà sicuramente diverso, di certo la sensazione provata dipenderà molto dal carattere, ma anche dal momento e di sicuro non sarà mai la stessa.
Il treno e i suoi binari potrebbero davvero essere una buona metafora della nostra stessa vita, perché anche il treno, nasce, compie un percorso e muore.
Noi potremmo essere quel treno e i binari la strada che percorriamo, a chi volesse obiettare poi che il treno non possa scegliere la propria strada, che non abbia alternative e corra solo su binari che altri hanno posizionato, potremmo far notare che questo potrebbe succedere anche a qualcuno di noi, per tutti gli altri altrettanto vero è che i binari del nostro percorso, quelli su cui facciamo scorrere la nostra stessa vita, siamo solo noi a posizionarli, a volte facendolo in modo estemporaneo, altre realizzando un preciso progetto.
Quale sensazione proviamo quando ci rendiamo conto che il nostro percorso è prestabilito da qualcun’altro, quando constatiamo che tutto è predeterminato, tutto è certo e quale sensazione proviamo invece quando niente è sicuro, niente è prestabilito, tutto è precario e da soli, ci troviamo di fronte non più binari, ma le tante possibili strade, le diverse vie, i tanti sentieri o gli innumerevoli mulattiere da scegliere per poi percorrere.
Cosa proviamo noi una volta fatta quella scelta fra i tanti possibili percorsi e quale sensazione effettivamente proviamo, nel seguire quei binari inghiottiti dal nostro procedere che abbiamo preventivamente tracciato, sicurezza o sgomento, certezza o angoscia, ma sopratutto cosa potrebbe o dovrebbe davvero darci la certezza necessaria per capire, una volta giunti all’arrivo del nostro viaggio, se avremo effettivamente scelto bene e percorso correttamente la nostra strada, la nostra personale via, chissà quale emozione proveremo in quel momento, sarà la certezza di aver scelto bene o lo sgomento per aver sbagliato.
Olomouc Ceska Republica 6 ottobre 2011

“I Semi del noi” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “I Semi del noi” di Riccardo Rescio

La semina non è una strategia, è un processo, una successione di eventi che determinano, con il tempo e le attenzioni, il germogliare di piante, fiori e frutti. La condivisione non è un mezzo, ma un reciproco scambio, un vicendevole arricchimento, che con il tempo e la dovuta attenzione determina in noi il germogliare di pensieri, parole ed opere. Le strategie e i mezzi necessari per attuarle, sono solo deformazioni utilitaristiche della naturale maturazione, che l’uomo ha pervicacemente stravolto per raggiungere obiettivi personali, spesso a scapito di chi questi metodi non ama seguire. Perché la maturazione è quel qualcosa di straordinario che non spieghi, non è un processo strategico, non è un fine, non è neanche un obiettivo da raggiungere, ma un flusso che si implementa continuamente, indispensabile per riuscire ad attivare e ottenere realmente che germino i semi del noi. La vita è come un campo da coltivare, ed ognuno di noi ha l’usufrutto di un appezzamento, per un tempo determinato, del tutto imprevedibile e assolutamente limitato. La Terra è talmente varia e diversificata, che è impossibile che tutti possano avere appezzamenti tra loro simili, con uguali dimensioni e caratteristiche. Infatti tante sono le varietà dei campi, ci sono quelli di pianura vicino al mare, altri in valli di montagna, altri ancora vanno addirittura creati, la dove il terreno è in ripida scoscesa. Alcuni di questi appezzamenti sono estremamente fertili altri meno o appropriati a specifiche coltivazioni ed altri ancora adatti invece a qualsiasi tipo di semina, ma tutti hanno in comune quest’ultimo aspetto, la semina, che costituisce la condizione essenziale per far germogliare ciò che è indispensabile alla sopravvivenza. Senza semina non c’è maturazione, quindi la semina è fondamentale per dare inizio al processo, ma questo deve seguire con precisione e attenzione le regole della natura, che ne stabilisce tempi e modi, una antica sapienza che viene ciclicamente trasmessa dal tutore della terra ai propri successori. La scelta del tipo di seme determinerà la specie, la qualità e il sapore, di ciò che andrà a maturazione. I semi del noi, sono quelli di prima scelta, quelli dell’io la seconda, quelli dell’ego la terza scelta. Ma la semina se pur determinante è solo il primo importate passo, ci vorrà tempo, tanto amore, passione e dedizione, affinché il seme possa diventare, pianta, fiore o frutto. La vita non è che questo e noi altro non siamo che il frutto di quel seme.

Firenze 11 gennaio 2021 #ierioggidomani #tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza

“Un grazie come strategia” di Riccardo Rescio

”Un grazie come strategia” di Riccardo Rescio

Credito immagine : https://www.valut-azione.net/saperi/strategia/

Una strategia è un piano d’azione di lungo termine usato per impostare e coordinare azioni tese al raggiungimento di uno scopo od obiettivo predeterminato.
Il concetto si applica a svariati campi (filosofia, teologia, economia, urbanistica e pianificazione territoriale, psicologia, semiotica, retorica, letteratura, diplomazia, relazioni internazionali, militare, ludico) in cui per raggiungere l’obiettivo è necessaria una serie di operazioni separate, la cui scelta non è univoca e/o il cui esito è incerto. (Wikipedia)
La parola grazie resta un formalismo dialettico, estetico/comportamentale, un giusto mezzo, mera strategia, per raggiungere un fine, uno scopo, se non è accompagnata dalla profonda acquisizione del suo recondito significato. Tiziana Leopizzi, ha perfettamente ragione, quando puntualizza che la conoscenza dell’origine delle parole e il loro appropriato uso, è una rilevante, cruciale, questione, nella migliore e più adeguata esplicitazione e comprensione del pensiero. Perché le parole sono importanti e molto spesso determinanti.
Potremmo dire grazie, mille volte, potremo apparire educati, formali, raffinati, tutto sembrerà, corretto, raffinato, migliore, ma non lo sarà nella sostanza, se resta mero esercizio di buone maniere.

Credito immagine : http://pillolediconoscenza.it/le-parole-un-gioco-di-relazioni/

Se vogliamo realmente che la nostra quotidianità abbia un senso, diamo senso alle parole, non per impostare, coordinare azioni tese a raggiungimento uno obiettivo predeterminato, non usiamo strategie dialettiche, per vivere meglio, comportiamoci consapevolmente meglio.

Riccardo Rescio

#ierioggidomani #tuttoilbelloeilbuonochece

https://www.linkedin.com/posts/tizianaleopizzi_praticare-la-gratitudine-e-dire-grazie-activity-6751892586606194688-LpDx

“Evoluzione” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “Evoluzione” di Riccardo Rescio Credito immagine : https://www.preistoriaonline.it/lastronomia-nel-paleolitico-superiore

Per decine di secoli abbiamo avuto la presunzione di credere di essere, come terra, il centro dell’universo, poi lentamente abbiamo incominciato a dubitare di tali certezze e più aumentavano le conoscenze più tali certezze vacillavano, si sgretolavano, si frantumavano.
Con la sempre maggiore consapevolezza di un universo estremamente complesso e infinito l’idea che la nostra piccola terra possa essere mai stata centro di qualcosa si ridicolizza, scompare definitivamente.
Credenze, superstizioni, fedi, la cui origine è difficile stabilire con certezza, che da individuali diventano collettive, da partecipative spesso si trasformano in coercitive.
Quanto il comune sentire abbia realmente origine dalle singole personalità, dalla individuale sensibilità, dalla istintiva spontaneità e quanto invece sia da attribuire al reciproco, vicendevole condizionamento, è realmente impossibile da stabilire, senza tralasciare poi l’aspetto più inquietante costituito dall’induzione più o meno costrittiva di idee, fatti, credi, da parte di chi ha fatto del proprio volere un forte potere per condizionare l’altrui libero arbitrio. Come abbiano avuto origine le credenze popolari, che si perdono nella notte dei tempi, non possiamo al momento sapere, anche se sappiamo benissimo come da superstizioni si siano trasformate progressivamente in vere e proprie fedi.
Un giorno, di un prossimo futuro, sofisticati strumenti antropologici potranno stabilire cosa sia realmente avvenuto nella mente degli uomini primitivi allo stato di natura, quando hanno iniziato a socializzare tra loro, cosa abbia permesso ad un primo gruppo familiare di confrontarsi con un altro gruppo familiare e socializzare tra loro.
Quale sarà stata la prima reazione, la prima emozione provata, cosa sarà prevalso tra la paura o la perplessità, tra il terrore o il piacere, quale sarà stato il sentire comune di quei nuclei familiari prima di confrontarsi e cosa abbiano poi successivamente elaborato tutti insieme.
Perché in quei primordi, nel perenne confronto tra le necessità personali e quelle del gruppo, nella supposta condizione di pariteticità tra gli esseri, si sarà innescato un meccanismo gerarchico di potere verticale invece di uno sviluppo orizzontale delle capacità individuali di autodeterminarsi.
Quale sarà mai il gene mancante nella mente dell’uomo che lo costringe perennemente ad essere capo o subalterno, carnefice o vittima, soprafattore o soprafatto e a volte tutto questo e tutto insieme concentrati in una sola persona.
Fasi, circostanze, contesti, in cui ci si viene a trovare, fasi e situazioni che si alternano e si ripetono continuamente in modo perpetuo dentro e fuori di noi.
Milioni di anni, miliardi di piccoli cambiamenti che ci hanno fatto cambiare, ci hanno resi diversi, ci hanno permesso di camminare in modo eretto, ci hanno permesso di elaborare linguaggi comuni, hanno permesso al nostro cervello di sviluppare sempre maggiori potenzialità, acquisire e incrementare conoscenze, ma di non modificare in alcun modo la necessità o il bisogno di prevaricare o di soggiogare l’altro. Chissà mai perché il gene della pariteticità, che dovrebbe aiutarci a comprendere le nostre diversità non ha in questi millenni avuto la possibilità di progredire, perché mai l’unica cosa che ci accomuna veramente tutti, il nostro essere irripetibili, non trova rispetto e considerazione da parte dei nostri simili, perché mai è la presunzione di essere sempre e comunque noi il centro del mondo, il centro dell’universo, gli unici detentori del verbo ad avere il sopravvento.
Perché ci deve essere qualcuno che è convinto di avere i presupposti per essere migliore, superiore agli altri, perché ci deve essere qualcuno che è certo che il proprio credo, la propria religione, possa o debba essere migliore o superiore ad un’altra fede, perché mai si debba arrivare ad uccidere chi non ha la nostra stessa credenza e soprattutto farlo in nome di quel Dio che dice di rispettare.
Nel tempo l’uomo, nel rapportarsi all’universo, ha iniziato a prendere coscienza della propria reale dimensione, si è reso conto della propria pochezza, mentre ancora nulla è stato capace di fare per rapportarsi a se stesso, al microuniverso che ha dentro e contemporaneamente a quell’immenso universo fatto dal resto dell’umanità che lo circonda. Saranno proprio le future conoscenze a dare le risposte necessarie a poter riconsiderare il tutto, a fare in modo che solo la parte migliore dell’essere umano abbia a svilupparsi, affinché con il tempo l’uomo possa certamente divenire diverso da quello che è stato ed è al momento.

Olomouc Repubblica Ceca

25 gennaio 2011

#ierioggidomani

Pubblicato da Italia&friends Arte Cultura Attualità di un Paese straordinario chiamato Italia

“Futura” (Video Live) di Lucio Dalla

I&f Arte Cultura Attualità
“Futura” di Lucio Dalla

“Futura è il tempo che verrà” di Riccardo Rescio

“E chissà come sarà lui domani”, sarà come noi vogliamo ora che sia.
Non aspettiamo domani, cominciamo a renderlo migliore da adesso. Futura è il tempo che verrà, ma se pensiamo solo di ricominciare a fare quello che facevamo, questa tragica, universale situazione, non avrà insegnato proprio un bel niente. La pandemia avrà fatto morire tantissime persone innocenti, avrà distrutto diverse economie personali, avrà innescato una enorme reazione a catena dalle conseguenze economiche e sociali enormi e a noi non avrà insegnato assolutamente niente, se continueremo ad aspettare per ricominciare. Una attesa inerme, passiva, non propositiva, infinita, come tutte quella attese che sperano di ricevere dall’alto dei cieli o dai potenti della terra, comunque sempre da altri, le soluzioni ai personali o sociali problemi. Aspettare che passi la bufera, senza pensare che fenomeni estremi come quello che stiamo vivendo potranno ripetersi o addirittura non finire mai e la peggiore cosa è il peggiore comportamento che si possa mai attuare. Non dobbiamo assolutamente ricominciare a fare quello che facevamo, non dobbiamo più pensare come pensavamo, non dobbiamo in alcun modo comportarci come ci comportavamo, ma dobbiamo invece cambiare radicalmente prospettiva, visione, obiettivi, ognuno di noi può farlo da subito, dovrà farlo, come potrà e come saprà. Futura, è il domani che verrà e sarà come la nostra volontà di oggi, di ora, vorrà che sia.
#tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza #ierioggidomani

“L’ovvio e il banale del 2020” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “L’ovvio e il banale del 2020” di Riccardo Rescio

La comunicazione è importante quanto l’alimentazione. Non è una aberrazione, chi si ostina a suddividere a scollegare a settorializzare campi scientifici da quelli umanistici, l’anima dal corpo, chi ancora non riesce a comprendere che esiste una interconnessione inscindibile fra il corpo e la mente, fra persone e persone tra scienza e conoscenza, non fa un buon servizio per sé, tanto meno alla comunità universale di cui è una componente. La specializzazione è necessaria, inalienabile, ma non deve mai essere estrapolata dal contesto in cui è sempre comunque inserita. Chissà quando i nostri scienziati, anche quelli a cui è stato riservato il ruolo di indicare il come, il dove e il quando della promozione del nostro Paese, capiranno che l’Italia non va partecipata a pezzi e brani, ma comunicata in modo unitario, nella completezza del suo immenso patrimonio fatto di Storia, Cultura, Arte, Artigianato, Folclore, Tradizioni Alimentazione, Produzione, Moda, Stile, Territorio. Questo perché ogni singola località, delle Terre Uniche delle nostre 20 straordinarie Regioni, ha affascinanti Storie da raccontare, bellissimi Posti da far vedere, squisiti Sapori da far assaggiare e coinvolgenti Eventi da far vivere. Il nostro Paese lo si voglia o meno, lo si sappia o no, è in assoluto il più grande giacimento di bellezza e il maggiore concentrato d’Arte, in Territorio fra i più amati e ambiti al mondo. Quella che noi, con un po di arroganza, riteniamo scontata conoscenza dell’Italia nel mondo, non ci deve assolutamente indurre a pensare che non sia necessario continuare a comunicare tutto il bello e il buono che abbiamo, per due ordini di motivi, il primo è che noi non conosciamo quanto dovremmo realmente conoscere questo nostro Paese, tanto meno il resto del mondo, il secondo è che chi smette di comunicare, lentamente ed inesorabilmente scompare. Un concetto elementare da fare proprio, ma come tutte le cose facili, ovvie, banali, sono quelle più difficili da trasmettere e da acquisire. La promozione delle peculiarità che caratterizzano e identificano i nostri Territori deve passare da una adeguata scelta dei media, da un moderno linguaggio e da una appropriata comunicazione che, preveda necessariamente l’applicazione di standard minimi da parte dalle istituzioni, dalle organizzazioni, dalle associazioni da ogni tipologia di enti, pubblici o privati preposti alla promozione, che prevedano di allegare sempre alle immagini pubblicate le informazioni necessarie a facilmente riconoscere luoghi e prodotti e le rispettive posizioni geografiche. Una elementare procedura che deve indicare il nome del Luogo, la Regione e lo Stato. Tutto questo è importante e determinante, per far conoscere ancora più e meglio il nostro straordinario Paese, perché l’Italia merita di essere scoperta, amata e scelta, per tutta la sua ampia e variegata attrattivita e soprattutto per quanto veramente vale e per quanto realmente merita.

Riccardo Rescio

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbellochece #bastaunpost #ierioggidomani

“Meno sanno, meglio stanno” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “Meno sanno, meglio stanno. Meno sai, più sicuro sei” di Riccardo Rescio

I Social, a cui approcciamo abitualmente, utilizzando i nostri smartphone, tablet, computer, sono una delle funzione facilmente usufruibili e indistintamente accessibili, che permettono a tutti, Filosofi, Professionisti, Scienziati, Manager, Comunicatori e Gente comune di scoprire eventi, fatti, situazioni, che fino a quel momento avevano ignorato o solo dimenticato. Quindi i Social sono quella invenzione “sociale” che permette di interconnetterci vicendevolmente in tempo reale e altrettanto vicendevolmente comunicare. La Comunicazione è una cosa seria, determinante, inalienabile in un consesso sociale, familiare, nazionale, internazionale. La Comunicazione ha una funzione essenziale, per partecipare bisogni ed emozioni, ma serve anche per dirimere le possibili incomprensioni, dovute a lingue, culture, tradizioni, abitudini, prassi, comportamenti, diversi, che spesso sono causa di litigi, conflitti, guerre, disastri, pertanto comunicare facilmente, costantemente e in modo sempre più comprensibile è determinante per la pace e la comune crescita.

Pertanto le comunicazioni ermetiche, sibilline, indecifrabili ai più, i messaggi in codice fra esperti, membri di “Club di Sapienti”, adepti di confraternite o eletti con discendenze divine, che tutto sanno e nulla bisogna spiegare, non dovrebbero essere date in posto al popolo del web, pertanto al fine di garantire la segretezza e la circospezione del loro dire in gergo, si consiglia vivamente l’uso dei pizzini, pratici, sicuri, facilmente eliminabili, senza lasciare tracce, dopo la lettura. Un sistema di comunicazione efficace, diretto, già ampiamente utilizzato in alcuni particolari sodalizi.

Al momento, naturalmente parlando in generale, non abbiamo concrete evidenze sulla reale voglia di comprendere e far comprendere la realtà dei fatti da parte di molti, che preferiscono infilare la testa nella sabbia, per non vedere, non sentire e non sforzarsi di capire. Probabilmente per loro sono sempre validi quei modi di dire popolari, del tipo “Meno sanno, meglio stanno. Meno sai, più sicuro sei”, tramandati da generazioni in generazioni, veri postulati a salvaguardia del personale orticello, per poter gestire a pro loro una piccola comunità o una intera organizzazione sociale.
Non dovremmo però dimenticare che la Storia avrebbe dovuto insegnare, in egual misura a tutti, che il vero collante di un popolo non è ignorare, tanto meno percepire solo con la pancia, ma è la capacità delle singole menti di elaborare, considerare, valutare, fatti, situazioni e comportamenti, sempre e solo attraverso la continua attività del proprio pensiero, opportunità e funzione che solo la Cultura è capace di determinare.
“Dīvĭdĕ et ĭmpĕrā”, letteralmente, dividi e comanda, è una locuzione latina secondo cui il migliore espediente per gestire un piccolo o grande potere di qualsivoglia autorità, al fine di poter governare al meglio una minuscola comunità o un grande popolo, è determinante dividere, provocare rivalità e fomentare discordie, tutte attività facilmente perseguibili dove la parziale o totale mancanza di Cultura regna sovrana.
La Cultura non è la possibilità di immagazzinare dati e date, ma la facoltà, attraverso la conoscenza delle stesse nozioni, di elaborare una propria capacità critica, per poter capire e comprendere, per non dover accettare come oro colato l’altrui detto e per non dover subire il non compreso. Abbiamo moderni strumenti tecnologici che ci possono aiutare a meglio comprende e più efficacemente comunicare. Internet è una finestra da cui possiamo osservare l’esterno, contemporaneamente è anche un efficace mezzo per partecipare idee, proposte, progetti, programmi, non sprechiamo questa opportunità con utilizzo improprio, parziale o distorto dei Social. Noi, tutti noi non dobbiamo ricominciare, rifaremmo in peggio gli stessi errori, ora più che mai dobbiamo cambiare prospettiva, visuale, lo possiamo fare, lo dobbiamo fare.

“Comunicazioni cifrare” https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2457072134344579&id=100001254482577

“Il Club della Sapienzahttps://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2579446955440429&id=100001254482577

“Il solo Sapere non basta” https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2231328550252273&id=100001254482577

“Ermetismo snob” https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2368886866496440&id=100001254482577

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“Modi di dire” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “Chi nasce tondo, non può morire quadrato” di Riccardo Rescio.

Lo si afferma comunemente, è un modo di dire diffuso e radicato nella nostra tradizione popolare, verbalmente tramandata, sta ad indicare qualcuno o qualcosa che rimane immutabile nel tempo, conservando le peculiarità caratteriali o di forma originali. Ebbene, nello straordinario, effervescente, fantastico luogo dove è nato il marketing, tutto questo viene continuamente falsificato, poiché a Napoli l’unica affermazione vera e praticata con determinazione, è quella che recita, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

La Pizza ne è l’esempio più eclatante, a livello alimentare non vi è cosa più tonda della pizza, eppure a Napoli hanno reso quadro il tondo.

La famosa pizza a portafoglio, non più tonda, ma quadrata, comoda, pratica da consumarsi passeggiando, provatela anche a Firenze, potrete gustarla in via Cimatori, alla Pizzeria 0′ Vesuvio, buonissima, digeribilissima, accessibilissima a soli 3 euro.

  Pizzeria O’ Vesuvio http://ovesuviofirenze.com/menu

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“L’Impronta” di Alan Oisrak


I&f Arte Cultura Attualità “L’impronta” di Alan Oisrak Chiare, forti, decise sono le impronte lasciate sul bagnasciuga.
Segni concreti di una presenza, che saranno irrimediabilmente cancellati per sempre dall’incessante, continuo rifluire delle onde sulla spiaggia.
Pochi istanti d’identificabilità concreta, tangibile, per un attimo ci sei, un attimo dopo non ci sei mai stato.
La testimonianza del nostro passare, del nostro esserci stati sarà marcato solo dai segni, dalle impronte che riusciremo a lasciare nel pensiero delle persone che amiamo di più.
Le orme che lasceremo non saranno mai in relazione al dove o al quanto, sarà solamente il come abbiamo voluto vivere la nostra vita e come questa stessa vita è stata da noi realmente vissuta a marcare, a rendere profondo, indelebile il segno della nostra esistenza.
Perché se è facile e banale credere in tutto quello che si fa, molto più difficile e complicato è fare sempre solo quello in cui si crede.
Faticoso, oneroso, pesante e costosissimo, ma sicuramente appagante, è fare il possibile per rendere concrete le nostre idee, i nostri sogni, le nostre aspirazioni.
Una vita subita non lascia tracce, una vita non partecipata in altrettanta misura non marca il segno.
Una vita voluta, una vita vissuta, una vita intensamente partecipata, lascia invece segni indelebili.
Si vive comunque per il gusto di vivere e non per lasciare segni,
I segni che lasceremo nell’anima di chi abbiamo incontrato saranno l’unica conferma di una vita intensamente vissuta.
Alan Oisrak
Olomouc Ceska Republica 3 gennaio 2011

#ierioggidomani

“Eredità” di Riccardo Rescio

Credito immagine : https://www.google.com

Sicuramente avrete sentito raccontare storie di eredità, molte delle quali hanno seguito la prassi ormai consolidata da tempo immemore, che vede i genitori lasciare ai propri figli il frutto del loro lavoro, creato dal nulla o a loro volta ereditato, oppure di altre situazioni più fantasiose, che non tenendo in alcun conto prassi e affetti, hanno visto destinare grandi o piccoli patrimoni ad estranei, a enti, istituzioni, organizzazioni più o meno benefiche, se non addirittura agli animali di compagnia. Come avrete di certo sentito parlare di eredità dilapidate e di altre invece più oculatamente implementate. Sulle eredità si è immaginato, detto, scritto e ancora molto si potrebbe scrivere, tanto da riempire centinaia di migliaia di pagine, consumando quintali di inchiostro. Quella eredita’ invece di cui si sente parlare poco, è l’eredità del bene comune, il lascito che ogni generazione consegna a quella che segue, si perché ognuno di noi riceve in dono quel bene comune in cui vive e quello più infinitesimamente più ampio costituito dall’intero mondo. Un meraviglioso patrimonio che non siamo stati educati ad apprezzare, valorizzare e amare in modo adeguato, che comprende, territori, fiumi, mari, laghi, aria, foreste, coltivazioni, che ovviamente risentono del nostro modo poco corretto di fare e di agire. Nessuno si senta escluso, ma la custodia dei beni comuni, di tutti i nostri beni, rientra nel senso di responsabilità che ognuno di noi deve avere, per salvaguardarne l’integrità di quelle meraviglie che appartengono ad ognuno di noi, quanto all’intera umanità. Sono necessari rispetto e attenzione, un personale sentire, buon senso comune e massima considerazione di quelle elementari linee guida di comportamento generale, che però purtroppo non sono mai state emanate, tanto meno insegnate e ovviamente per niente applicate.

Dentro quella immensa, meravigliosa, straordinaria eredità, di cui fanno parte le Terre Uniche delle nostre 20 straordinarie Regioni, che abbiamo ricevuto in dono, c’è veramente tanto. Un immenso patrimonio che aspetta solo di essere censito, tutelato, valorizzato e adeguatamente comunicato con metodologia, affinché le tante risorse esistenti possano essere ottimizzare e più oculatamente valorizzare. Noi abbiamo veramente tutto quello che si possa immaginare, il nostro Paese l’Italia, è senza ombra di dubbio il più grande giacimento di bellezza e il maggiore concentrato di Arte, Cultura, Enogastronomia, Folclore, Tradizioni, Artigianato, Moda, Designer e tanto, tanto altro e di più, in un Territorio fra i più amati e ambiti al mondo. Se solo ne fossimo veramente e non solo retoricamente consapevoli, saremmo migliori noi, sarebbe più conosciuto il nostro grande Paese e avremmo di conseguenza un migliore e maggiore benessere diffuso, perché diventeremmo i più grandi distributori di quelle ineguagliabili peculiarità che caratterizzano e identificano tutti i nostri luoghi. I tanti ampi e variegati Saperi e Sapori, di cui sono ricche le Terre Uniche delle 20 straordinarie Regioni d’Italia. Al momento purtroppo non siamo tutto questo, ma potremmo diventarlo, perché non è mai troppo tardi, come diceva il grande Maestro Manzi, nella sua trasmissione televisiva degli anni 50, che portava lo stesso nome “Non è mai troppo tardi”, che riuscì a far prendere la licenza elementare a mezzo milione di Italiani adulti analfabeti. Anche noi proprio attraverso la moderna tecnologia a disposizione, potremmo fare la nostra parte, condividendo tutto il bello e il buono che abbiamo intorno e che bravi narratori, divulgatori, promotori di professione e volontari ci partecipano con amore e passione. Quindi non è mai troppo tardi per iniziare a capire e a recuperare. Grandi imprese sono state già fatte, noi potremmo fare altrettanto, con la Cultura individuale, il rispetto interpersonale, l’amore per la nostra Terra, tutto potrà essere possibile e fattibile.

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“Lego & Ricordi” di Riccardo Rescio

I ricordi delle emozioni, delle situazioni e degli attimi vissuti, quali essi siano stati, sono il capitale che abbiamo saputo o voluto accumulare, costituiscono la necessaria riserva a cui ricorrere per attingere benessere ogni qualvolta se ne avverta il bisogno. I mattoncini di Lego, colorati, versatili, impilabili, implementabili, sono quella straordinaria invenzione con cui, piccoli e grandi, possono realizzare una quantità infinita di cose, case, torri, aerei, navi, macchine, gru, alberi, fiori, animali, muri, recinti, facendo dipendere tutto dalla sola voglia di fare, creare, immaginare. I ricordi sono come i mattoncini Lego, rispondono alle stessa logica, altrettanto versatili, assemblabili, tanto da poterli utilizzare per una infinità di creazioni immaginarie, più o meno belle, più o meno fantastiche, oppure lasciarli nella loro scatola originale o alla rinfusa nel contenitore, dove li abbiamo riposti, dopo aver smontato la nostra ultima realizzazione, rammaricandoci per averlo fatto, per non averla lasciata intatta a futura memoria. I ricordi, come i mattoncini di Lego, se lasciti chiusi in un contenitore, occupano spazio e sono di ingombro, ma se adeguatamente utilizzati sono utilissimi, poiché costituiscono la straordinaria risorsa che la nostra mente che ha a disposizione. I ricordi sono il nostro Patrimonio, fatto dal personale vissuto, quello stesso vissuto, qualsiasi possa essere stato, che ci ha resi quello che siamo. I ricordi sono l’utile, l’indispensabile riserva a cui attingere le risorse per poter fare veramente ciò che più ci è consono. La cosa peggiore è non farci nulla con i ricordi o addirittura rimpiange il tempo in cui non abbiamo fatto ciò che avremmo voluto, oppure ideato, progettato e costruito qualcosa, dimenticando la questione di fondo che nulla e niente è per sempre, con il tempo tutto, ma proprio tutto, si modifica e si trasforma. I ricordi non devono mai venir meno, ne essere rimossi, poiché sono per ognuno di noi la prova tangibile e incontrovertibile della nostra stessa esistenza, la conferma di aver realmente vissuto il nostro tempo e per quanto possibile di esserne stati anche artefici. I ricordi non possono e non devono mai divenire pretesto o giustificazione, scappatoia o via di fuga, scivolo o viatico, verso un rifugio presunto sicuro dove nascondersi, per sfuggire alla nuova realtà che ci circonda, quel luogo non è altro che un buco nero pieno di vuoto, che tutto attrae e niente restituisce. I nostri ricordi altro non sono che versatili mattoncini Lego, li possiamo tenere chiusi, ordinati in una scatola, oppure averli alla rinfusa un contenitore o ancora sparpagliati per casa, pensando di rimetterli a posto prima o poi, oppure decidere di utilizzarli per smontare, rimontare, costruire, ogni volta che ne avvertiamo la necessità, qualcosa di nuovo, affascinante, coinvolgente.

Credito immagine : https://www.lagendanews.com/grugliasco-un-successo-la-mostra-di-costruzioni-lego/

#tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza #bastaunpost #ierioggidomani

“I bunker dell’anima” di Riccardo Rescio

Bunker, non vi è altra parola più tragicamente evocativa utile a rendere chiara quella condizione di paura, terrore, disagio, angoscia, speranza, che la guerra e lo stesso pericolo di una sua possibile reiterazione, comporta nelle persone che l’hanno vissuta, sentita raccontare, studiata o solo rappresentata nei film. Infatti il bunker è una fortificazione militare difensiva e offensiva, un complesso di costruzioni, anche ipogee, che possono comprendere più locali. Sono diverse le tipologie di rifugi a cui attribuiamo solitamente il nome di bunker, adatti o adattabili ad ogni tipo di esigenza, bunker difensivi, offensivi, protettivi, personali, industriali, di stoccaggio. Quindi i bunker sono i rifugi per antonomasia, dalla guerra al malaffare, dalla protezione all’occultazione, dalla offesa alla difesa, ma dalle tante tipologie fisiche non dobbiamo escludere i bunker dell’anima, quelli che costruiamo dentro di noi, per difenderci, offendere, o semplicemente per isolarci dal mondo che ci circonda. Mentre qualsiasi tipo di bunker, triste, malsano, angosciante, maleodorante, che poteva essere, dava al tempo quel minimo di speranza di salvezza, i bunker dell’anima sono solo dei buchi neri senza vie di uscita. Tante possono essere le cause, le condizioni, i pretesti che divengono stimoli, che ci possono spingere a superare la soglia del bunker dell’anima, anche i ricordi a volte, quando un periodo della nostra vita si chiude, possono divenirne la causa pressante, ma i ricordi non devono mai essere il pretesto, la giustificazione, la scappatoia, la via di fuga, lo scivolo verso quello che riteniamo possa divenire un rifugio sicuro dove nascondersi, per sfuggire alla nuova realtà che ci circonda, quel luogo non è altro che un buco nero pieno di vuoto, che tutto attrae e niente restituisce. I ricordi delle emozioni, delle situazioni e degli attimi vissuti, quali essi siano, al contrario sono il capitale che abbiamo saputo o voluto accumulare, costituiscono la necessaria riserva a cui ricorrere e attingere benessere ogni qualvolta se ne avverta il bisogno. I ricordi sono gli integratori dell’anima, da prendere con regolarità quotidiana, sono privi di controindicazioni, indispensabili vitamine che fanno bene e danno una grande forza, poiché contribuiscono a incrementare la ricchezza interiore, che poi altro non è se non il bene in assoluto più grande che si possa mai possedere. I ricordi non devono mai venir meno, non devono mai essere rimossi, poiché sono per ognuno di noi la prova tangibile e incontrovertibile della nostra stessa esistenza, la conferma di aver realmente vissuto il nostro tempo e per quanto possibile di esserne stati anche artefici. Questo 2020 non deve essere in alcun modo archiviato, tanto meno dimenticato. Per poter uscire dalla retorica regnante e da sempre condizionate del nostro vivere, dovremmo smettere di dimenticare, di cancellare e incominciare a ricordare, perché è solo il ricordo che crea consapevolezza del bene e del male fatto e ricevuto. Il 2020 deve restare monito, per trasformarsi in forte stimolo al necessario ed indispensabile cambiamento, alla diversa prospettiva, alla visione più consapevole della realtà. Il tempo va vissuto e non subito. Il tempo subito è solo quello che scorre lentamente durante la guerra, quando ogni attimo, ogni frazione di secondo, delle persone coinvolte, è dedicato alla ricerca della difficile, precaria, improbabile sopravvivenza. No, noi non siamo in guerra, non siamo in quella guerra che conosciamo, di cui abbiamo sentito parlare, che siamo abituati a vedere o solo ad immaginare, non lo siamo fortunatamente più dal 1945. Neppure in questo 2020 siamo in guerra, non si sentono sirene che avvertono incursioni aeree, non ci sono bombardamenti, non ci sono angusti e precari rifugi in cui ripararsi, non ci sono generi di prima necessità contingentati, non ci sono macerie da scavalcare, non ci sono truppe nemiche occupanti da fronteggiare, non ci sono rastrellamenti a cui sfuggire, non c’è assolutamente niente che possa paragonarsi ai quei tragici momenti che, le cronache giornalistiche, i libri di storia, o gli stessi raccontati di chi quei drammi gli ha vissuti, di chi la guerra vera, suo malgrado, l’ha subita, potranno mai dare la vera misura delle sofferenze personali e collettive patite. No, non siamo in guerra, anche se abbiamo purtroppo tanti, troppi caduti, colpiti a tradimento da questa tremenda pandemia, anche se i nostri ospedali sono stati vicini al collasso, anche se molti dei nostri operatori sanitari stanno pagando un tributo altissimo, questa maledetta pandemia non la possiamo e non la dobbiamo considerare guerra. Questa è, e resta una stramaledetta pandemia, uno dei tanti eventi che sciaguratamente si ripetono in modo ciclico, come i terremoti, le eruzioni, le alluvioni, i maremoti, tutte manifestazioni naturali che l’uomo avrebbe dovuto studiare con la massima attenzione sin dalla notte dei tempi, dedicandoli tutte le possibili risorse, che una atavica, distorta, concezione della vita, ha voluto fossero destinate alla sistematica e sempre più sofisticata distruzione di altri esseri umani. Non possiamo e non dobbiamo permetterci di evocare o accostare nomi e situazioni che nulla hanno a che vedere con le realtà delle cose, un simile fare non fa che esasperare gli animi, soffiando su di un fuoco che, nella migliore delle ipotesi, ci ustionera in modo importante, nella peggiore, ridurrà tutto in cenere. Non siamo in guerra non abbiamo bisogno di bunker, tanto meno siamo ricercati che devono nascondersi, non creiamo false esasperate situazioni per cui ognuno di noi si senta costretto a rifugiarsi nel bunker dell’anima.

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“Le parole sono importanti” di Riccardo Rescio

Credito immagine : http://www.assistentisocialionline.it/le-parole-strumento-cura/


Le parole sono importanti, a loro è affidato il difficile compito di esplicitate il pensiero.
Bisognerebbe riflettere e considerare quanto sia effettivamente straordinario il pensiero e come a volte possa essere travisato proprio dalle parole, che non riescono a esplicitarlo nella sua essenza, ma ancor più capita che le parole vengono, mal recepite da chi ascolta e arbitrariamente adattate a proprio uso e consumo.
Le parole, sono anche il mezzo attraverso il quale, a furia di ripeterle, ci auto convinciamo di verità che tali non sono.
Parole, parole, parole, miliardi di parole che a volte pesano come macigni che ci appesantiscono tanto da non permetterci più di restare a galla, spingendoci giù negli abissi più profondi del nostro io pensante, quello dei mille perché, a cui molto spesso non riusciamo a trovare risposte.
A volte invece le parole possono essere più leggere dell’aria che si respira e allora ci spingono in alto sempre più alto, la dove tutto è diverso. Ebbene sono proprio le parole che possono farci annegare oppure volare e volando darci quella sensazione di leggerezza e di obiettività che solo l’altezza può dare, permettendoci  di guardare le cose da una diversa prospettiva, che è poi il solo modo per avere una visione d’insieme della realtà in cui eravamo immersi, facendoci capire quanto poca rilevanza potevano avere quei piccoli particolari, i piccoli episodi e quelle altre parole a cui tanta rilevanza si era ritenuto di dare e che tanta attenzione poi non avrebbero meritato.
Le parole sono importanti, hanno sempre una valenza, un peso e causano comunque effetti, sta a noi, solo a noi, avere la capacità di poterle e saperle ponderare nel dire e oculatamente valutarle nell’ascoltare.
Comunque la grande meraviglia delle parole, con tutte le prerogative e i limiti che possano avere, resta il fatto che costituiscono il sistema, il modo, il metodo, la pratica, che ci permette di comunicare concetti, sentimenti, passioni, speranze e progetti, quell’eterogeneo insieme che ci permette attraverso la comunicazione di evolvere

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“Tra l’Austerity e il Day After” di Riccardo Rescio

Tra l’Austerity e il Day After, c’è la cecità, proprio quella che, nonostante si abbia le meravigliosa facoltà di vedere, non ci permette di osservare l’evidenza dei danni determinati dai nostri comportamenti sbagliati, che ottusamente perseveriamo a non voler guardare. È la stessa cecità descritta nel romanzo che porta uguale nome, scritto dal premio nobel per la letteratura José Saramago. Ma andiamo per ordine, i cinquantenni di oggi e di conseguenza i loro figli, ignorano nella sostanza cosa sia l’austery, non la parola, ma il momento storico, il tempo contrassegnato con questo nome. Con il termine austerity infatti si indica il periodo tra il 1973 ed il 1974, durante il quale il governo Italiano e quello di molti altri Paesi occidentali, si trovarono costretti ad adottare norme di legge finalizzate al drastico contenimento di consumo energetico, in seguito alla crisi petrolifera del 1973.

The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo, è invece un film del 2004 diretto da Roland Emmerich. Una storia apocalittica nella quale si prefigura una situazione catastrofica. La visione estrema del regista Roland Emmerich, sul conflitto tra natura e l’uomo, vuole fortemente marcare l’importanza della tutela, il rispetto necessario alla conservazione dell’ambiente naturale. Nel film si prefigura una totale glaciazione, anche se nella realtà, quello che si avverte come pericolo imminente, è il surriscaldamento dell’atmosfera, ma questo aspetto non sposta in alcun modo la questione sul rapporto tra la natura e l’uomo.

Cecità è il romanzo dello scrittore portoghese pubblicato nel 1995, che si pone anche temporalmente, tra questi due momenti, uno vero, vissuto, storicizzato, l’altro frutto della fantasia di un regista sceneggiatore. Nel romanzo di Saramago, da cui verrà poi realizzato un film, racconta una situazione estrema, paradossale, assurda, venutasi a creare in un non meglio definito luogo, per non aver voluto dar credito ed ascolto agli avvertimenti di un climatologo, che prefigurava l’imminente arrivo di una nuova era glaciale. Ma dopo una tempesta dalle proporzioni bibliche abbattutasi su New York, la fine dell’umanità sembrò inevitabile.
In una città senza nome si diffonde una strana epidemia: uomini e donne perdono la vista, diventano uno dopo l’altro, completamente ciechi. Per cercare di tenere sotto controllo la situazione e il contagio, il governo decide di internare i ciechi a gruppi. Ma ben presto la situazione degenera e tutto il paese sarà contagiato. Nella quarta di copertina del suo libro Saramago fa una amara considerazione, “Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che pur vedendo, non vedono.

Ebbene abbiamo nel 1973 una crisi che mette in ginocchio molti Paesi, una prima condizione che avrebbe dovuto farci comprendere l’interdipendenza che lega i destini di tutti i popoli. Poi abbiamo nel 1995 e nel 2004, le visioni sul passato, il presente ed il futuro che solo gli artisti sanno prefigurare e materializzare attraverso le loro opere, poi abbiamo il 2020 con una tremenda pandemia che sta martoriando la salute e l’economia dei nostri Paesi, cosa dobbiamo anca aspettare per poter finalmente capire che non è fra di noi che dobbiamo combattere, ma solo ed unicamente imparare a rispettare, capire, comprendere, la natura di cui siamo una piccola componente come specie umana.

firenze 9 novembre 2020

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I&f Arte Cultura Attualità “Evoluzione” di Alan Oisrak

Evoluzione


Per decine di secoli abbiamo avuto la presunzione di credere di essere, come terra, il centro dell’universo, poi lentamente abbiamo incominciato a dubitare di tali certezze e più aumentavano le conoscenze più tali certezze vacillavano, si sgretolavano, si frantumavano.

Con la sempre maggiore consapevolezza di un universo estremamente complesso e infinito l’idea che la nostra piccola terra possa essere mai stata centro di qualcosa si ridicolizza, scompare definitivamente.

Credenze, superstizioni, fedi, la cui origine è difficile stabilire con certezza, che da individuali diventano collettive, da partecipative spesso si trasformano in coercitive. Quanto il comune sentire abbia realmente origine dalle singole personalità, dalla individuale sensibilità, dalla istintiva spontaneità e quanto invece sia da attribuire al reciproco , vicendevole condizionamento, è realmente impossibile da stabilire, senza tralasciare poi l’aspetto più inquietante costituito dall’induzione più o meno costrittiva di idee, fatti, credi, da parte di chi ha fatto del proprio volere un forte potere per condizionare l’altrui libero arbitrio.

Come abbiano avuto origine le credenze popolari, che si perdono nella notte dei tempi, non possiamo al momento sapere, anche se sappiamo benissimo come da superstizioni si siano trasformate progressivamente in vere e proprie fedi.

Un giorno, di un prossimo futuro, sofisticati strumenti antropologici potranno stabilire cosa sia realmente avvenuto nella mente degli uomini primitivi allo stato di natura, quando hanno iniziato a socializzare tra loro, cosa abbia permesso ad un  primo gruppo familiare di confrontarsi con un altro gruppo familiare e socializzare tra loro.

Quale sarà stata la prima reazione, la prima emozione provata, cosa sarà prevalso tra la paura o la perplessità, tra il terrore o il piacere, quale sarà stato il sentire comune di quei nuclei familiari prima di confrontarsi e cosa abbiano poi successivamente elaborato tutti insieme.

Perché in quei primordi, nel perenne confronto tra le necessità personali e quelle del gruppo, nella supposta condizione di pariteticità tra gli esseri, si sarà innescato un meccanismo gerarchico di potere verticale invece di uno sviluppo orizzontale delle capacità individuali di autodeterminarsi.

Quale sarà mai il gene mancante nella mente dell’uomo che lo costringe perennemente ad essere capo o subalterno, carnefice o vittima, soprafattore o soprafatto e a volte tutto questo e tutto insieme concentrati in una sola persona.

Fasi, circostanze, contesti, in cui ci si viene a trovare, fasi e situazioni che si alternano e si ripetono continuamente in modo perpetuo dentro e fuori di noi. Milioni di anni, miliardi di piccoli cambiamenti che ci hanno fatto cambiare, ci hanno resi diversi, ci hanno permesso di camminare in modo eretto, ci hanno permesso di elaborare linguaggi comuni, hanno permesso al nostro cervello di sviluppare sempre maggiori potenzialità, acquisire e incrementare conoscenze, ma di non modificare in alcun modo la necessità o il bisogno di prevaricare o di soggiogare l’altro.

Chissà mai perché il gene della pariteticità, che dovrebbe aiutarci a comprendere le nostre diversità non ha in questi millenni avuto la possibilità di progredire, perché mai l’unica cosa che ci accomuna veramente tutti, il nostro essere irripetibili, non trova rispetto e considerazione da parte dei nostri simili, perché mai è la presunzione di essere sempre e comunque noi il centro del mondo, il centro dell’universo, gli unici detentori del verbo ad avere il sopravvento.

Perché ci deve essere qualcuno che è convinto di avere i presupposti per essere migliore, superiore agli altri, perché ci deve essere qualcuno che è certo che il proprio credo, la propria religione, possa o debba essere migliore o superiore ad un’altra fede, perché mai si debba arrivare ad uccidere chi non ha la nostra stessa credenza e soprattutto farlo in nome di quel Dio che dice di rispettare. Nel tempo l’uomo, nel rapportarsi all’universo, ha iniziato a prendere coscienza della propria reale dimensione, si è reso conto della propria pochezza, mentre ancora nulla è stato capace di fare per rapportarsi a se stesso, al microuniverso che ha dentro e contemporaneamente a quell’immenso universo fatto dal resto dell’umanità che lo circonda.  

Saranno proprio le future conoscenze a dare le risposte necessarie a poter riconsiderare il tutto, a fare in modo che solo la parte migliore dell’essere umano abbia a svilupparsi, affinché con il tempo l’uomo possa certamente divenire diverso da quello che è stato ed è al momento.


Olomouc Repubblica Ceca
25 gennaio 2011

I&f Arte Cultura Attualità “Pensiero dedicato” di Alan Oisrak


È nell’ordine naturale delle cose, lasciare ai propri figli tutto ciò che nel tempo si è saputo accumulare, io non potrò lasciarvi case, gioielli, denaro, non gli ho più e comunque le cose non ci appartengono mai veramente, perché qualcuno potrebbe sempre portarcele via.
Vorrei invece lasciarvi tutto quello che è mio veramente, quello che ho dentro, vorrei lasciarvi tutto l’amore che ho avuto in dono dai miei genitori, e quello che mi hanno insegnato a dare, tutte le mie sconfitte e tutti i miei successi, tutte le mie gioie e tutti i miei dolori.
Vorrei trasmettervi i preziosi valori a mia volta ereditati, i tanti ricordi, le innumerevoli esperienze, tutto gelosamente conservato e raccolto in grandi casse posizionate sugli scaffali della mia memoteca.
Vorrei che conosceste le mie grandi passioni, ben sistemate nei cassetti dell’anima e i tanti amori ben compressi nelle celle del cuore. Passioni, amori, esperienze, valori, ricordi, sono l’unico vero patrimonio che giorno dopo giorno ho saputo trattenere e valorizzare.
Vorrei lasciarvi tutte quelle cose che ho sempre fatto solo con amore e passione e che mi hanno aiutato a crescere perché, come è successo a me, possiate in ogni momento tangibilmente avvertire l’amore che provo per voi, come io ho sempre avvertito quello della mia Mamma e del mio Papà.
Vorrei che portaste dentro di voi questo amore e che costituisse quella forza necessaria per affrontare qualsiasi sfida che la vita vi riserverà e vi possa mettere in grado di superarla, tenendo integra la vostra coscienza, facendo sempre quello che riterrete giusto fare, per non dover mai dire un giorno…“ahh… se avessi ”
Non avere rimpianti significa agire con onestà d’intenti con tutti, ma soprattutto con noi stessi.
Un uomo è tanto più grande quanto più riesce a riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze.
La mia ricchezza è unicamente tutto ciò che ho dentro, quello che mai nessuno è riuscito e mai riuscirà a strapparmi via e che sarà vostra per sempre.
La mia certezza è che anche per voi e per i vostri figli sarà la stessa cosa. E’ questo il patrimonio che voglio lasciarvi e che ho già iniziato a trasferirvi, perché anche per voi è da tempo giunto il momento della ragione.
Olomouc Ceska Republia
28 novembre 2007

Pubblicato da italia&friends su WordPress I&f Arte Cultura Attualità il 6 novembre 2020
https://italiaefriends.wordpress.com/2020/11/06/if-arte-cultura-attualita-pensiero-dedicato-di-alan-oisrak/

“Amare” Alan Oisrak

I&f Arte Cultura Attualità

Credito di immagine https://www.capitolivm.it/societa-romana/scuola-a-roma-preludio-istruzione-pubblica/

“Amare”
di Alan Oisrak
Trasferire le proprie conoscenze per formare nuove coscienze, passare esperienze per fortificare i caratteri, partecipare emozioni, sogni, idee, aspirazioni per stimolare l’intuito, sollecitare l’osservazione, sviluppare le intrinseche potenzialità è difficile, molto difficile e come tutte le cose difficili richiedono la massima attenzione, grande impegno e molto spesso, con la tensione che tutto ciò comporta, anche tanta paura di sbagliare.
La partecipazione del sapere richiede un quotidiano e costante impegno, un onere e un onore a cui non si può e non si deve in alcun caso sottrarre.
Un genitore che non sente il desiderio, l’irrefrenabile necessità di trasferire continuamente le conoscenze acquisite ai propri figli non può dirsi un buon genitore. Un precettore non può dirsi tale se non fa dell’insegnamento il postulato principale della propria vita, trovando il naturale appagamento nel formare coscienze ricche di desiderio di conoscere, piene di stimoli, capaci di sviluppare le grandi potenzialità del pensiero.
Il vero sapere non è la capacità di stivare notevoli quantità di nozioni o conoscere dati e date da poter sciorinare a menadito.
Fare cultura non è inculcare, ma sviluppare, attraverso lo studio, le conoscenze, l’osservazione, la voglia di sapere, la curiosità di conoscere, la possibilità di scoprire cose nuove, l’oltrepassare frontiere, l’esplorare territori sconosciuti e cosi facendo assaporare il supremo piacere di aggiungere qualcosa, anche infinitesimale, a tutto quello che già c’è.
Il sapere non deve mai essere fine a se stesso, ma deve precostituire il presupposto, la condizione inalienabile per elaborare, sviluppare sempre nuove conoscenze. L’uomo libro,
L’uomo enciclopedia, l’uomo dallo sconfinato sapere se usa le proprie conoscenze solo per se stesso rimane un fenomeno da baraccone, capace solo di appagare, con la meraviglia della gente, unicamente il proprio ego.
Non basta sapere, bisogna essere altrettanto capaci di trasferire il proprio sapere e fare in modo che tali conoscenze possano svilupparne sempre di nuove.
Tutti noi, in qualche misura siamo chiamati a svolgere questo affascinante compito, come genitori, insegnanti, professori, precettori, maestri d’arte, capi ufficio, capi reparto, prima o poi, per un breve periodo o per lunghi anni, avremo la responsabilità di passare le nostre conoscenze, potremo farlo per amore, per passione, per missione, per scelta di vita, oppure per obbligo o costrizione, in tutti i casi la responsabilità di formare non potrà essere alienata.
Quanti di noi sono effettivamente in grado di farlo nel migliore dei modi è difficile da stabilire, ma se tutto ciò è di una sconcertante ovvietà, altrettanto sconcertanti sono i danni che si creano quando la presunzione, l’arroganza, l’egocentrismo, la frustrazione, sovraintendono al compito di preparare le coscienze. Capita a volte che le debolezze umane prendano il sopravvento e facciano si che un genitore, magari anche inconsapevolmente, convinto di fare il bene del proprio figlio, lo costringa a privarsi dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, per costringerlo a raggiungere quegli obiettivi che lui stesso avrebbe voluto, ma che non è stato capace di raggiungere.
La trasposizione dei propri desideri mancati nei figli è una delle cose peggiori che un genitore possa fare, ma è purtroppo anche la più diffusa. Privare della possibilità di far realizzare i propri sogni a qualcuno è una cattiveria che diventa veramente aberrante quando questa privazione avviene in nome e per conto di quell’amore così particolare che dovrebbe annientare il proprio sentire a favore dell’interesse supremo, il bene di un figlio.
Il dono più grande che un genitore, che è anche insegnante, precettore e tutore dei propri figli, possa fare per potersi dire veramente un buon genitore, è quello di essere capace di far comprendere ai propri figli quanto sia importante sviluppare la ragione e attraverso questa sviluppare una propria capacità critica che potrà anche portarli ad accettare dogmi e fedi, ma mai per prassi, mai per circostanze, mai e poi mai per passiva accettazione, ma esclusivamente per vera convinzione, per vera condivisione di idee, solo ed esclusivamente per convinta partecipazione.
Compito di un genitore o di chiunque intende condividere il proprio conosciuto è far comprendere che i riferimenti sono una cosa importante, i riferimenti sono il sistema di misurazione del nostro pensare, del nostro agire, a questi dobbiamo continuamente rifarci per confrontare il nostro e l’altrui operato.
I riferimenti sono le pietre miliari del nostro percorso formativo, sono i valori, gli affetti, i ricordi e le esperienze, sono gli insegnamenti, sono i sorrisi e i rimproveri, gli incoraggiamenti e i dinieghi. I riferimenti sono tutto quello che è necessario a farci crescere, a far sviluppare la nostra personale capacità di valutare con attenzione, di analizzare con obiettività, di considerare con oculatezza tutto ciò che ci capita in modo da poter compiere scelte, liberi da condizionamenti, nella piena consapevolezza di ciò che si fa e delle conseguenze che tali scelte comporteranno.
Il nostro sarà un percorso formativo che non finirà comunque mai.

Olomouc Ceska Republica
31 gennaio 2011

Pubblicato da Italia&friends su WordPress I&f Arte Cultura Attualità di un Paese straordinario chiamato Italia

I&f Arte Cultura Attualità “Il Potere” di Riccardo Rescio

Opera di Renato Guttuso


I&f Arte Cultura Attualità
“Il Potere”
di Riccardo Rescio
Il potere, nelle sue tante subdole, perverse, palesi e occulte, ampie e variegate forme, è quella componente che la quasi totalità delle persone ritiene endogena, intrinseca, radicata, dell’indole umana, talmente stratificata da renderla inalienabile. Ma ci possono essere anche altre diverse via per la comprensione della sua genesi e del suo evolversi. Il pensiero, come la fantasia, è risaputo non hanno fortunatamente limiti, ma limiti, grandi limiti, sono riscontrabili nella capacità di discernimento di quelli che per egoismo, fede, ideologia, interesse, usano le proprie valenze, il loro tempo, le proprie competenze, in modo paranoico per cercare di annientare i propri simili ritenuti inferiori, esercitando contro di loro, in ogni forma e in ogni modo, il piccolo o grande potere che hanno a disposizione. Il più delle volte questo fare è riscontrabile anche nelle menti di chi, a torto o a ragione, si sente inferiore e fa di tutto per distruggere fisicamente e psicologicamente chi viene percepito come più bravo, più bello, più capace, più intelligente e che, in virtù di quel più, gode di ammirazione, stima, considerazione e quanto altro, dal resto del mondo che hanno intorno. Pertanto, nell’ambito dell’esercizio del libero pensiero, si potrebbe anche ritenere che sia proprio l’invidia il primo anello, della forte catena della umana debolezza. Anello che si manifesta, ad una attenta osservazione genitoriale, fin dai primissimi anni di vita e che se non individuato e isolato in tempo, inevitabilmente, da inizio al processo formativo di quella perversa catena che imprigiona in una insaziabile sete di potere le menti di alcuni e il fare di molti. Il germe dell’invidia nasce e si sviluppa nei pensieri dei più fragili e deboli, ed è proprio li che trova la condizione ideale per crescere. L’invidia è una condizione che prescindere dalle specifiche capacità individuali possedute, che possono portare a ricoprire ruoli, importanti e di prestigio, con mansioni professionali di rilievo, che implicano elevati, specifici, quozienti intellettivi, come  ancora le capacità di esercitare mestieri di precisione o essere altrettanto bravi nelle Arti, negli sport. L’invidia è presente trasversalmente, nelle menti più deboli e vulnerabili di tutto lo scibile umano, comprese quelle di chi si sente superiore a tutto e a tutti.  Indipendentemente dal grado di cultura nozionistica che possano aver acquisito attraverso gli studi, che hanno permesso loro di immagazzinare solo nozioni, senza essere stati stimolati all’esercizio necessario per sviluppare idee e concetti, indispensabili condizioni utili a stimolare e sviluppare la capacità critica. Questi individui trovano la paradossale compensazione, alla patologica perenne sofferenza psicologica di cui soffrono, nell’incontrollabile desiderio di possedere ciò che ritengono che gli altri abbiano in più, oppure in un eccesso di megalomania far credere, coercitivamente agli altri, di avere ciò che in realtà non hanno e mai avranno. I complessi di inferiorità o di superiorità costituiscono la coltura ideale dell’invidia, dove questa patologia, in un lento progressivo processo cresce e si sviluppa in modo abnorme, nutrendosi senza mai saziarsi di quel potere che ricercano continuamente. È il bisogno di supremazia di alcuni su tutto e tutti, la condizione per loro necessaria per tentare di dar pace a quella povera mente insana che ospita l’invidia e da questa è governata. L’osservazione dei comportamenti umani nel corso dei secoli, la personale e altrui esperienza, non può che confermare tale assunto. La storia e piena di uomini e di donne, più o meno importanti, detentori di piccoli o grandi poteri o di semplici padri padroni, che hanno condizionato e determinato eventi poco edificanti nella loro stessa vita e prodotto immani tragedie in quella degli altri. Comportamenti non dettati dalla ragione ma da quella malsana incapacità di accettare l’altrui successo, l’altrui capacità, l’altrui bellezza, l’altrui benessere, o ancora dalla perversa follia di ritenersi migliori e superiori agli altri, fino a compiere atti estremi che hanno causato la propria e l’altrui distruzione. Tutti noi, o quasi, in qualche misura paghiamo i nostri errori, tutti noi chi più chi meno, chi prima chi poi, ci troviamo a fare i conti con ciò che abbiamo fatto, per scelta o per costrizione. La nostra stessa vita viene condizionata, ridimensionata, limitata a livello interiore personale o sociale da quell’elementare nozione da tutti conosciuta come responsabilità, ma dalla maggior parte, sopratutto a livello pubblico elusa in modo disdicevole. Molta, tanta strada c’é ancora da fare perché questo elementare concetto sia fatto effettivamente proprio da parte di tutti e da tutti accettato e rispettato. La consapevolezza che ogni atto, azione, comportamento, perpetrato comporta una conseguenza, è il presupposto essenziale, inalienabile, nel processo di sviluppo delle coscienze. Quello che è davvero intollerabile è che ci sia qualcuno, che sia o si ritenga al di sopra delle norme che regolano la vita civile, ma ancora più intollerabile è l’atteggiamento di chi per interesse personale o ottusità, o per puro disinteresse accetta, tollera e giustifica, l’invidia, la sete di potere, la mancanza di responsabilità, del potente di turno, ritenendo tali comportamenti come elementi inalienabili del pensare e dell’agire degli esseri umani. Se vogliamo veramente un mondo migliore, non ci dobbiamo accontentare di fare solo sfoggio di trita retorica, parlando di amore, rispetto, considerazione, altruismo e solidarietà, dobbiamo fare piccoli, personali, gesti quotidiani per poter essere i primi artefici di quel cambiamento che desideriamo vedere realizzato intorno a noi.

Riccardo Rescio
Firenze 4 novembre 2020

“Maestro” di Riccardo Rescio


La Storia, è quella determinante componente formativa che insegna, educa, traccia, indica, la strada da percorrere, purtroppo non tutti apprendono la apprendono in egual misura e percorrono nel giusto senso, la strada da lei indicata. La Storia riferisce, a volte sussurrando, altre volte gridando, che la continuità di qualsivoglia singolo aspetto della vita che stiamo vivendo è a lei imputabile. La Storia ci testimonia inconfutabilmente che ogni impercettibile passo in avanti, non è altro che il risultato dell’insieme dei passi precedenti. La Storia ancora suggerisce, indicandoci quale pietra utilizzare e come sovrapporla ad altra pietra, quale mattone su altro mattone, concetto a concetto, additando l’errore su errore da evitare per poter realizzare quel terrapieno da lastricate, per costruire la sicura via da percorrere. Terrapieno e lastricato fatto nei secoli da tutto il bene e  purtroppo tutto il male perpetrato dagli esseri umani. Questa è la Storia, non il naturale corso degli eventi, ma ciò che l’uomo ha voluto che fosse, perché se attentamente studiata, compresa, acquisita, non solo nelle date e nei luoghi, ma nelle motivazioni che l’hanno determinata, non ci sarebbe il ciclico ripetersi degli stessi errori e orrori. Ma affinché un nuovo percorso venga realizzato tenendo conto solo del buono e del bene è necessario creare e consolidare sempre più una memoria collettiva, di cui siamo deficitari, che purtroppo non abbiamo e che non vogliamo avere, perché ci è difficile ammettere la reale fragilità che come singoli esseri umani ci caratterizza, continuando ostinatamente a negarla a noi stessi, tendiamo continuamente a prevaricare e sovrastare il nostro simile, per sentirci potenti e invincibili, anche se l’oggettiva realtà conferma che solo nel rapporto sociale l’uomo trova la possibilità di sopravvivenza. Invece di cercare nella relazione di uno scambievole mutuo soccorso, ci scanniamo per un tozzo di pane, quando potremmo condividere il superfluo, che nascondiamo o che solo non vediamo. Continuando assurdamente ad investire tutte le nostre migliori risorse per ottenere strumenti di attacco e di offesa sempre più sofisticati, per strappare ciò che serve all’altrui esistenza, invece di impegnare le conoscenze acquisite nella difesa dalle vere minacce che ciclicamente si abbattono sulla terra. Terremoti, inondazioni, malattie, pandemie, costituiscono la vera minaccia alla sopravvivenza umana, che continuiamo a considerare come fenomeni straordinari e imprevedibili, che è quanto di più falso e ipocrita si possa mai affermare e perverso accreditare. Se avessimo rispetto per chi la Storia ha contribuito a farla, non fosse altro per averne vissuto il suo perpetrarsi, forse le cose potrebbero prendere un diverso corso. La trasmissione e la cognizione del sapere è l’unica condizione utile a rendere l’uomo migliore, per proteggerlo dalle catastrofi e dalle malattie. La trasmissione delle conoscenze che non deve essere fatta solo da dati e date, ma da concetti che sviluppano le singole capacità critiche, che ci immunizzerebbero da essere condizionati da imbonitori, che con sembianze sempre diverse,  ciclicamente si presentano sulla scena della Storia, promettendo panacee risolutive, che non si potranno mai verificare. Abbiamo invece necessità e bisogno di quella continuità indispensabile al progredire che solo i Maestri del Sapere, della Conoscenza, del Fare, del Pensare, dell’Inventare, dello Scrivere, del Dipingere, dello Scolpire, del Recitare, del Cantare, del Raccontare e del Formare, possono trasmetterci, senza Maestri che tramandano conoscenza tutto finisce. Sono gli anziani i nostri Maestri, sono quelle persone che, in virtù delle cognizioni e delle esperienze acquisite nel tempo, risultano capaci, competenti e all’altezza di contribuire, in tutto o in parte, alla preparazione o formazione altrui. Il rispetto e la considerazione per gli  anziani è scritto a lettere cubitali nei testi sacri, nei libri di storia, nei testi di filosofia, nelle enciclopedie, nelle costituzioni, nei vocabolari, ripetuto nella retorica da sempre corrente, ma evidentemente non pienamente compreso, tanto meno diffusamente recepito, nel pensare e nel fare quotidiano di molti. Dispensare gratuitamente titoli, da tono, eleva il livello di chi li antepone ai nomi delle persone, e gratifica chi se ne sente destinatario, ma affibbiarli a destra e a manca, senza avere reale consapevolezza di cosa possano mai significare quei titoli, è un esercizio vuoto e inutile di piaggeria. Maestro è una parola bella, ricca, evocativa, che racchiuse in sé un’insieme enorme di valori, capacità, esperienze, non si può e non si deve pronunciarla a vanvera.  Attribuiamo il titolo di Maestro a chi lo merita realmente per eloquenza, per stile di Vita, per capacità di fare e insegnare, riconoscere le altrui capacità è cosa buona e giusta, ma soprattutto teniamone di conto quando si tratta di prendere seriamente in considerazione quelle rispettive Maestrie, che con parole e titoli abbiamo osannato. Nei momenti di estrema difficoltà, di massimo bisogno e a queste competenze che dobbiamo fare ricorso, non farle  diventare, inutili, impraticabili, utopistiche, fuori dal tempo, per lasciare spazio alla apparente genialità di alcuni folli, che senza esperienza e ancor meno competenza, non essendolo mai stati allievi e non volendo in alcun modo sentirsi tali, assurgono al ruolo Maestri di sapienza infusa, e incominciano a partorire idee insensate, che tradiscono e rinnegano ciò che è oggettivamente vero e riscontrabile nella Storia. Maestri si diventa, non si nasce, lo si diventa impegnando il proprio tempo ad imparare, sperimentare, investire, cadere e ricominciare, tutte cose che si possono fare durante tutta una vita. Ora come non mai, in questo tempo pandemico, abbiamo bisogno della esperienza degli anziani per poter costruire una società più equa e giusta. Non è mai troppo tardi per iniziare a rimediare al perpetrarsi dei drammi che l’uomo fa contro se stesso e i suoi simili. Se un solo Maestro, negli anni 60, con l’ausilio della televisione, che al tempo era il più grande, innovativo, mezzo di comunicazione di massa, riusci con esperienza, abilità e competenza a far prendere la licenza elementare a quasi mezzo di italiani, con il bagaglio di conoscenza dei nostri anziani e i moderni e diffusi mezzi di interconnessione, potremmo far prendere la coscienza elementare a milioni di Italiani.  Tutti noi non dobbiamo ricominciare, perpetreremmo gli stessi errori, dobbiamo cambiare modo di pensare e di agire, di osservare e capire, dobbiamo cambiare visuali e prospettive, iniziando a comprendere che il senso vero della vita non è la distruzione, ma la socializzazione. Ora più che mai, abbiamo bisogno di Maestri Manzi che possano trasmettere scienza e conoscenza, maestria e competenza, capacità ed esperienza, abbiamo bisogno dei nostri anziani.

Alberto Manzi

Alberto Manzi 1924 – 1977 è stato un Docente, Pedagogista, Scrittore e Personaggio Televisivo, noto anche per aver condotto la fortunata trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, per insegnare a leggere e scrivere agli adulti analfabeti Italiani, andata in onda dal 1960 a 1968.

I&f Arte Cultura Attualità ”Per non inaridire” di Riccardo Rescio

Ci sono antiche cassapanche finemente intarsiate, preziosi scrigni tempestati di diamanti, vecchie scatole di legno, barattoli di latta, vasi di vetro e scatole di cartone, dove alcuni di noi conservano piccoli o grandi oggetti, la cui preziosità è in funzione del ricordo a cui sono inevitabilmente legati. I ricordi, sono un complesso di fatti e situazioni che ci hanno visto nel tempo, attori protagonisti, comprimari, comparse o semplici spettatori, di un personale o collettivo vissuto. Ebbene noi non siamo altro che un eterogeneo impasto formato dall’insieme di fatti e situazioni del nostro essere stati e per ogni attimo che passa diversi, per un ingrediente in più che si aggiunge al composto iniziale, che ovviamente ed inevitabilmente si trasforma e si modifica, in un continuo addivenire. Un piccolo sasso, una foto, una conchiglia, una cartolina, un ciondolo, un biglietto, una lettera d’amore e mille altre cose che possiamo e vogliamo gelosamente custodire, stimolano il ricordo di un momento passato, di un luogo visitato, di una persona amata, di un evento vissuto, giusto e sacrosanto che sia così, oggetti e ricordi che si fondono insieme, diventando inscindibili nella personale memoria, ma se il sapere, il conosciuto, l’esperienza, il vissuto, di ognuno di noi resta altrettanto chiuso, come un prezioso ricordo in qualche contenitore, esce dalla sfera personale, per divenire mero atto egoistico senza senso. Aver visto il mondo, conoscere le scienze matematiche o umanistiche, sapere di arti e di mestieri e non partecipare alcunché ad alcuno, denota aridità d’animo, che nessun ricordo potrà mai innaffiare, anzi saranno propri i ricordi ad inaridire ancor più l’animo di chi non condivide la propria scienza o la sola conoscenza. La condivisione è il più grande atto d’amore che si possa fare a noi stessi e nei confronti di chi amiamo, rispettiamo, consideriamo o che solo semplicemente conosciamo. Se è molto difficile da attuare, se pur giusta e necessaria, la condivisione delle risorse, per un benessere più equo e diffuso, almeno condividiamo il nostro conosciuto, con chi lo ignora o lo ha solo dimenticato, un vicendevole scambio che arricchirà tutti senza impoverire alcuno. Noi di Italia&friends lo facciamo condividendo tutto il bello e il buono a noi conosciuto, cercando di stimolare il maggior numero di persone a fare altrettanto, in fondo non costa niente e fa tanto bene a tutti.

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost

“Che Italia”
Quella Italia che vuole fortemente riconoscere “La Forza delle Donne”, di tutte le Donne del mondo, perché la vera essenza della forza delle Donne è tutt’altra cosa dalla capacità di spingere, alzare o sopportare pesi.
La forza delle Donne è una cosa molto diversa dalla mera capacità fisica, è la determinante facoltà di vedere al di là dell’immediato, è la forza di creare progetti, è la costanza e la determinazione per realizzarli.
La grande rivoluzione che le Donne possono e devono fare, per migliorare il mondo, è quella di prendere il mondo per le corna, in prima persona, senza mediazione alcuna, assumendo i ruoli, le mansioni e le posizioni che meritano, per quello che sono e per quello che valgono e per quello che vogliono, senza alcun tipo di esclusione.
Complimenti a tutte le Donne che hanno avuto, hanno e avranno il coraggio di palesare il disagio della discriminazione, inaccettabilità dell’esclusione, l’assurdità della emarginazione, in tutti i campi e in tutti i settori, del lavoro, del divertimento e dello sport.
Viva le Donne capaci di fare, viva gli uomini capaci di capire.

“Natalia Goncharova”
tra Gauguin, Matisse e Picasso.
Mostra a Palazzo Strozzi Firenze
dal 28 settembre 2019 al 12 gennaio 2020
http://www.palazzostrozzi.org
#tuttoilbelloeilbuonoce #alcentrodellabellezza

“Genova, la nostra seconda casa” di Paolo Perreca

All’età di sei anni, da Torino, mia città natale, scesi con la mia Famiglia nella loro terra d’origine.
Passando da Lavagna, a San Salvatore dei Fieschi, nell’entroterra Ligure e successivamente a Chiavari.
Terra di Mare, Collina e Montagne, panorami spettacolari al pari di mete oltreoceano.
La Riviera di Levante, da Portofino a Sestri Levante, con la Baia del Silenzio.
Cibo, Arte, Cultura e Storia, fu una delle Repubbliche Marinare e non solo per Colombo, ma per i suoi Sapori i Profumi a volte acri, per il suo Porto e i Carruggi come ben in Poesia la descrive De Andrè.
Genova la nostra seconda Madre, un ideale , un bel sogno qualche mugugno e alcuni Belin.
Le friggitorie di Sotto Ripa, la Farinata e a Megiü Fugassa au Mundu.
Luogo di Viaggiatori e di Stanziali, che ovunque vadano o no, mani man, piuttosto che niente, la portano con se come fosse una vecchia valigia che non li tradisce mai.

Paolo Perreca Chef di Cucina “Il Cibo che unisce le diversita”

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“Ma cos’è il Lampredotto” di Riccardo Rescio

Questa mattina nel Centro Storico di Firenze, in Piazza dei Cimatori, tra la casa di Dante, il Museo di Orsanmichele e Palazzo Vecchio, davanti al Chiosco del Trippaio due studentesse Italiane, non Fiorentine, chiedevano cosa mai fosse il lampredotto.
Questa domanda racchiude il senso di quanta poca attenzione viene data alle innumerevoli tipicità locali , che potrebbero a loro volta concorrere a fare attrattiva.
Chissà se qualche studioso, ricercatore, amante del comparto gastronomico ha mai realizzato uno studio analitico sulle innumerevoli tipicità alimentari delle Terre Uniche, delle 20 regioni d’Italia, oltre naturalmente a quelle tipiche e famose più conosciute, tutte le altre tipicità che molto spesso restano locali e praticamente sconosciute al resto del nostro Paese e di conseguenza del mondo, ma che potrebbero benissimo conquistarsi spazi di notorietà e al contempo dare notorietà ai rispettivi Luoghi di origine.
Se poi esistono tali ricerche e sono state anche pubblicate, sono purtroppo rimaste retaggio di pochi. La non adeguata conoscenza delle peculiarità agroalimentari, che caratterizzano e identificano i nostri Territori, fanno parte integrante della Cultura Popolare del nostro Paese, che tanto concorre a raccontare la Storia d’Italia.
Poiché ogni Luogo di questo straordinario Paese chiamato Italia, ha affascinanti storie da raccontare, squisiti sapori da far assaggiare, bellissimi posti da far vedere e coinvolgenti eventi da far vivere.
Diviene necessario ed indispensabile applicare una semplice metodologia, quella che noi di Italia&friends chiamiamo il “Circolo Virtuoso”, che dove irreversibilmente legare ogni e qualsiasi prodotto, anche non alimentare, ai propri Territori dove sono nati e purtroppo solo localmente consumati.

Il Lampredotto è un piatto della cucina Fiorentina a base di una delle quattro sezioni dello Stomaco dei bovini l’abomaso.
È un tipico piatto povero e il più comune cibo di strada Fiorentino, tutt’oggi molto diffuso nel capoluogo Toscano grazie alla presenza di numerosi chioschi dei cosiddetti “Trippaio e “Lampredottai”, ovvero i venditori di Trippa e Lampredotto, dislocati in diverse zone della città.
Firenze, lunedì 12 ottobre 2020

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“L’alfabeto del Turismo” di Riccardo Rescio

Un gruppo di valenti studiosi ha condotto di recente una importantissima ricerca sulla connessione tra il fenomeno turistico e l’alfabeto.

Credito immagine : https://promozionesalute.ch/padc/principi/commissione-di-esperti.html

Gli scienziati, al termine del loro mandato, sono arrivati alla conclusione che esiste effettivamente una palese connessione e fra i due aspetti analizzati. Infatti nelle espressioni AlfaTuristicoBetiche:1T/Q, 2T/S, 3T/C, 4T/MF, hanno, con metodologia scientifica, enucleato le 4 grandi macro aree, in cui si suddividono i moderni viaggiatori. Gli esperti sono giunti a tali risultati all’unanimità. Senza scendere nei dettagli procedurali complessi che hanno preceduto il risultato finale, possiamo esemplificando dire che, la T, costituisce naturalmente la costante e sta per Turismo, le alte lettere sono invece le variabili, che indicano la tipologia con cui si è scientificamente stabilita l’esatta identificazione di gruppo e la conseguente connessione AlfabeticoTuristica. Era infatti negli intendimenti iniziali degli scienziati, come inalienabile postulato del lavoro di analisi da svolgere, quello di elaborare un processo sistemico che identificasse e suddividesse preventivamente le varie tipologie degli esploratori e dei viaggiatori del terzo millennio. Le formule a cui sono giunti i nostri esperti sono le seguenti : 1T/Q = Turismo di Qualità, 2T/S = Turismo Selettivo, 3T/C = Turismo Colto, 4T/MF = Turismo Mordi e Fuggi, all’autore di quest’ultima definizione gli andrebbe dato il premio Nobel per la creatività, visto che ha reso concreto e ripetibile nello spazio e nel tempo l’enunciato, elevandolo a postulato scientifico. Anche se il Turismo non stanziale è uno dei modi di viaggiare ed esplorare il mondo che da sempre esiste e da sempre convive con tutte le altre forme di Turismo e che per millenni nessuno si era fatto carico di farne motivo di approfondita ricerca scientifica, ma si sa, è risaputo, se non si inventa qualcosa per coprire l’incapacità di affrontare il nuovo, di adattare, menti e strutture, agli inevitabili cambiamenti che il progresso comporta, gli esperti cosa ci stanno a fare. I Postiglioni dediti al trasporto di persone e cose e i gestori delle Stazioni di Posta, al tempo, per fermare l’avanzata della ferrovia, pensando di perdere il proprio lavoro, fecero azioni molto, molto peggiori, per fermare il progresso, invece di intuire che nuove e più importanti opportunità si sarebbero aperte per loro, proprio grazie alla stessa strada ferrata. #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia

“Una panacea non si nega a nessuno” di Riccardo Rescio

Non servono piani, serve la capacità di pianificare, non servono task force che indichino, ma servono capacità che facciano”
Un vecchio adagio popolare recita, “Chi sa fa, chi non sa insegna”.
E giunto il Tempo in cui ognuno di noi prenda consapevolezza della realtà, senza lasciarsi imbonire da venditori di fumo, che fino a qualche tempo, per attirare l’attenzione, gridavano a squarciagola, ora per sopravvivere si sono imposti una radicale metamorfosi, con grande pacatezza, ferma determinazione e paternalistica convinzione, si propongono non per vendere fumo, ma per concedere in comodato d’uso solide panacee per tutti. Rino Gaetano, acuto osservatore della realtà del suo Tempo, nel 1975 cantava “Ma il cielo è sempre più blu” https://youtu.be/sdDikNjpfYY
Riccardo Rescio Italia&friends #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost

“L’impontenza Umana” di Riccardo Rescio

Un ombrello, seppur rosso, non basta. (Opera di Daniela Padelli)

L’impotenza umana è quella condizione ampiamente diffusa, che impedisce all’uomo di comprendere che dovrebbe smettere di innalzare muri, chiudere i porti, armare le frontiere, aumentare i dazi, costruire trincee fisiche e psicologiche. L’impotenza umana è quella grave malattia congenita che pone un limite, un vero e proprio blocco all’intelligenza della sopravvivenza, che occupa un piccolo settore del nostro cervello dedicato alla conservazione e al mantenimento della specie, a differenza del grande spazio, in perenne implementazione dedicato all’intelligenza della distruzione. Una volta debellata l’impotenza umana, prima con la cura e poi con il vaccino, proprio come una qualsiasi altra patologia di massa, saremo finalmente nella condizione di poter comprendere, che quella meravigliosa, straordinaria natura, in cui siamo immersi e di cui siamo parte integrante, che tanto ci offre, ogni tanto purtroppo ora sempre più spesso, sembra voglia riprendersi quel tutto che ci ha concesso. È proprio questo aspetto fenomenologico della natura, a cui tutti noi siamo soggetti, nessuno escluso, che dovremmo imparare a gestire, governare, per prevenire e contenere, le cicliche catastrofi e le immani pandemie. Fenomeni che si ripetono da millenni, più o meno accelerati dall’impotenza umana, che ci ostiniamo a definire variabili, eccezionali, impazzite, quando in realtà costituiscono una drammatica costante, da cui dovremmo imparare a difenderci, rivolgendo alla fenomenalogia naturale la nostra massima attenzione e le nostre maggiori risorse. È necessario farlo tutti insieme, in sintonia, ognuno facendo la propria parte, come può e come sa, perché la natura è inter-razzista e interclassista, non tenendo in alcun conto, origine, lignaggio, status, non esclude niente e nessuno dal suo fare. #tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

“Guerra Interregionale? No grazie” di Vincenzo Parlavecchio

Credito immagine Vincenzo Parlavecchio

Qualche sera fa, in un convivio post cena, tenuto a Tonnarella, in
Provincia di Messina, in Sicilia,
un simpatico signore del nord, almeno quanto lo sono io, precisazione questa utile solo a indicare la provenienza dell’inerlocutore, per poter introdurre il successivo scambio di opinioni, avvenuto tra di noi, adduceva convinto che la Sicilia, a livello gastronomico, offrisse solo ottimi dolci e gelati.
Il campanellino ha cominciato a trillare, ma ero in totale relax e ho atteso paziente che il signore si sfogasse:- vuoi mettere il gorgonzola e la crescenza? Qui che formaggi hanno? (semmai producono); e il culatello e la culaccia? Qui nemmeno sanno cosa sono i salumi; vogliamo parlare dei risotti e dei tortellini? Qui che primi vuoi che preparino; per non parlare dei vini, solo il Piemonte produce il meglio.
Chiedo gentilmente la parola e inizio a elencare le dominazioni succedutesi in Trinacria, così era nota l’Isola prima che si chiamasse Sicilia, che hanno contaminato con ingredienti, cotture e fragranze speziate la cucina tipica Siciliana.
Il confronto sui formaggi l’ho introdotto citando la Provola Basicotana, madre del Caciocavallo Nazionale, il Maiorchino di Novara di Sicilia, il Ragusano e la Ricotta Infornata, tipica del Messinese, giusto per citarne alcuni. Riguardo i salumi è bastato nominare il Maialino dei Nebrodi da cui insaccati sublimi più o meno aromatizzati, la Salsiccia al Finocchietto selvatico, o piccanti che deliziano il palato dei Siciliani.
E che dire del Mare Nostrum che da sempre dona il Pesce Spada, il Tonno e le Sarde per succulenti sughi, ma anche la frittura di Paranza e altro pescato per preparare il Brodetto di Pesce e innaffiare il miglior Cous Cous dell’intera area del Mediterraneo.
E i capperi di Pantelleria, il pistacchio di Bronte, la cipolla di Partanna, il pomodoro Cuore di Bue, la nocciola di Montalbano, le mandorle, le arance, i limoni e i pompelmi dell’Agrumeto d’Italia. Beh riguardo ai vini, onorando i vari Montepulciano, Amarone, Barbera, Nebiolo, Barolo, Chianti, Sassicaia, Brunello di Montalcino, Franciacorta, Valdobbiadene etc. etc. mi sono offerto di accompagnarlo in una visita presso le Cantine Florio di Marsala, su prenotazione ovviamente e con la guida, non bado a spese, del resto la formazione è un aspetto importante, nulla deve essere lasciato al caso.
20 meravigliose Regioni, 20 Microcosmi che irradiano Arte, Storia, Cultura e Tradizioni, tutte con orgoglio e fierezza Territorio Italiano, ecco perché è importante unire l’Italia anziché distinguere classificando.

Vincenzo Parlavecchio
Consulente Commerciale
Igiene e Sanificazione Alimentare.
Membro Onorario della Rappresenta Diplomatica dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends
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“Quando i panni sporchi si lavavano in casa” di Riccardo Rescio

Credito immagine https://startbenessere.com/6-modi-asciugare-panni-casa/

Segreti personali, segreti di famiglia, segreti di congrega, segreti di Stato, insomma tutto ciò che non si doveva sapere, doveva restare nel ristretto ambito del consesso di cui si era parte, perché il renderli pubblici avrebbe comportato vergogna, perdita di credibilità, posizione sociale e persino del lavoro, per questi motivi dovevano restare occultati e assolutamente segreti. Non era certo un bene occultare, comportamenti, atteggiamenti, delitti, coprendo precise responsabilità personali. Altrettanto grave era il non dar luogo a procedere per misfatti compiuti dai delegati di quella comunità che avrebbero dovuto rappresentare e tutelare. Poi, più recentemente, in modo latente e progressivo, si è cominciato a rendere pubblici piccoli e grandi reati, personali, familiari, di confraternita e di Stato, cosa non solo buona, ma sopratutto giusta e necessaria, ma che per assurdo, dato l’aumento esponenzialmente degli stessi e il processo comunicativo sempre più incalzante, si è accreditato nell’immaginario collettivo, che il reiterarsi degli episodi criminali, fosse quasi un fenomeno fisiologico con cui convivere. Si è cominciato quindi a depenalizzare tali comportamenti trasversali, al ruolo, alla mansione, al sesso, alla nazionalità. Un malaffare democratico, che mette tutti sullo stesso piano, dando quasi per scontato e inevitabile che gli uomini in famiglia picchiano le donne, che i ragazzi prendano strade traverse, che i rappresentanti del popolo facciano man bassa su ogni cosa abbia un valore economico. Bisogna fare molta attenzione a non confondere la discrezionalità, la riservatezza, familiare con il favoreggiamento o l’occultamento di piccole e grandi responsabilità civili e penali. Lavare un certo tipo di panni in casa, quelli molto sporchi per intenderci, era un modo di fare sbagliato prima, assurdo e inaccettabile ora. Ciò che mancava e che continua a mancare è quell’elementare concetto che risponde al nome di “Responsabilità” e che dovrebbe costituire un fondamento educativo e comportamentale di ogni essere umano. #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost #cheitalia

Tommaso Sacchi

https://www.iconmagazine.it/eventi/tommaso-sacchi-intervista/

L’interessante intervista rilasciata da Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura, Moda e Design del Comune di Firenze a Icon Magazine.

“Quando le idee sono buone, il successo è assicurato” di Riccardo Rescio
‘Riuscire a coinvolgere nuovi visitatori, anche con pubblicità non convenzionali, mi pare giusto e positivo’, questo pensiero di Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura, Moda e Design del Comune di Firenze, non solo è giusto e positivo, ma perfettamente adeguato ai tempi. Oggi per comunicare non possiamo più usare i piccioni viaggiatori, perché abbiamo un modo più veloce e immediato per farlo. Per partecipare tutto il Bello e il Buono che abbiamo, nelle nostre Terre Uniche, dobbiamo necessariamente utilizzare le opportunità, che la moderna tecnologia, l’interconnessione e i riferimenti a cui guardano milioni di persone, che ci permettono di fare per una sempre migliore, maggiore e più efficace comunicazione.
Complimenti a Tommaso Sacchi, che oltre alla profonda Cultura, unita alla grande passione per l’Arte, ha quella visione realistica dell’oggi e la capacità prospettica del domani, che mette in pratica anche usando gli strumenti più adeguati ed efficaci a disposizione, affinché, come spesso ama ripetere, la Cultura divenga sempre più diffusa, non una esclusiva per colti, ma per un sempre maggiore numero di consapevoli.
Riccardo Rescio per Italia&friends
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“Musei Statali, secondo Eike Schmidt

Schmidt : “Musei Statali possono produrre un miliardo l’anno : vanno resi più imprenditoriali”

https://www.linkedin.com/posts/lubec—lucca-beni-culturali_schmidt-musei-statali-possono-produrre-activity-6703937678632603648-9FMu

“L’ovvio e il banale” di Riccardo Rescio
Se non ci fossero occhi per guardare, orecchie per ascoltare e tatto per constatare la realtà, da cui siamo circondati, tutto avrebbe la sua logica spiegazione, ma visto che la maggior parte delle persone, compresi gli amministratori locali e nazionali, dispongono naturalmente di queste doti, perché allora tutti noi, nessuno escluso, non ci poniamo nella condizione di ascoltare, guardare e toccare, le idee, le sollecitazione e le proposte di chi ha la reale, verificata e riscontrabile, capacità e conoscenza del campo in cui opera.

“Dovremmo tutti riuscire a fare, ciò che non è più possibile procrastinare”
https://italiaefriends.wordpress.com/2020/06/24/dovremmo-tutti-riuscire-a-fare-cio-che-non-e-piu-possibile-procrastinare-di-riccardo-rescio/
Riccardo Rescio per Italia&friends

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“Immagina di essere nato nel 1900”

Post su Linkedin di Giovanni Tavaglione

https://www.linkedin.com/posts/giovanni-tavaglione-4656188_immagina-di-esser-nato-nel-1900-quando-hai-activity-6702666518318092288-yQxg

Credito immagine : https://m.facebook.com/1900official/about/?ref=page_internal&mt_nav=0

Giovanni Tavaglione,
complimenti, se del suo post, se ne facesse un folderino, da distribuire, nelle scuole, nelle università, negli uffici, in discoteca, sarebbe cosa buona e giusta per stimolare, genitori, docenti e allievi a capire di più del nostro recente passato e sopratutto se invece di parlare degli Assiri e i Babilonesi, si iniziasse a insegnare la Storia contemporanea, con coscienza oggettiva, forse, i drammi che ciclicamente si ripetono per la mancata consapevolezza di ciò che veramente vuol dire guerra, forse apprezzeremmo il tanto che abbiamo e in tal modo saremmo più pronti e desiderosi di indirizzare tutte le nostre energie per studiare i terremoti e le inondazioni e tutte le nostre ricerche per prevenire le pandemie, che comunque si ripetono a prescindere dalla volontà degli uomini.

Riccardo Rescio per Italia&friends

“Dammi un nemico e ti creo un esercito” di Riccardo Rescio

Credito immagine : http://www.latelanera.com/mostri-creature-leggendarie/creatura-leggendaria.asp?id=142

La Storia dell’uomo è lunga, ma la sua evoluzione lenta molto, molto, lenta. Dai tempi dello stato di natura ad oggi ciò che unisce maggiormente le masse è avere una entità a cui attribuire colpe e responsabilità, un nemico da colpire, per placare la sensazione di aver subito un torto, spesso solo presunto o per una supposta necessità di sopravvivenza. Pretesti sempre farciti di retorica, di luoghi comuni, di banalità, di slogan, necessari a fagocitare un popolo contro una minoranza, un nemico da dover colpire, combattere, eliminare. Lo sanno bene i capi popolo, i caporali, i repressi e gli squilibrati, di tutti i tempi, che riescono a trasformare le proprie paure, repressioni e angosce, in nevrosi collettive, liberando dal proprio essere il Minotauro che hanno dentro, per aizzarlo contro un gruppo di persone, di un popolo, un diverso credo, colore politico o dalle diverse sembianze somatiche. Passano i secoli, cambiano i tempi, il progresso corre, la vita sembra diventare meno irta di difficoltà, le malattie trovano contrasti sempre più forti, che ostacolano il loro diffondersi e che ne limitano gli effetti mortali, ma nonostante questo, la voglia di trovare un nemico su cui riversare le proprie insoddisfazioni, personali e collettive, è sempre latente. Nonostante i drammi causati dalle guerre, in generale l’uomo non conserva memoria dell’immenso dolore, delle immani distruzioni, degli insanabili dolori, ma è sempre pronto ad abbeverarsi alla fonte di quell’acqua che gli viene fatta credere potabile e miracolosa, ma che potabile e miracolosa non è, e mai potrà esserlo. Non ci sono streghe da perseguire, battaglie o guerre giuste, da combare, non ce ne sono mai state e mai ce ne saranno. La vera evoluzione dell’essere umano ci sarà solo quando tutti noi, non con la forza, ma con la cultura, la conoscenza, con la capacità critica, con il confronto, inizieremo a capire, valutare e sopratutto imparare a difenderci da chi vuole continuare a farci credere che la nostra sopravvivenza, il nostro benessere, dipende esclusivamente dall’annientamento di quel pericoloso nemico che ci viene propinato al momento. Smettiamo di essere condottieri agguerriti di un esercito imbonito e circuito, a cui viene fatto credere qualcosa che non ci sarà mai e che combatte e muore unicamente per soddisfare le megalomanie del capo popolo di turno, ma al contempo smettiamo anche di essere un gregge di pecore ammansite, custodite da pastori e controllate dai cani.

#ierioggidomani

“La Terra è Donna” di Antonio Pistillo

Maria Francesca Di Martino

Di solito, quando parliamo di agricoltura siamo portati a immaginare Lavoratori e Imprenditori Agricoli sempre e solo Uomini, ma nel panorama Agronomico italiano sono da sempre le Donne ad avere, come presenza e importanza quella molteplicità di ruoli, che le rendono indispensabili, una presenza spesso fatta di duro lavoro nei campi e ora sempre più spesso di sempre maggiore rilievo nella gestione e conduzione dalle Aziende Agroalimentari, Vitivinicole di produzione e di trasformazione dei prodotti della Terra. Sono per nostra fortuna tante, estremamente capaci e competenti, le imprenditrici Donne in questo strategico e determinante settore di sviluppo del nostro Paese. La potenziale meravigliosa sagacia delle Donne trova nella nostra ampia e variegata Agricoltura, la possibilità di mettere in pratica tutte quelle prerogative tipiche che da sempre caratterizzano la forza delle Donne. Quel Cuore e quell’Anima, messo da parte da un distorto modo di concepire il progresso che ha fatto perdere quella strada maestra che la natura da millenni indica con tempi e regole precise, di cui solo le donne possono geneticamente e psicologicamente mantenere e trasmettere. Oggi vogliamo presentarvi la Dottoressa Maria Francesca Di Martino, un classico esempio di capacità, competenza e determinazione, una imprenditrice dall’eclatante intuito, ingegno e visione prospettica, che con la sua Famiglia ha messo su Le Aziende Agricole Di Martino.

Aziende Agricole Di Martino  https://www.schinosa.it/

Link Intervista di Antonio Pistillo :
https://youtu.be/h2FGAHOd_3Y


Aziende Agricole Di Martino – Frantoio Chinosa
https://www.ilfattoresociale.it/index.php?route=product/seller/info&seller_id=61

Anche su Top Food
https://www.topfooditaly.net/aziende-agricole-di-martino/?v=2a47ad90f2ae

Antonio Pistillo Project Manager servizi Top Food Italy, Ambasciatore dei Saperi e Sapori di Puglia per Italia&friends

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost #cheitalia

“Tredici palmi di emancipazione” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità

Credito immagine : https://it.m.wikipedia.org/wiki/Fiat_Nuova_500L

La fine della seconda guerra mondiale in Europa avviene con la resa della Germania nazista, nelle battaglie finali del teatro di guerra europeo, che ebbero luogo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1945.
Dodici anni dopo, nel nostro Paese, l’Italia, viene prodotta e commercializzata la cosa, l’oggetto del desiderio quasi possibile, che segnerà il cambio di passo nel modo di sentirsi e di essere delle nostre Genti. Quella cosa lunga circa 13 palmi, con altezza 6 palmi e altrettanti di larghezza, che si muoveva su quattro ruote, con un motore di cilindrata di 497 CM3, omologata per 2 posti, ma dove ci si entrava anche in 5, era la Fiat 500
Il mitico Cinquino, l’automobile super utilitaria della FIAT, Fabbrica Italiana Automobili Torino, la casa torinese, che la produrrà dal luglio 1957 all’agosto 1975 e nella versione Giardiniera, fino al 1977.
Milioni di palmi di strada, sono stati percorsi da questa mitica micro vettura, che ha permesso a milioni di Italiani di muoversi in lungo e in largo nel nostro bel Paese, rendendo meno pesante il fenomeno della emigrazione dai luoghi natii a quelli lavorativi. Ogni tanto per tutti noi che c’eravamo, è bello e saggio ricordare e altrettanto utile raccontare a chi non c’era, la forte sensazione nel desiderare un mezzo di locomozione e la grande emozione che dava poterlo avere. Un amarcord di prima mano, non mediato, diretto, che contribuisce a partecipare, a chi quei momenti non li ha vissuti e quelle sensazione non le ha provate, il pretesto e lo stimolo affinché possano apprezzare fino in fondo gli effetti, almeno quelli funzionali, della moderna tecnologia, per popoterle attribuire il valore che merita, senza dimenticare che la vera emancipazione, avviene solo con l’uso appropriato dei moderni mezzi che abbiamo a disposizione.

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza

“Sistema Italia” di Riccardo Rescio

“Il Sistema Italia” non è un modo di dire, ma è un necessario ed indispensabile modo di fare, per poter dare al nostro Paese, l’Italia, un metodo organico, funzionale, efficace che permetta di censire, tutelare, valorizzare e adeguatamente comunicare, tutte le peculiarità che caratterizzano ed identificano le Terre Uniche delle 20 straordinarie Regioni d’Italia. Mutuando la vecchia , ma sempre bellissima canzone di Roberto Murolo, noi di Italia&friends, con la costanza che ci contraddistingue “Tanto dovremo girare, tanto dovremo voltare che il concetto di un Sistema Italia, dal fondo del nostro pensare, fino alla mente di chi deve capire, dovrà arrivare.

Si consiglia l’ascolto della canzone.

Sistema Italia, progetto di Promozione Culturale https://italiaefriends.wordpress.com/2020/04/14/sistema-italia-progetto-di-promozione-culturale-agroalimentare-turistico-territoriale/

Il Sistema Italia sa da fare https://italiaefriends.wordpress.com/2020/03/03/il-sistema-italia-sa-da-fare-di-riccardo-rescio/

Organizzazioni, Associazioni, Istituzioni https://italiaefriends.wordpress.com/2020/01/04/organizzazioni-associazioni-istituzioni-privati-insieme-per-un-forte-marketing-territoriale/

Italia, qui abbiamo un problema https://italiaefriends.wordpress.com/2018/01/22/italia-qui-abbiamo-un-problema/

Roberto Murolo – A’ tazza ‘e cafe’ https://youtu.be/X0F8d7qYE2I

Il Sistema Italia, lo possiamo fare, lo dobbiamo fare, ma bisogna anche volerlo fare. #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost #cheitalia

“La rivoluzione inizia dal Vino”


Rimini 10 agosto 2020
A cosa serve dire che l’Italia sia la maggior produttrice di vino al mondo con la Francia al secondo posto? Cosa serve produrre il 50% del totale di vino in Europa se non si conosce il reale valore del vino?L’Italia è orgogliosa di essere il primo produttore mondiale di vino con 47,5 milioni di ettolitri lo scorso anno, appena davanti alla Francia (42,1 milioni) a cui ha rubato questo titolo nel 2015.
Gran parte viene venduta all’estero, che ha consentito al nostro Paese di raccogliere 6,4 miliardi di euro lo scorso anno contro i 9,8 miliardi della Francia, che resta il primo esportatore in valore e il paese turisticamente più visitato al mondo, che lo utilizza come strumento di comunicazione.
Il vino non è solo un valore di consumo, ha anche una statura storica
importante per il territorio che diventa una motivazione turistica , un
elemento economico strategico. Lo sa bene la Francia, che ha riservato un
trattamento speciale ai produttori di vino prossimi alla nuova
vendemmia, intensificando il sostegno finanziario ai viticoltori dopo il
forte calo della domanda causata dall’emergenza covid-19 e dai dazi
doganali voluti dall’Amministrazione Trump, imposti nell’ambito della
controversia commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti per i
sussidi alle compagnie aeree (Boeing e Airbus) che hanno frenato le
esportazioni. Per liberare le scorte del vino da tavola, la Francia ha favorito
la distillazione, mentre per sostenere il mercato del vino di qualità
giacente nei depositi ha previsto un bonus per difendere le scorte onde
evitare la svendita.
Il vino è un valore trasversale che coinvolge il settore produttivo agricolo
come bevanda popolare, ricopre un ruolo culturale essendo intriso di
storia, è un elemento sociale legato agli eventi degustativi, il vino è
un’importante motivazione turistica enogastronomica, ambientale,
culturale, artistica, creativa.
Il vino fa parte del made in Italy, un fattore spesso sottovalutato, ma di
grande rilevanza nei mercati intercontinentali.
Ristoranti e bar chiusi, feste e matrimoni vietati, per l’emergenza covid, un
intero canale di distribuzione è stato chiuso. Poi gradualmente ha chiuso
l’Europa e oltre Atlantico. L’altro canale, quello della grande
distribuzione, i supermercati, è ancora funzionante, ma non riesce a
compensare le vendite di un canale completamente interrotto. La
situazione internazionale, la crisi sanitaria, il calo delle esportazioni hanno
messo il settore vitivinicolo in grande difficoltà. Per ora l’Italia si è
limitata ad incentivare la vendemmia verde per ridurre la produzione.
A livello regionale la prima regione è il Veneto, seguita
dalla Puglia, dall’Emilia-Romagna e dalla Toscana. La Romagna da sola
produce più del 46% del vino della Regione. La produzione è
rappresentata dall’Enoteca Regionale e dal Consorzio Tutela Vini
unitamente all’Enoturismo.
Nel turismo la Regione Emilia-Romagna predilige il balneare, l’industria
che si occupa di affittare “l’ombra”, che non si riferisce certamente a quella
legata al vino nel Veneto, dove per chiedere un bicchiere di vino in una
qualsiasi osteria si dice «Mi dia un’ombra».
Questo sta a dimostrare 20 anni di ritardo che la Romagna denuncia nel
turismo rispetto al Veneto, che in termini di presenze turistiche
rappresenta la prima in Italia come nella produzione del vino.
Due segnali positivi in controtendenza.Dott. Giacomo Vasumi

Dall’Università di
Bologna, campus di
Rimini, un giovane di
Forlì, Giacomo
Vasumi, ha presentato
la prima tesi nel corso
di laurea in Economia
del Turismo, Scuola di
Economia,
Management e
Statistica, relatore
Massimiliano
Castellani, con questo
titolo:
«Enotourismclub: come
portare il modello
dell’enoturismo in
Romagna».
La Caviro, la più grande cooperativa vitivinicola in Italia, si presenta con
questo messaggio “Qui, dove tutto torna”, perché passato, presente e
futuro, nelle campagne di Romagna vivono in simbiosi, gli stessi vigneti
a monte sono stati coltivati sulle tracce dell’antica centuriazione romana
e racconta il proprio modello di economia circolare, capace di unire gli
obiettivi di sostenibilità economica, sociale e ambientale accanto alla storia
del territorio.
con preghiera di cortese pubblicazione o diffusioneVia Soardi 23 47921 Rimini, Emilia-Romagna

“Carolina Rossi” di Carolina Rossi

Carolina Rossi“Carolina Rossi”
di Carolina Rossi
Carolina Rossi, madre, moglie, piccola imprenditrice, paladina di donne e bambini, Console Onorario di Italia & Friends, scrive sul suo blog, http://www.ilblogdicarolina.com riferimento familiare di un paio di cani e di quattro gatti giunti chissà da dove.
Icona della lunga treccia, la porta da quasi 40 anni, demolitrice di barriere di genere, fan delle maglie in lana cruda quando è libera da impegni, appassionata di golf, premurosa assistente alla Caritas.
Nel suo tempo libero, poco in verità, adora curare le sue piante ed i suoi fiori, legge libri gialli, ama il vino bianco e la cucina (nel senso di assaporarla) La sua famiglia non era agiata, ma questo le ha insegnato l’importanza del duro lavoro e del risparmio, e a volte sono le uniche due cose che una persona può permettersi.
Nata a Cracovia nel 1968 seconda di tre sorelle ed un fratello, di padre polacco e madre danese, vive fra Polonia e Danimarca prima di trasferirsi in Italia per studio.
Roma la vede diligente e timorata studente, alterna l’università al lavoro serale in varie birrerie e ristoranti, condivide un appartamento con altre tre amiche polacche, tutt’oggi le quattro migliori amiche.
Nel 1992 incontra colui che sarebbe diventato ed è rimasto l’uomo della sua vita ed il padre dei suoi figli, ma quanta diffidenza iniziale, poverino.
Nel 1993, anno scandito da una serie di impegni improrogabili, si laurea in economia e commercio, prende la patente, si trasferisce a Torino, si sposa, e poco più di un anno dopo (il matrimonio) da alla luce la prima figlia, Valentina, pensando che un figlio è un dono, ma di doni ne arrivano altri mediamente a cadenza biennale, 1996 Alberto, 1998, Camilla, per Julia bisognerà aspettare fino al 2015 ed entrerà in famiglia con una dichiarazione di affido a 13 anni, la nostra quarta figlia.
Dopo essersi occupata della segreteria e della contabilità dell’azienda di famiglia per circa 20 anni, si trasferisce a Milano ed assume un ruolo rilevante in una multinazionale fino al 2018 anno in cui la nostalgia della famiglia e dei luoghi di origine riappare prepotentemente. La storia della sua famiglia non è particolarmente avvincente.
Nessun antenato si è imbarcato su una nave diretta al nuovo continente, si è visto storpiare il cognome sulla Ellis Island o ha ricevuto un’amnistia dopo essere sfuggito a una dittatura straniera.
La sua famiglia si è semplicemente insediata in questa verde e serena regione, dove ha vissuto felicemente per più di 200 anni.
Non ha perso di vista le sue origini e la magia della loro semplicità, ed è per questo che ha voluto rientrare in Polonia, per sostituire il ruolo della madre prematuramente scomparsa nel 2016 e che ha lasciato alla famiglia un grande vuoto.
Oggi, gestisce con pochi collaboratori the luxury Italy (www.theluxuryitaly.com) un’agenzia di eccellenza di outgoing verso l’Italia delle meraviglie con sede a Cracovia.
Nel 2019 supera grazie ad una incredibile lucidità ed estrema concentrazione una recidiva di tumore al seno (in realtà 6 noduli maligni), ne esce vincitrice ma questo episodio la segna e le pone nuovi obiettivi da raggiungere, promuovere e scrivere di prevenzione e lotta ai tumori femminili a tutte le donne.
Un modo anche per ricordare la sorella maggiore Bogusia prematuramente scomparsa per lo stesso male nel febbraio 2020.
Questa è stata, è, e sarà Carolina Rossi.

Carolina Rossi Imprenditrice, Console Onorario a Cracovia della Rappresenta Diplomatica dei Saperi e Sapori d’Italia, per Italia&friends

Pubblicato da italia&friends su WordPress il 05/08/2020

#tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

“Patrizia Poggi” di Patrizia Poggi

“Patrizia Poggi”
di Patrizia Poggi
Mi sono sempre occupata di arte e cultura con grande passione in luoghi preposti a questa funzione: prima l’Accademia di Belle Arti e poi la Galleria d’Arte “Patrizia Poggi”, ma è stato con Villa Roncuzzi, un albergo, ricavato dalla ristrutturazione di un’antica residenza rurale adagiata nel verde della campagna rigogliosa alle porte di Ravenna che ho scoperto che il turismo è Cultura tutto l’anno….
Villa Roncuzzi conserva ancora la struttura e i materiali tradizionali dell’antica dimora romagnola: spesse mura, travature lignee con murature in pietra e suggestivi archi.
Negli spazi comuni e nella camere, affreschi, sculture, ceramiche, quadri d’autore, arredi d’epoca, mobili di fattura romagnola e di design, che la trasformano in un vero e proprio “albergo della cultura”, fortemente connessa con il territorio.
Ma perché un intervento così “significativo” in una località ben lontana dal concetto di turismo tout court della Romagna? L’idea che ha ispirato tutto il recupero e la valorizzazione è stata quella di attirare il turismo culturale, cioè gli “amanti della conoscenza”.
Un impegno recente è lo sviluppo dell’enoturismo in Romagna.
Insieme ad un esperto di turismo enogastronomico, Alfredo Monterumisi, abbiamo creato a Rimini un’ Associazione di promozione culturale senza scopo di lucro, «Enotourismclub, società di mutuo soccorso all’ospitalità, che si occupa della gestione della prima Ambasciata delle Città del Vino d’Europa.
Grande soddisfazione è stata la prima Tesi nel corso di laurea in Economia del Turismo, discussa alla fine di luglio presso l’Università di Bologna, Campus di Rimini, Scuola di Economia, Management e Statistica, presentata da Giacomo Vasumi, relatore Massimiliano Castellani con questo titolo: ENOTOURISM CLUB: COME PORTARE IL MODELLO DELL’ENOTURISMO IN ROMAGNA

Patrizia Poggi
Esperta d’Arte, Gallerista, Proprietaria del Relais Villa Roncuzzi, Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia, per Italia&friends. https://www.villaroncuzzi.it/
https://m.facebook.com/EnotourismClub/
#tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

“Manuela Barbolan” di Manuela Barbolan

“Manuela Barbolan”Manuela Barbolan, trevigiana in viaggio.
Nata nel 1968 sotto il sol leone. Ho frequentato la ragioneria all’Istituto Riccati di Treviso dove ho svolto la professione di commercialista per 15 anni, esercitata con passione ed impegno. Appassionata di sport.
Dallo sci e pattinaggio all’incontro con l’atletica leggera, la corsa e le Maratone per poi ripiegare, per via del ginocchio (oggi con protesi) nel ciclismo. (…Quinto posto alla Maratona di Venezia, settima assoluta, e seconda delle italiane, a Milano nel 2000, alla prima edizione con 2h 48’ nel ciclismo si è piazzata seconda alla Pinarello lunga 200 km…)
Mi piacciono le sfide, la competizione, le vittorie e pure le sconfitte.
L’unica costante della mia vita è stata la corsa. Il tempo è sempre scandito dalle sveglie alle 5 max 6 del mattino. Il cambiamento è il mio nutrimento. Volevo fare la poliziotta in verità ma all’epoca i tempi non erano ancora maturi. Tra il 2011 e il 2012 sono successe tante cose nella mia vita, tanti segnali che non ho potuto ignorare. E arriva un gancio che ho voluto prendere al volo. Mi propongono di andare oltre oceano.
L’idea era di aprire degli uffici per prestare assistenza alle aziende visto il potenziale in essere di quelle terre, eravamo in quattro professionisti provetti imprenditori. Da Casier a San Paolo in un batter d’occhio. Questo luogo geografico ha un mondo di possibilità, oltre che di vitalità, gente sorridente che vive con 300 euro al mese. Ma dopo un anno e mezzo i tre avventurieri rientrano in Italia ed io resto.
Sola ho iniziato a frequentare la parrocchia!
Una terra il Brasile dove la Fede è ancora molto radicata.
Ci vado tutti i giorni per imparare il portoghese. E poi….?
“Un giorno vado dal prete e gli propongo di insegnare l’italiano. Ogni giorno cresceva il numero dei partecipanti, arrivando anche ad avere 60 persone nei corsi serali e pomeridiani, frequentati soprattutto dalle signore benestanti del posto.
Si crea un gruppo, molti amici, tutti affascinati dal mito italiano della buona tavola. Iniziano a chiedermi delle ricette della mia terra. Così la sera telefonavo a mamma per farmi dare i procedimenti per fare il ragù, gli gnocchi, la pasta fatta in casa…, io mica mi ero cimentata mai con la cucina, a parte vedere cucinare la mamma e la nonna”.
Dunque alla frequente domanda, Manuela vieni a casa nostra a cucinare? Rispondo di sì senza esitare un attimo.
Fu così che la cosa iniziò a farsi interessante. Il passo successivo è stato il reperimento delle materie prime per realizzare i piatti italiani in terra straniera. Mica così semplice.
“Nei supermercati di base trovavo principalmente prodotti locali.
Nel quartiere più chic sono riuscita a trovare marche italiane tra cui Riso Acquerello, Pasta Rustichella d’Abruzzo, Caviar Giaveri, Fabbri, olio EVO e Collitali, Isolabio ecc ecc
Fotografo gli scaffali.
E nasce l’idea.
“Inizio a mandare mail alle case produttrici italiane che dicevano più o meno così: “buongiorno sono Manuela Barbolan , sono italiana e vivo in Brasile avete bisogno di una ambasciatrice che promuova i vostri prodotti qui?”. Ed ecco come si è aperta la mia nuova professione, creata su misura per me, per la città che mi ha prontamente accolta e per la mia patria. Inizia una collaborazione con Enit, l’Ente Italiano per il Turismo, Eataly ed altre aziende. I miei post su Linkedin arrivano a 120 mila like. I video su YouTube. Facebook. Ora i miei desideri sono l’America coast to coast. E poi vorrei avere un ristorante tutto mio, con piante per ossigenare corpo e anima, un ambiente informale, ma di classe ed eleganza, con piatti che rispecchiano la nostra cucina italiana e la nostra immensa ricchezza Enogastronomia, dove saranno le persone a propormi le loro ricette per arricchire il menù.
Prodotti ed eccellenze italiane
Piatti tradizionali, semplici ma anche sofisticati e ricercati, che rispecchiano le tradizioni con un pizzico di innovazione.
Ora faccio la figlia, un ruolo difficile, dalle enormi soddisfazioni. Semplice o difficile, prendere e partire, cambiare terra e vita?
È semplicissimo, basta seguire il flusso degli eventi ogni qualvolta che si intraprende qualcosa di nuovo.
Ora sto scrivendo un libro, nel frattempo mi alleno senza sosta per la maratona di Venezia o Firenze. Italia&Friends??? Mi dà emozioni, carica, energia e mi fa sentire italiana. E desiderosa di fare dell’Italia il Paese delle Meraviglie.

Manuela Barbolan Commercialista, Maratoneta, Atleta, Esperta di Cucina, Divilgatrice delle Eccellenze Italiane, Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends
#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia https://instagram.com/manugastronomiaitaliana?igshid=1lb04eif1ezrahttps://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3429902703728179&id=100001254482577&sfnsn=scwspmo&extid=6ffHGtKWyoA3f0bG

“Muriella Frisiero” di Muriella Frisiero

“Muriella Frisiero”
di Muriella Frisiero

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Tre figli, una laurea in Lingue e Letterature Straniere a Ca’ Foscari Venezia,
la specializzazione in Comunicazione e Marketing, il brevetto come istruttrice di ginnastica aerobica.
Tanta voglia di viaggiare e di conoscere cose nuove, per poi tornare a casa e riflettere sulla fortuna ed il privilegio che abbiamo noi Italiani per le meraviglie che possediamo.
Sono stata vent’anni in Confindustria Treviso come responsabile delle Relazioni Esterne e i rapporti con gli associati, poi la collaborazione con una società Italo-Svizzera per l’organizzazione di percorsi di formazione, anche residenziali, per imprenditori e manager.
Il tutto condito da una profonda passione, nata da bambina, per Venezia e gli Usi e Costumi della Repubblica Serenissima in tutte le sue sfaccettature.
L’amore e la ricerca delle eccellenze cultural-enogastronomiche del Veneto ne sono state la naturale conseguenza.
Da lì lo stimolo ad approfondire gli stessi argomenti per tutta l’Italia e la voglia di divulgarli ovunque fosse possibile.
Poi la creazione del progetto turistico MyEataly Venezia&Treviso, rivolto a gente curiosa, anche stranieri, che amano esperienze emozionali proposte all’interno delle zone che prediligo e l’affiliazione come Ambasciatrice di Spirito Nuovo Venezia, Salotto veneziano di Arte, Musica, Cultura e Socialità.
Infine la fortuna di avvicinare Italia&Friends e scoprire che posso condividere le mie passioni con persone a me molto simili.
Muriella Frisiero
Founder presso MyEataly Venezia e Treviso, Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends
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“Daniela Padelli” di Daniela Padelli

“Daniela Padelli”
di Daniela Padelli

La mia passione di sempre è l’arte, insinuatasi nella mia vita fin dall’infanzia.
Ho insegnato matematica per più di trent’anni, nel 2009 ho aperto nel rione storico della mia città una galleria d’Arte che è sede di un’Associazione Culturale, collaborando con mia figlia organizziamo eventi Culturali, Mostre, presentazioni di libri.
Quest’attività mi ha permesso di completare il “puzzle” della mia vita interiore unendo professione, affetti familiari con tanta passione per la pittura.
Durante la mia carriera artistica ho sperimentato tutte le tecniche con Artisti che mi hanno istruito e guidata alla ricerca della mia “cifra stilistica”-.
Ho sempre ricercato ciò che mi emoziona, a volte un paesaggio, uno stato d’animo o un pensiero cercando di tradurlo in opera su carta o tela con ogni medium e tecnica possibile.
Ciò che mi preme è suscitare nell’osservatore un “moto dell’anima”, perché possa andare oltre la realtà apparente.

Daniela Padelli
Professoressa di Matematica, Presidente Associazione Culturale SpazioD, Vice Presidente Associazione di Promozione Sociale Assaggia l’Italia Aps, Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia, per Italia&friends.

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#tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

“Elena Tempestini”

“Elena Tempestini”

Scrittrice, Giornalista e Fotografa, Ricercatrice e Scrittrice dei contenuti per siti turistici.
Dai percorsi emozionali ai siti di interesse storico, ama sopratutto indagare la relazione tra passato e presente attraverso la storia, cercando di dare risalto e ordine al caos degli eventi che tessono il nostro oggi.
Attraverso la conoscenza e lo studio delle antiche memorie si possono ripercorre eventi che uniscono figure di maggiore o minore rilevanza per una comprensione dei processi economici, politici, sociali, culturali, nazionali, internazionali e religiosi di tutte le culture. Elena Tempestini ama fotografare , tramite le immagini le piace mettere in risalto i dettagli e veicolare l’attenzione sugli aspetti meno conosciuti.
Collaboratrice di varie testate giornalistiche è nel Comitato Direzionale della rivista “il Governo delle Idee” mensile di Cultura, Economia e Politica.
Presidente di FenDonne, ha tenuto vari convegni sul tema femminile, alcune pubblicazioni per la Regione Toscana e collaborazioni con le Associazioni di categoria.iunt
(Biografia dal sito Elenatempestini.it)


Elena Tempestini Scrittrice, Giornalista e Fotografa, Ricercatrice e Scrittrice dei contenuti per siti turistici. Dai percorsi emozionali ai siti di interesse storico. Console Onorario dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends. #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonocheceConsole

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“Eredità Bardini” di Elena Tempestini

 

“Eredità Bardini”
di Elena Tempestini
Se Bettino Ricasoli definì ” una tazzina di veleno” il divenire Firenze la capitale del nuovo regno d’Italia, non da meno le diatribe sono continuate nei decenni e non per cosa si vuol conservare o cosa debba essere demolito in nome dello sguardo urbanistico futuro, ma anche su facoltose eredità che sono pervenute per grazia divina a Firenze.
Quando Stefano Bardini, antiquario di altissimo livello mondiale, decise di allestire alla fine dell’ ottocento alcune sale del suo palazzo nelle quali esporre arte per invogliarne i suoi clienti all’acquisto, le fece dipingere di una sfumatura di blu profondo, un personale Blu, divenuto blu Bardini.
I pochi (italiani) che ebbero l’occasione di vederlo lo definirono ” un colore da far alleghire i denti” ” un gustaccio da antiquario antiquato”.
Stefano Bardini usò il blu cobalto proprio per far risaltare meglio le opere, avendo una clientela di alto lignaggio mondiale, si era ispirato ai sontuosi palazzi di San Pietroburgo e agli aristocratici russi che vivevano tra Firenze, Pisa e Roma, prendendo a testimonianza il magnifico palazzo blu che si trova sui lungarni di Pisa e che nel 1773 ospito’ il Collegio Imperiale Greco Russo. Ma il colore blu Bardini fu usato anche da Nelie Jacquemart, collezionista e cliente dell’antiquario, che oggi è’ il prestigioso museo parigino che ospita le sculture rinascimentali italiane. colore osteggiato quel blu cobalto, tanto che tutto fu ripristinato color giallo ocra per la felicità di quei fiorentini che vedevano tazze di veleno ovunque.
Stefano Bardini era divenuto uno dei più potenti mercanti d’arte di un mondo che stava cambiando, un mondo che grazie a Firenze capitale, al suo rifacimento e a alla bella società che vi abitava era freneticamente in fermento.
Stefano Bardini, fu uomo di grande fiuto ed intelligenza per gli affari, le sue trattative erano riguardo a Tiziano, Botticelli e Paolo Uccello, i suoi clienti erano il Louvre o l’Hermitage, coloro che amavano l’arte ed erano direttori di Pinacoteche prestigiose si fermavano in città ad ammirare le collezioni, gli storici quali Berenson ed Horne si privilegiavano della sua esperienza, quanto non da meno i clienti collezionisti come Acton, Vanderbilt, Rothschild.
Bardini poteva trovare il pezzo giusto per tutte le richieste, statue, arazzi e dipinti, mobili e tessuti pregiati anche rinascimentali, le città si trasformavano, nasceva la borghesia industriale e moriva l’aristocrazia che vendeva le proprietà, gli ordini religiosi disperdevano le ricchezze accumulate e non di meno il vizio del gioco rovinava antichi patrimoni che mettevano in gioco anche i titoli nobiliari,, un nuovo secolo si era inaugurato e dalle macerie delle trasformazioni urbanistiche di un nuovo regno, di una nuova nazione chiamata Italia, tutto poteva rinascere di bellezza ed arte.
Alla morte di Stefano Bardini, l’immenso patrimonio, che comprendeva ville, palazzi e opere di inestimabile valore, furono lasciate al Comune di Firenze in segno di gratitudine alla rinascimentale città, all’Atene d’Italia che tanto gli aveva dato come uomo.
Ma le tazzine di veleno sono sempre state preparate ad arte, e le guerre e le sottomissioni purtroppo non solo hanno ucciso fisicamente ma spesso anche moralmente.
Con la nascita del fascismo, il Comune si comportò’ da vero ” tombarolo” nei confronti dell’ immenso patrimonio ricevuto in dono, permettendo che chiunque volesse abbellire gli uffici di potere, saccheggiasse a suo piacimento le stanze contenenti tesori nascosti.
Il figlio Ugo, uomo molto introverso ma sensibile ne rimase talmente ferito da escogitare alla sua morte, avvenuta nel 1965 senza eredi, un testamento molto intricato e vendicativo, che ha richiesto 30 anni per permettere allo stato italiano di risolverlo.
Ugo Bardini nominava erede lo stato svizzero, in seconda il Vaticano e solo in terza lo Stato Italiano, precisamente il ministero della pubblica istruzione, con l’obbligo, in caso di accettazione di destinare l’intera somma ricavata dalla vendita di tutti i beni, alla compravendita su territorio mondiale di una o due opere d’arte di eccezionale importanza anteriori al 1600, da destinare successivamente ai musei della città di Firenze.
Ma come poteva essere venduta una intera eredità che comprendeva infiniti pezzi di inestimabile valore? Come potevano essere venduti palazzi ed edifici storici e monumenti italiani? La ” beffa” pensata da Ugo Bardini forse era proprio quella, aspettarsi che lo stato italiano applicasse la legge di tutela e vincolasse l’eredità per non disperdere il patrimonio.
Le strade che si presentavano non potevano essere molte, lasciare l’eredità inutilizzata ed esposta al degrado, oppure eseguire la volontà testamentaria ed acquisire le opere richieste, e valutate in circa 35 miliardi di lire, ma solo dopo questa operazione il patrimonio sarebbe divenuto proprietà dello stato. Ma la divina provvidenza arriva sempre in aiuto agli impavidi sognatori.
Nel 1975 un giovane Antonio Paolucci catalogò l’eredità Bardini, e quale estimatore e studioso della storia dell’arte, amante vero di Firenze aveva il desiderio di impedire la dispersione del più grande patrimonio artistico privato della città di Firenze.
Nel 1995, grazie al governo tecnico di Lamberto Dini, al ruolo di ministro di Paolucci, l’appoggio di Valdo Spini, Sandra Bonsanti e Giovanni Berlinguer, e dall’allora Presidente della Commissione Cultura alla Camera, Vittorio Sgarbi, si ottenne il miracolo, con il decreto numero 120 del 6 marzo 1996, furono stanziati i soldi per acquisire le opere e districare l’eredità Bardini.
Antonio Paolucci, ministro dei beni culturali istituì’ una commissione composta da Cristina Acidini, ( soprintendente beni artistici e storici Firenze) Evelina Borea, ( ufficio centrale beni culturali ministero) Marco Chiarini ( direttore galleria Palatina Firenze), per individuare le opere da comprare sul mercato internazionale. Il tempo a disposizione non era molto, il governo Dini era un governo tecnico e come tale, temporaneo, bisognava portare a termine l’intricata situazione per il bene di tutti.
Cercare di acquistare opere per 35 miliardi di lire fece sicuramente rumore in tutto il mondo, collezionisti internazionali si mossero sia in occidente che in oriente, proposte arrivarono da antiquari, da galleristi,, da privati e mercanti pubblici, diciamo che la cifra destinata all’acquisto era di notevole entità , ma nonostante ciò trovare opere del prezzo di 15/16 miliardi l’una non era cosa semplice. Altro nodo e altro paradosso, fu lo stemma di Donatello, facente parte della collezione Martelli che era purtroppo giunto legato con una eredità all’arcivescovado che comprendeva anche il palazzo Martelli.
Ma ancora una volta chi ama Firenze ed è’ protetto dalla divina provvidenza giunse in aiuto a dipanare i nuovi nodi, l’avvocato Raffaele Torricelli, uomo di legge ma attivo da decenni nel sociale e nell’arte, Gianni Conti che aveva ricoperto il ruolo di assessore alla cultura e alle belle arti, e tutti i personaggi che gravitavano da anni nel mondo della cultura e dell’arte fiorentina, coloro che da trenta anni vedevano tenute al buio opere meravigliose di inestimabile valore.
Finalmente vennero scelti due pannelli su tavola di Antonello da Messina, perfettamente restaurati, raffiguranti una Vergine con Bambino incoronata da angeli, e un San Giovanni Evangelista.
Finalmente l’eredità Bardini avrebbe potuto essere ammirata da tutto il mondo, visitata dai fiorentini come patrimonio della città. Grazie alla convenzione con l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze , e alla costituzione della fondazione Bardini – Peyron, l’ Ente ha disposto dodici miliardi per lavori di restauro e ripristino della villa e del meraviglioso giardino Bardini, giardino romantico all’italiana con parco di quattro ettari situato sulla collina di Belvedere, adiacente a Boboli, oggi aperto al pubblico.
E’ Stupendo poter ammirare il lago, la cascata adiacente alla Kaffehaus gemella di quella che si trova nel giardino di Pitti, la grotta sottostante e la vista panoramica spettacolare su Firenze.
Dopo anni nuovamente la storia si ripresenta, ancora una tazzina di veleno? Forse no, perché nonostante i fumi velenosi che si crearono durante le ricerche di acquisto delle opere da destinare ai musei fiorentini, e per lo stanziamento dei 35 miliardi da parte del governo, le forze e l’impegno avuto nel dipanare i fili di questa immensa eredità oggi sono visibili nella bellezza delle ristrutturazioni avvenute, e nel aver creato all’interno di esse il museo Annigoni, il museo Roberto Capucci e le mostre internazionali che si susseguono durante l’anno con visite al giardino.
Oggi si ripresenta l’attenzione all’ eredità Bardini, alle due tavole di Antonello da Messina acquistate nel 1996, che facevano parte di un polittico che l’artista aveva dipinto per la chiesa di San Giacomo a Caltagirone, la tavola con il San Benedetto fu acquistata dal professor Zeri della Regione Lombardia nel 1995, ed esposta al Castello Sforzesco dove si trova ancora oggi.
Il professor Vittorio Sgarbi, insieme al ministro Franceschini e al direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali, hanno portato avanti il desiderio di ricomporre il trittico,sperando in una serena conclusione, grazie all’esposizione di Expo 2015 le tavole potrebbero essere ricomposte ed esposte a palazzo Bagatti Valsecchi, e successivamente esposte complete a Firenze per 20 anni, in cambio gli Uffizi cederanno la Madonna con Bambino di Vincenzo Foppa, pittore lombardo.
Chissà se tra le ombre e i nodi di ormai decenni i Bardini saranno felici, chissà se i fiorentini apprezzeranno ciò che è’ stato fatto per accrescere la città donandole quattro ettari di bosco, giardino, orto e frutteto sopra le antiche mura medioevali, se il restauro sapiente di antiche opere restituite al patrimonio cittadino e il restauro totale del museo che dona una chiave di lettura dell’arte rinascimentale Fiorentina, racchiusa in un oasi sconosciuta del cuore cittadino, non sarà vista come l’ennesima tazzina di veleno del Bettino Ricasoli, ma come una opportunità di valorizzare un patrimonio inestimabile donato alla città di firenze da chi ha amato veramente la sua arte e ciò che rappresenta nel mondo.
Elena Tempestini Scrittrice, Giornalista e Fotografa, Ricercatrice e Scrittrice dei contenuti per siti turistici. Dai percorsi emozionali ai siti di interesse storico. Console Onorario dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends. #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece

“Salvatore, Shoemaker of Dreams”, un film di Luca Guadagnino, fuori Concorso alla 77^ Mostra del Cinema di Venezia.

Credito immagine : https://d.repubblica.it/moda/2020/06/02/foto/salvatore_ferragamo_storia_scarpe_con_il_tacco-4738078/1/

“Salvatore, Shoemaker of Dreams”, un film di Luca Guadagnino
Tutto ha inizio nel 2017, dalla lettura di Luca Guadagnino dell’autobiografia del calzolaio e imprenditore italiano, Salvatore Ferragamo. Ispirato dalla lettura della avvincente vita di Salvatore, Guadagnino decide di contattare la famiglia Ferragamo che gli apre le porte degli archivi del marchio, concedendo interviste, partecipando aneddoti, informazioni e le ultime preziose testimonianze di Wanda Miletti, moglie di Salvatore.
Per tre anni la Fondazione e il Museo Salvatore Ferragamo hanno lavorato a fianco del Regista e della Sceneggiatrice Dana Thomas, mettendo a disposizione diverse competenze e conoscenze di carattere storico.
Una particolare rilevanza rivestono nel film le registrazioni della voce di Salvatore Ferragamo, che narra alcuni capitoli della sua autobiografia e le interviste radiofoniche rilasciate in Australia, tutte restaurate per l’occasione.
“È con grande emozione – afferma Ferruccio Ferragamo – che abbiamo appreso la notizia che il film, sulla vita di mio padre, sarà presentato al prossimo Festival di Venezia.
È un onore per me e per la mia famiglia tutta che un autore come Luca Guadagnino si sia appassionato alla nostra storia familiare trasformandola in un racconto per il grande schermo”.
Un’opera quella di Guadagnino che marca il percorso artistico, umano e imprenditoriale di Salvatore Ferragamo, tra l’Italia e l’America, due mondi tra loro diversissimi, ma anche fortemente interconnessi.
Un lungo itinerario che ha inizio in Campania, la sua Terra d’origine, per arrivare negli Stati Uniti, da apprendista ciabattino a Napoli a proprietario dell’Hollywood Boot Shop in California.
Poi il grande ritorno in Italia e la scelta di vivere e lavorare a Firenze.
L’avvincente storia dell’abile artigianato divenuto imprenditore di successo, magistralmente rappresentata da Guadagnino, che ci partecipa una vita ricca di genio e intuito e tanta Arte.
Riccardo Rescio
#tuttoilbelloeilbuonochece
http://www.ferragamo.com

“Spiegare, per non dimenticare” di Riccardo Rescio

“Spiegare, per non dimenticare”
di Riccardo Rescio
Non dare mai niente per scontato, spiegare, far capire, rendere partecipi dei sacrifici anche estremi, che Donne e Uomini, delle istituzioni e normali cittadini, hanno patito, in mome di ideologie aberranti, come sono aberranti tutte le ideologie.

https://youtu.be/LdffRZuNYQw
Le date fissano momenti, i più diversi e svariati, che molti di noi amano ricordare, festeggiare, onorare, questo è buono e bello, ma anche necessario affinché ciò che nel tempo è stato rimanga nella memoria dei singoli e delle collettività.
Date e dati, gioia e delizia degli studenti di tutti i tempi, anniversari e ricorrenze, obbligatorie per le istituzioni, consuetudini da praticare in famiglia, con gli amici, nel lavoro, per piacere o per calcolo opportunistico.
Ecco che compleanni, onomastici, ricorrenze, divengono riferimenti temporali di cui dobbiamo conservare il necessario ricordo.
Ma la sola celebrazione o festeggiamento, senza la consapevolezza del profondo significato legato a quelle date, è solo un rituale convenzionale, che paradossalmente tradisce il valore intrinseco che quell’evento ha determinato, nella sfera personale o in quella di una determinata collettività.
La Storia purtroppo è sempre disponibile a pezzi sparsi, suddivisa un po’ tra chi l’ha realmente vissuta, un po’ tra chi volutamente la travisa e solo un po nei reperti oggettivi, inconfutabili, difficilmente utilizzabili a fini di Parte. Si perché la Storia, quella con la lettera maiuscola, viene usata spesso a fini di parte, quando addirittura non la si insegna per niente, o quando la si partecipa solo parzialmente e ancora quando invece la si travisa volutamente.
In attesa che il racconto dei fatti accaduti venga partecipato nel modo giusto, per non dover subire passivamente l’oggi, dobbiamo, andarceli a cercare questi pezzi di Storia sparsi. Le date sono senza dubbio cronologicamente importanti, ma divengono momenti determinanti nella formazione, solo se accompagnate dal costante, perpetuo, insegnamento che quelle stesse date vogliono ricordare, ma ancor più importante sono le Donne e gli uomini che quegli avvenimenti hanno concorso a determinare.
Per tutti i giorni che verranno alle Donne e gli Uomini di ieri va il nostro commosso ricordo e il grande rispetto, alle persone di oggi, che continuano a combattere giorno dopo giorno una battaglia di Legalità e di emancipazione, non dobbiamo mai far mai mancare il sostegno e l’approvazione che meritano.
Non bastano più le parole formali, le espressioni di circostanza, le citazioni opportunistiche del momento, occorrono, azioni, comportamenti, riconoscimenti sostanziali. Le ricorrenze sono giornate della Memoria, anniversari per non dimenticare gli orrori e le aberrazioni dell’animo umano, poiché ogni momento di rapporto e di confronto con i nostri simili è necessario per non ripetere le atrocità commesse, ogni momento e utile per non accettare anche i piccoli segni di intolleranza. “Gli Uomini passano, le Idee restano” #tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

Reale e’ virtuale o virtuale è reale?

Ho sempre pensato che non esistono cattivi strumenti, ma cattivi suonatori. Di tutto, di più La paura, insieme a una impulsiva banalità del pensiero, ha permesso, durante la crescita del Covid, un imbarazzante dilagare di informazioni talvolta false, tal altra contraddittorie, propinate come verità assolute, per diventare fonti di polemiche, rettifiche, precisazioni, io intendevo o non intendevo dire. Ricordate quando nel mese di marzo, grazie a canali digitali e social, un appassionato di videogame, in collegamento dal Giappone dava per certa la soluzione al virus? Raccontava che in Giappone, paese nel quale si trovava, i casi erano pochissimi, grazie all’uso di un semplice farmaco di nome Avigan. Il subdolo messaggio era: “tu cittadino italiano impaurito, perché non chiedi al governo italiano la motivazione per la quale non ti viene somministrato il farmaco; quel medicinale che può bloccare le morti che ogni giorno il telegiornale ti elenca? Ed ecco arrivare le orde dei complottisti, quelli che con la “competenza” della rete, ti fanno sentire un perfetto imbecille che non è informato sul farmaco miracoloso, il quale si scopre poi, che ha alle spalle una sperimentazione a livello mondiale, ma che non convince nessuno scienziato. Abbiamo contestato le influenzar di Instagram, (che, ad onor del vero, si sono attivate nel giro di poche ore per usare la loro popolarità al fine di raccogliere donazioni dirette, per la creazione di posti letto in rianimazione) per ritrovarci sullo stesso piano, virologi, infettivologi, epidemiologi che, balzando di trasmissione in trasmissione, hanno hanno detto di tutto e il contrario di tutto. O così è apEccoci qua, siamo entrati ufficialmente nell’estate e la voglia di lasciarci alle spalle le fasi 1,2,3 della pandemia si fa sentire in tutto il nostro quotidiano. Abitiamo in un villaggio globale, facciamo uso del mondo digitale come spazio nel quale la realtà si riproduce attraverso strumenti che raccolgono, elaborano e conservano dati. Per quanto possiamo essere positivi, proprio su quei dati che corrono veloci in rete si basano le imprese, le istituzioni, le aziende pubblicitarie, influenzando nel bene e nel male il nostro inconscio individuale e collettivo e l’economia che produciamo. Quando vi è un’estensione del nostro modo di pensare abituale, come si sta verificando dopo il periodo affrontato, si modifica anche il modo nel quale percepiamo il mondo che ci circonda. Forse non dovremmo più usare la parola “realtà virtuale”, ma ambiente virtuale. Questo ambiente si sta espandendo in modo vertiginoso, trovando la sua forza nella non appartenenza a nessun Governo, a nessuna Istituzione e neppure a un servizio commerciale. È un’indipendenza assoluta che rende la “rete” da un lato un potente linguaggio globale, dall’altro un fattore di anarchia comportamentale. Hparso ai cittadini comuni, creando confusione sui rischi effettivi. Anche la scienza è alla disperata ricerca di visibilità dei media? Siamo arrivati a tralasciare il buon senso, il senso comune per mettere in discussione tutto e tutti? …e l’economia? È un momento estremamente complesso per l’Economia: ma non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che questa materia non è solo un calcolo matematico, che non può essere affrontata con il pensiero lineare che conduce da A a B e non può nemmeno essere orchestrata dalle parole e dai comportamenti poco responsabili, di “professionisti”che scelgono di divenire personaggi pubblici, facendo leva sulla presunzione e su poche competenze.

Non può essere tralasciata la sua complessità, quella che la rende una scienza sociale, che in quanto tale si deve occupare degli individui e delle loro necessità’. Chi sono dunque gli economisti? In questo caso, premetterei le parole del grande scienziato Stephen Hawking: “non esiste qualcosa di assoluto, ma ogni singolo individuo ha una propria personale percezione che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo.” Sarei approssimativa e sopratutto riduttiva se accostassi la figura dell’economista al denaro, alle tasse, alle banche, alle imprese (grandi e piccole), alla disoccupazione, alla chiusura delle fabbriche e a tutti i problemi che scaturiscono dal denaro. Preferisco vedere l’economia come quella scienza che prende in considerazione l’essere umano e i suoi bisogni biologici e psicologici, riuscendo a mantenere certi equilibri tra singoli individui e gruppi sociali. L’economia, come fu definita dal filosofo Mario Rodriguez Cobos, è lo studio del rapporto che intercorre tra le varie unità economiche basandosi su un valore imprescindibile: l’Essere Umano e le sue necessità, tra opzioni, opportunità, scelte, rinunce, condizionamenti, errori. Carlo M. Cipolla, insigne studioso di storia economica, pubblicò negli anni settanta del ventesimo secolo, due piccoli saggi in inglese. L’attenzione era rivolta ai repentini cambiamenti economici, dietro ai quali si nascondono gli uomini, che a loro volta sono mossi dal continuo fluttuare della loro mentalità. I due saggi, sono stati tradotti in molte lingue, solo per ultima in italiano, per essere riuniti nel 1988 in unico libro dal titolo “Allegro ma non troppo”. Cipolla racconta con grande ironia la scarsità del pepe in Europa, dopo la caduta dell’Impero Romano e la fine dei grandi commerci con l’oriente. Il pepe non era una spezia comune, era un potente afrodisiaco. La perdita di questo stimolante e l’abuso del piombo nelle stoviglie e nelle tubazioni dell’acqua portarono all’aumento dell’indice di sterilità nella popolazione romana. L’indebolimento nella riproduzione aprì le porte alle orde barbariche. Anche a causa della mancanza del pepe, Pietro l’Eremita organizzò nel 1096 la prima crociata, per ripristinare i vantaggiosi commerci con l’Oriente. L’idea “ringalluzzì” gli europei e fece da traino all’economia e quindi alla ripopolazione dell’Occidente. Cipolla continua a raccontare con ironica maestria i collegamenti tra il controllo dei vigneti in Francia, una delle maggiori ricchezze reali dell’epoca, la guerra dei cento anni tra Inghilterra e Francia, l’economia della lana, fino la peste del 1348 e la nascita del Rinascimento italiano quale prima rivoluzione dell’età moderna. Un libro ironico di un economista che racconta la storia? Eh no! È qui che arriva la parte divertente delle sue riflessioni. Cipolla, con intelligente leggerezza, elabora una teoria generale della stupidità umana. Gli stupidi ci dice sono un gruppo molto più folto e potente delle maggiori lobby di potere e delle mafie. Questo gruppo non ha un ordinamento, un vertice o statuto, ma riesce ad operare con incredibile efficacia. Egli descrive perfettamente cinque leggi fondamentali della dannosità di questo potente gruppo, al quale tutti di volta in volta apparteniamo: 1. sempre ed inevitabilmente ognuno sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione, 2. la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa,3. una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita, 4. le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore, 5. la persona stupida è il tipo più pericoloso che esista. Ed è con un grafico che Cipolla riassume la sua teoria, con i quattro caratteri/comportamenti dominanti nei quadranti di uno spazio cartesiano: lo Sprovveduto, l’Intelligente, il Bandito e lo Stupido. Lo Stupido non ha elementi di positività.

Ora sarebbe davvero divertente se provassimo a distribuire tra i quattro quadranti i tanti personaggi e comportamenti osservati durante la pandemia, anche nei passaggi intervenuti tra l’una e l’altra categoria. Il personale medico che ha affrontato disarmato, ma con generosità la lotta contro il virus è stato all’inizio un po’ sprovveduto, diventando intelligente quando ha bloccato i contagi che nascevano in ambiente ospedaliero e nel contempo ha imparato a proteggersi meglio. Vantaggioso per sé e per gli altri. Coloro che, speculando, si sono approfittati delle opportunità offerte dalla carenza di strumenti medicali, come le mascherine, appartengono al gruppo di chi ha curato i propri interessi a danno degli altri. Banditi, secondo Cipolla, e nella speranza che siano classificati tali anche dalla Magistratura. Gli stupidi sono quelli che sfidano gli inviti alla cautela con le movide e le altre pratiche sociali ad alto rischio di contagiarsi e di contagiare. Negativi per sé e per gli altri! Quindi la domanda che dovremmo porci è: Gli esseri umani sono capaci di essere obiettivi su se’ stessi e sulle proprie abilità? Da quello che Cipolla ci ha raccontato direi di no. La psicologia e l’effetto Dunning/Kruger. I due psicologi hanno dimostrato che quanto più qualcuno è incompetente su un certo tema o in una certa attività, tanto più crede di essere più bravo di quello che è. Invece i più competenti tendono a “fare i modesti”, sottostimandosi. L’effetto praticamente è che se sei scarso su un certo tema non sai neanche di esserlo. Ed è ancora una volta un economista a spiegare bene l’incapacità che ci contorna, e diciamolo, spesso ci spiazza. Riccardo Puglisi, professore di Economia Politica presso il dipartimento di Scienze Politiche e sociale dell’Università di Pavia, si è occupato spesso di competenze, portando l’attenzione sul dimenticato effetto Dunning/Kruger.

“La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo.

“La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo. “La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo.“La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo.“La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo.“La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo.“La stupidità è al quadrato”, in quanto sei stupido sempre su un certo tema, beninteso, e lo sei talmente da non capire di esserlo.

Dall’altro lato, il fatto che quelli competenti siano modesti si può spiegare in questo modo: costoro ritengono che la bravura degli altri sia paragonabile alla loro e dunque non pensano di essere i migliori. Duning e Kruger mostrano anche che, se ai più bravi fai vedere qualcuno dei compiti fatti dagli altri, quelli bravi capiscono di più e diventano meno modesti, in quanto si rendono conto con chi hanno a che fare. Invece l’incompetenza è una specie di buco nero: se in un esperimento fai vedere ai somari i compiti fatti dai più bravi, i somari continuano a pensare di essere meno somari di quel che sono, perché non riescono a vedere la differenza tra compiti fatti bene e compiti fatti male. Noi vediamo sempre più di frequente queste manifestazioni, sollecitate anche dal rifiuto dei costi per conseguire una vera conoscenza. La condizione della scuola italiana ce lo ricorda spesso e impietosamente. Quindi la domanda da fare è: cosa ci sta succedendo? “Non sappiamo che cosa ci stia succedendo e questo permette ciò che ci sta succedendo”. Non è un gioco di parole, perché se realmente non sappiamo che cosa ci stia succedendo, non potremo mai trovare la soluzione, continueremo a morderci la coda e a ripetere gli stessi errori, dimenticando la regola aurea che “preservare è diabolico”. Trovare una sintesi adeguata tra opposti è una scelta d’intelligenza, per capire meglio ciò che ci potrà succedere, quale conseguenza del Covid. Nella nostra società, tutto è messo in discussione. Stiamo dimenticando che ciò che viene studiato, ideato e costruito dagli uomini, dovrà avere una struttura coerente all’essere umano. Altrimenti la stupidità continuerà ad essere la nostra ombra, i nostri successori troveranno normale manipolare i fatti per adeguarli alle proprie teorie, piuttosto che imparare a comprendere e adattare le teorie ai fatti osservati e vissuti.

Elena Tempestini

Giornalista, Storica, Scrittrice e Fotografa, collabora con diverse testate di Turismo e di Arte. info@fenimpresefirenze.itConsole Onorario dei Saperi e Sapori d’Italia della Rappresenta Diplomatica di Italia&friends #tuttoilbelloeilbuonochece – #cheitalia

“Lettera ai Potenti della Terra” di Riccardo Rescio

Quale re, anteponendo l’interesse generale a quello personale, cederebbe la propria corona, rinunciando volontariamente a onori e gloria, per permettere al suo stesso regno di diventare parte di uno stato più ampio e fiorente e con tale unione poter garantire al proprio popolo un futuro di solida e duratura pace e una sempre maggiore prosperità.
Quale papa, primate, patriarca, metropolita, rabbino e qualsiasi altro capo indiscusso della chiesa che rappresenta, cederebbe il proprio ruolo di guida e unico detentore del verbo, per permettere, con atto di vera fede, l’unione di tutte le religioni in una entità superiore, che le racchiuda tutte e con tale gesto metter fine al paradosso dei paradossi, cioè quello che giustifica e avvalora spesso le guerre religiose, combattute nel nome di Dio.
Quale uomo politico detentore di un qualsiasi potere, piccolo o grande che possa essere, sarebbe disposto a rinunciare alla propria leadership, al ruolo, alla mansione o all’incarico, che gli garantisce comunque più onori che oneri, per iniziare un processo di unificazione di parti, di correnti, di gruppi o fazioni di una stessa ideologia politica, per contribuire a compattare quella stessa area in un comune denominatore di progetti da tutti sottoscrivibili.
Piccoli e grandi potenti, uomini di fede e non, tutti d’accordo nell’affermare di esercitare il potere solo ed esclusivamente per il benessere dei loro fedeli, sudditi o rappresentati.
Una missione, un dovere da compiere nel supremo interesse del popolo, sempre fortemente declamato e continuamente reiterato, tanto da divenire motivo conduttore, colonna sonora, che sottolinea e accompagna da sempre l’esercizio del potere, ma al contempo, in virtù di quel potere,
determinati e mai assolutamente disposti a cedere un solo centimetro di quella terra che ritengano gli appartenga di diritto o un microscopico granello di sabbia di quella esclusiva spiaggia a cui solo a loro è consentito l’accesso.
Paradossi, conosciuti, conclamati e dati per scontati, inalienabili privilegi insiti nella missione, ne dovere da espletare in nome del popolo suddito o sovrano che sia o di quello dei fedeli.
Comportamenti perpetrati esclusivamente per il proprio tornaconto, per lungo tempo tollerati, che trovano pretesto, giustificazione e supporto in tutti quelli che si lasciano abbindolare, nell’illusoria convinzione di essere davvero essi stessi al centro della questione, al centro dell’operato, al centro dei pensieri e delle azioni di chi detiene o vuole raggiungere un potere, temporale o religioso che sia.
La questione sta nel modo di credere, in politica come nella religione, la fede cieca, assoluta, ottusa, intoccabile, incrollabile, quella fede che non prevede dubbi o incertezze, quella fede che disconosce gli altrui credi, quella fede che fa compiere atti, misfatti, genocidi, stragi, che nulla hanno a che vedere con quel Dio che dicono di amare, onorare e rispettare, quella fede è da aborrire, non esiste alcun Dio che indichi come giuste e fattibili una sola di quelle tremende azioni, che purtroppo siamo ormai abituati da millenni a vedere.
Siamo noi, con l’accettazione acritica, senza dubbi ne incertezze, con la nostra fede subita, la fede solo sentita, ma non ascoltata, con la fede che ci è toccata in sorte e non scelta, a contribuire ad accrescere quel potere che annienta l’uomo come entità autonoma pensante, per renderlo mero esecutore del volere di quello stesso potere che, ha, senza riserva alcuna, così fortemente contribuito a incrementare.
Sono convinto che ci sia un Dio per tutti e che ognuno di noi abbia il proprio Dio, ma dovremmo essere noi a sceglierlo, la libertà di culto sta nel poter scegliere quale Dio pregare ed essere liberi di poterlo fare.
Se in politica il gioco delle parti è alla base del contendersi il consenso, nella fede non ci sono né parti né giochi e le contrapposizioni delle religioni, alla ricerca del consenso, sono inaccettabili.
Non c’è un Dio maggiore, non c’è un Dio superiore che dia più benessere allo spirito di un altro Dio.
Noi siamo fragili creature, foglie in una tempesta di sabbia, pregiati cristalli trasportati da una ruspa su un terreno sconnesso, siamo debole carne circondata da un mondo di pietra, abbiamo bisogno di credere, anche perché tanto poco crediamo in noi e siamo così tanto poco creduti.
Siamo fragili nel corpo e nella mente e se il corpo necessita di cure e di attenzioni, di protezione, per salvaguardarsi dalle intemperie della vita, la mente abbisogna di fede, qualsiasi essa sia, per poter trovare rifugio, speranza, pretesto o giustificazione o peggio ancora anche l’assoluzione per tutte le cattive azioni commesse.
La fede è la calda sciarpa di lana pregiata che ci avvolge e ci protegge dalle intemperie della mente.
Il pensiero, che dalla mente scaturisce, è la capacità di produrre evoluzione, il pensiero che sostituisce l’istinto, il pensiero che crea e che distrugge, il pensiero che ci fa vivere o morire, il pensiero senza limiti né confini, quel pensiero, nella sua incontenibile potenza, è esso stesso fragile e vulnerabile.
La fede è un fatto assolutamente soggettivo, è quel bisogno ancestrale dell’uomo di rapportarsi con l’imponderabile, è l’assoluta necessità di credere in una entità superiore, che trascenda dalla materia e al contempo attraverso questa si manifesti, un’entità che possa ascoltarci, che possa aiutarci, che possa cambiarci la sorte, che possa assisterci nella difficoltà, che possa esaudire le speranze e realizzare i sogni.
La fede è un aiuto, un supporto, una giustificazione, un pretesto, una assoluzione e un milione di cose in più, ma non deve sconfinare da noi stessi e dettare ad altri leggi e regolamenti, per condizionarne i comportamenti in nome e per conto del proprio Dio.
La fede è e deve restare un fatto assolutamente personale.
Istituzionalizzare la fede riducendola alla condizione di religione, qualunque essa sia, la rende meno credibile e meno efficace per lo spirito, ma sicuramente molto efficace per creare e supportare il suo potere temporale.
Allora se effettivamente esistono due piani su cui si sviluppa la necessità dell’uomo di credere, una spirituale di pura fede, l’altra pratica di mera osservanza di rituali religiosi, perché non fare il possibile per rendere tutti gli uomini liberi dalla religione e fedeli uniti nel credo, qualunque esso sia.
Se fosse davvero possibile un passo indietro, da parte dei potenti della terra, per il superiore interesse delle proprie e altrui popolazioni, ci piacerebbe credere, che un passo indietro da parte dei capi delle chiese, per il supremo interesse di tutti gli uomini, senza alcuna distinzione di lingua o colore, finalmente uguali nel desiderio di credere in una entità superiore, possa essere altrettanto possibile, se non indispensabile, per la stessa sopravvivenza della specie umana.
Così la mia mente, riflettendo sulla fede, la fede spirituale, la fede universale, genera un ardito pensiero, che mi permette di immaginare una grande costruzione a forma circolare al cui interno possano essere rappresentate tutte le religioni, con un identico spazio assegnato, dove i rispettivi fedeli abbiano la possibilità di pregare il loro Dio, gli uni accanto agli altri, senza differenze né privilegi, nel reciproco rispetto, quel fondamentale rispetto che la condizione di credenti dovrebbe prevedere nei confronti di tutti, anche dei seguaci di altre fedi.
Credo, voglio credere, che sia di fatto la preghiera, con il raccoglimento, l’introspezione, il misticismo, che questo momento comporta, che possa realizzare quel comune denominatore, quella pietra fondante su cui costruire un nuovo modo di praticare la fede.
Una chiesa universale che abbia il suo fondamento e si regga sulla comune preghiera di uomini e donne uguali nel rispetto delle loro diversità di credo.
Solo riconoscendo il valore supremo delle differenze potremo dire di essere entità capaci di utilizzare il pensiero.
Quel pensiero che scaturisce dalla nostra mente, che dovrebbe soprattutto tener conto, sublimandola, anche della fede in cui ci riconosciamo.
Il nostro stesso credo dovrebbe aiutarci a farci vedere sempre più e meglio quanto nefasto e pericoloso sia l’individualismo, l’egoismo, che spesso ci induce a credere di essere gli unici
detentori della vera fede e al contempo e paradossalmente pretendere che tutti gli altri siano uguali a noi, ma solo nel rispettare le nostre insindacabili regole.
Dobbiamo smettere di praticare crociate per convertire gli infedeli in nome e per conto del nostro Dio, ognuno di noi ha il sacrosanto diritto di continuare a credere nel proprio.
Se in politica è necessario e doveroso marcare le differenze fra schieramenti diversi per indurre il popolo a compiere quelle scelte che dovranno appagare le rispettive aspettative, nelle questioni di fede è altrettanto necessario e indispensabile conoscere le differenze che esistono, ma solo e unicamente per individuare quello che in comune queste possono avere.
Solo riconoscendo e rispettando le diversità fra le religioni e avvalorando ciò che in comune hanno si potrà giungere ad una vera unificazione, perché il benessere dello spirito al contrario di quello materiale, non sta nell’appartenere ad una o all’altra fazione o religione, ma nel libero professare i valori in cui si crede senza mai ledere o limitare l’altrui fede.
Se una religione non riconosce tutte le altre ritenendole a se paritetiche, se i rispettivi fedeli non accettano le altrui professioni e manifestazioni di fede, tollerandole e rispettandole, quella religione avrà sicuramente e miseramente fallito la propria missione.
Il concetto di fede è molto difficile da spiegare, perché la fede come il dolore non è universalmente quantificabile, definibile, descrivibile, per ognuno di noi è diverso.
La soglia del dolore, come quella della fede è assolutamente individuale, non esiste uno strumento di misurazione, stabilire quanto si crede o quanto si soffra è soggettivo, solo noi possiamo valutarne l’entità.
Riccardo Rescio #tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

Che Italia
“Quella che, insieme si fa più e meglio”
di Riccardo Rescio
Oggi 23 giugno 2020, nella sede Caritas di via Baracca a Firenze, sono stati consegnati al Banco Alimentare della Toscana e alla Fondazione Solidarietà Caritas, i 54.175 euro raccolti dal progetto “Insieme per chi è in difficoltà”, all’interno della campagna di crowdfunding civico “Firenze per Firenze”, promossa dalla Fondazione CR Firenze e dal Comune di Firenze.Fondazione Caritas e Banco Alimentare,  sono infatti i  beneficiari dei contributi arrivati da 130 donatori e triplicati poi dalla Fondazione CR Firenze.
La raccolta fondi, lanciata lo scorso aprile, era finalizzata a sostenere le due realtà cittadine impegnate a favore dei fiorentini in difficoltà, nelle spese di prima necessità a causa dell’emergenza sanitaria.Erano presenti alla consegna simbolica, davanti alla Mensa della Fondazione Solidarietà Caritas di via Baracca, Gabriele Gori, Direttore Generale di Fondazione CR Firenze, Andrea Vannucci, Assessore alla salute e al welfare del Comune di Firenze, Vincenzo Lucchetti, Presidente di Fondazione Solidarietà Caritas e Leonardo Berni, Presidente di Banco Alimentare della Toscana.Attraverso il sostegno di tanti cittadini, l’impegno del Comune di Firenze e il contributo della Fondazione CR Firenze, che ha triplicato le donazioni ricevute, la distribuzione dei generi di prima necessità, da ora e per i prossimi mesi, è e sarà un essenziale e importante, servizio da offrire a chi ha più bisogno.Il progetto ha confermato quanto una attività congiunta a livello ideativo, progettuale ed esecutivo, possa dare ottimi risultati che non sarebbero stati certamente raggiunti neanche sommando tutto ciò che si sarebbe potuto raccogliere con le singole realtà, tra loro disgiunte.La straordinaria sinergia tra gli attori, il Banco Alimentare della Toscana, la Fondazione Solidarietà Caritas e la Fondazione CR Firenze e il grande impegno profuso dai volontari, sia nella fase di raccolta e quello che continueranno a profondere, per la distribuzione, è stato indubbiamente un banco di prova da riproporre al di fuori della emergenza.Lo slancio dato dei tanti cittadini fiorentini a sostegno di chi in questo momento si trova in difficoltà, è un forte,  concreto, segnale di speranza verso un vero cambiamento di prospettiva, una conferma che solo uniti si possono ottenere importanti risultati.In un momento così difficile, la solidarietà e il volontariato, più forte ed intenso che mai, conferma che, al di là e al di sopra di tutto, la migliore e la maggiore parte delle nostre Genti è molto, ma molto migliore, di quello che alcuni vogliono maldestramente far credere.@FondazioneCRF @comunefi #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma #bastaunpost #cheitalia

“Che Italia”
L’Italia che riconosce le grandi Valenze internazionali e conferisce loro onore e merito.
“Firenze, il Maestro Barenboim e la Musica”
di Riccardo Rescio
Lunedì 22 giugno 2020, nel Salone dei Cinquecento, di Palazzo Vecchio a Firenze, il Rettore Magnifico dell’Università di Firenze Luigi Dei, ha conferito la laurea magistrale honoris causa, in Relazioni Internazionali e Studi Europei, al Maestro Daniel Barenboim, pianista e direttore d’orchestra argentino-israeliano, che tra gli innumerevoli incarichi a livello internazionale è stato anche Direttore della Scala dal 20111 al 2015 e dal 1992 Direttore musicale dell’Opera di Stato di Berlino.
Il prestigioso titolo accademico è stato conferito al Maestro Barenboim, perchè con la musica e attraverso la musica, nella sua lunga e prestigiosa carriera di valentissimo pianista e altrettanto grande Direttore d’orchestra, ha voluto tracciare e accreditare una filosofia tesa alla convivenza tra i singoli individui, popoli e stati, basata sul principio inalienabile del reciproco diritto di esistenza, che le naturali diversità, di ogni singolo individuo, non devono assolutamente in alcun modo ostacolare o inibire.
Tra le innumerevoli iniziative, portate avanti con forte determinazione dal Maestro Barenboim, ricordiamo la “West Eastern Divan Orchestra”, da lui fondata e con la quale ha cercato di costruire un percorso di pace nel Medio Oriente.
Una regola di vita quella indicata dal Maestro, basata sulla capacità di creare sinergie tra le singole Valenze degli orchestrali, che devono al contempo essere capaci di ascoltare e di suonare, per determinare quell’insieme armonico delle singole, personali, diverse capacità, che portano al determinarsi della melodia.
Quella odierna, nella straordinaria cornice del Salone dei Cinquecento, è stato il primo evento pubblico del Comune di Firenze, dopo il forzato fermo dovuto alla pandemia.
Una palpabile emozione e soddisfazione del Sindaco Dario Nardella, anch’egli musicista e valente violinista, che nel fare gli onori di casa, non si è potuto esimere dal partecipare la sua personale gioia di poter conferire, nella sala più bella della casa dei Fiorentini, questo riconoscimento al Maestro Barenboim.
Nel presentare l’evento, alle autorità, agli Ospiti e ai giornalisti, il Rettore Magnifico Luigi Dei, ha voluto sottolineare il difficilissimo momento vissuto e non ancora del tutto superato, dalla stragrande maggioranza dell’umanità e di quanto il messaggio e l’opera intrapresa del Maestro Barenboin possa costituire una strada da perseguire per realizzare un nuovo ordine mondiale, che anteponga il benessere delle persone alla loro reciproca conflittualità.
Dopo quello del Rettore è seguito il saluto del Prof. Luca Mannori, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali e quello del Prof. Fulvio Conti, Presidente della Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, quest’ultimo ha voluto ricordare che la facoltà, prima in Europa e unica per molti anni in Italia, dedicata allo studio delle Scienze Politiche, ha avuto tra i propri allievi, più recenti, Giovanni Sartori, Giovanni Spadolini, Antonio Cassese, Mario Draghi, ed Ezio Tarantelli, trucidato dalle brigate rosse nel 1985, ma il Professor Conti ha anche voluto sottolineare che, in oltre centocinquant’anni di attività, il “Cesare Alfieri”, ha concesso a illustri personaggi di levatura mondiale, solo cinque lauree honoris causa, ad Adriano Olivetti, willy Brant, Jacques Delors, Nelson Mandela, Mary Robinson e oggi a Daniel Barenboim.
Uno straordinario filo rosso lega queste grandi personalità, ed è il loro vero, costante e forte impegno a favore della pace e del dialogo dei popoli.
Una grande personale emozione, che le parole del Maestro Barenboin hanno notevolmente amplificato e che come ex allievo del “Cesare alfieri”, porterò sempre con me.
#tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

Salone dei Cinquecento “La Commissione”

Conferimento della Laurea

Il Maestro Barenboim

La Commissione

Le Autorità e gli Ospiti presenti

Il Maestro Barenboim e il Rettore Luigi Dei

Foto di gruppo

Intervista al Maestro Daniel Barenboin

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia

@dario_nardella @tommasosacchi @unifirenze @comunefi

Credito immagine : https://www.secondowelfare.it/terzo-settore/volontariato/volontariato-in-italia-un-popolo-che-si-impegna-per-una-societa-piu-coesa.html

“Che Italia”
La straordinaria Italia del Volontariato, che molti apprezzano e che alcuni ignorano.
Il volontariato in Italia costituisce un asse determinante di supporto e di integrazione ad una molteplicità aspetti della nostra società. Un insieme di persone di tutte le età che dedicano parte del proprio tempo agli altri. In Italia 6,63 milioni (12,6%) di persone si impegnano gratuitamente per gli altri o per il bene comune: 4,14 milioni (7,9%) degli italiani lo fanno all’interno di organizzazioni e 3 milioni (5,8%) individualmente (dati Istat 2013) Per dati più recenti anno 2019 e approfondimenti vedi https://www.istat.it/it/archivio/volontariato. Fa male constatare che, nonostante la stragrande maggioranza di Italiani comprenda il peso, la rilevante importanza, l’inalienabile presenza delle organizzazioni no profit del terzo settore, ci sia qualcuno che con molta superficialità, un po’ di arroganza, e molta miopia, ritenga che un particolare comparto non abbia bisogno di supporti. Tale supporto non sono mai a detrimento o contenimento o ancor peggio di concorrenza, alle professionalità che spesso ci sono, e che altre volte vengono soltanto millantate.

Per informazione, solo ed esclusivamente per quei pochi che ignorano la consistenza e la valenza del volontariato italiano, alleghiamo un elenco alfabetico parziale delle Organizzazioni no profit Italiane (Fonte Wikipedia)
A
A.V.S. Fratellanza Popolare di Peretola
Anlaids
Associazione Italiana Sclerosi Multipla
Associazione per il Bambino in Ospedale
Associazione San Marcellino
Associazione Volontari Italiani del Sangue
Associazione “Avvocato di strada”
B
Beati i costruttori di pace
BirdLife International
C
Comunità Exodus
E
Emergency
F
Federazione italiana associazioni donatori di sangue
Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia
Federazione Schützen del Welschtirol
Fondazione ANT Italia
G
Gatsby Charitable Foundation
Green Cross Italia
Guardia costiera ausiliaria
H
Pubblica Assistenza Humanitas Firenze
Pubblica Assistenza Humanitas Scandicci
I
Internet amico
INTERSOS
Italia Nostra
L
Lega missionaria studenti
LVIA-Associazione Internazionale Volontari Laici
M
Medici senza frontiere
Mercy Malaysia
Misericordia di Campo di Marte
Movimento Identità Transessuale
N
Nonni civici
O
ONG (Italia)
Operazione Mato Grosso
Organizzazione di beneficenza
P
Confederazione italiana fra le associazioni combattentistiche e partigiane
R
Raspberry Pi Foundation
Royal Society of Musicians
S
Samaritan’s Purse
Schützen (associazioni)
Servizio civile internazionale
Servizio missionario giovani
Slow Food
Società Nazionale di Salvamento
Südtiroler Schützenbund
T
Telefono rosa
Terra Madre
V
Venerabile Confraternita della Misericordia di Rifredi
Venerabile confraternita di Misericordia di Colle di Val d’Elsa
Volkshilfe
W
World Biodiversity Association

Segue a completamento il link sulla Struttura e Profili, sempre del Settore non Profit (Fonte Istat)

https://www.istat.it/it/archivio/volontariato

Padova 2020: “Ricucire l’Italia” con il volontariato di

Ricucire insieme l’Italia”: è questo l’invito che la città di Padova ha lanciato a cittadini e istituzioni durante la presentazione, avvenuta questa mattina a Roma, del suo anno come città europea del volontariato. Fonte : http://www.vita.it/it/article/2020/01/30/padova-2020-ricucire-litalia-con-il-volontariato/153927/ #comunichiamoalmondolitalia #alcentrodellabellezza #cheitalia

“L’Uomo della luce”
C’era una volta in un paese lontano, in un giorno qualunque, un uomo venuto da chissà dove, dalle sembianze che nulla avevano a che fare con quelle degli abitanti di quel paese, persino i suoi modi e il suo parlare lo rendevano completamente diverso da tutti.
Ben vestito, profumato, gentile, garbato, non si poteva non notarlo, tanto da divenire l’argomento degli argomenti.
Tutti parlavano di lui ed ognuno esprimeva una propria idea su chi fosse, da dove venisse e perché mai fosse giunto proprio li.
Quel giorno, da qualunque, divenne davvero speciale, unico, straordinariamente magico.
Cose mai avvenute prendevano forma materializzandosi fra lo stupore di tutti, piccoli falò si accendevano qua e là.
Gente di tutte le età mano nella mano facevano festosi girotondi intorno ai fuochi e a turno sfidando le fiamme ci saltavano sopra esprimendo un desiderio segreto con la ferma speranza di vederlo realizzato se il salto fosse riuscito bene.
Le erbe dei campi circostanti bagnate da abbondante e fresca rugiada erano un trionfo di naturale bellezza.
L’artemisia, la ruta, l’iperico non erano mai state così forti e rigogliose, talmente belle ed invitanti che tutti ne avevano un mazzetto in mano.
Effettivamente proprio tutti sembravano ed in realtà erano pervasi da una strana voglia di divertirsi e di star gli uni con gli altri.
Un giorno straordinario, lunghissimo da sembrare non dover mai finire.
All’indomani quell’uomo che tanto interesse aveva provocato era sparito, dileguato senza lasciare alcuna traccia di sé e per un lungo anno nessuno parlò più di lui, ma magicamente il 21 giugno di ogni anno e per tutti gli anni che sarebbero seguiti e per tutti quelli che verranno l’uomo della luce si ripresenta puntuale e con i suoi modi gentili e garbati riesce a contaminare tutti di voglia di vivere con allegria e serenità questo giorno
Da quel giorno e solo in quel giorno il sole culmina allo Zenit raggiungendo il suo punto più alto segnando l’addio della primavera e l’arrivo della stagione più calda, l’estate.
Questo giorno è conosciuto da tutti come il giorno del solstizio d’estate.

Tratto da “Favole & dintorni” 2010  di Riccardo Rescio
http://lefavolediriccardo.blogspot.com/2017/07/luomo-della-luce.html
Racconto vocale:
https://drive.google.com/file/d/1M5-xIF-7GoPOh99MvYomZrvjLcgT9V21/view?usp=drivesdk https://www.dropbox.com/s/7xbs1jwvtdr6z43/AUD-20200412-WA0016.?dl=0

Fu realmente Turismo, quello studiato, programmato e proposto, negli anni in cui eravamo tutti giovani, belli e con la sensazione di essere pure ricchi, oppure fu solo una improbabile rivisitazione Futurista, che novelli propositori e Pseudo Artisti della programmazione politico/sociale del nostro Paese, hanno tentato e voluto fortemente accreditare, nell’immaginario collettivo. A differenza del Futurismo, che fu movimento Letterario, Culturale, Artistico e Musicale Italiano dell’inizio del XX secolo, che sulle Arti e con le Arti voleva vedere l’egemonia Italica proiettata sul mondo, la mancata capacità di comprendere, da parte dei neo Futuristi, della grande valenza delle attrattive nostrane, ha prodotto e accreditato una presunta capacità di conquista di realtà lontanissime dalle nostre. Ecco che si comincia a considerare come vero Turismo solo quello lontano da casa, suddiviso in due componenti, quello tosto, difficile, impervio, delle imprese ai limiti del possibile, riservato solo alle tempre forti e imbattibili e le proposte di paradisi terrestri per ricchi e per quelli che tali volevano sembrare. Eterogenei flussi di umana italianità mandati alla conquista delle mete più esotiche o più estreme possibili. L’Italia e gli Italiani, noi tutti insomma, al tempo del boom economico, forti di un benessere ormai dato per acquisito e scontato, ci siamo dati alla conquista del mondo, non più con le armi, come agli inizi del 20° secolo, ma con i denari, quelli propri o quelli presi in prestito. Sempre a proposito di politiche sul Turismo nostrano e di mancate visioni realistiche, come di marcati condizionamenti, qualcuno di voi dovrebbe assolutamente ricordare il vorticoso susseguirsi di governi che, al momento del loro insediamento, presentavano la famosa “Piattaforma Programmatica”, un tormentone terminologico con cui si indicava la linea politica di un determinato esecutivo, che altro non era, se non la replica esatta della proposta presentata dal governo precedente. Si potrebbe quindi supporre che le intenzioni indicate, così ripetutamente reiterate, fossero giuste e necessarie, anche se completamente mancanti delle voci, Arte, Cultura, Turismo. Ebbene si, gli intendimenti erano talmente giusti e appropriati, da non presentare alcun punto di debolezza, inattaccabili, anche perché spesso si nota cosa c’è e non ciò che manca. Buone intenzioni, magari anche fattibili, se solo fosse stato concesso a governi e governanti, il tempo per realizzarle, visto che la durata media, di poco più di un anno degli esecutivi, impediva loro, non solo di finire, ma anche di iniziare alcunché. I 63 governi che si sono succeduti in 70 anni, sono da considerarsi realmente troppi. (Fonte : http://www.governo.it/it/i-governi-dal-1943-ad-oggi/i-governi-nelle-legislature/192) Uno dei punti programmatici del Tempo, era l’immancabile voce “Mezzogiorno”,, il termine tanto in voga allora, oggi del tutto fortunatamente scomparso con cui si identificava quella parte di Italia che si estendeva dalla Capitale fino alla Sicilia e la Sardegna, e che voleva sintetizzare le necessità strutturali e sociali che avrebbe dovuto affrontare e risolvere.  Questo particolare modo di dire colpiva l’immaginario  di noi ragazzi che non riuscivamo a comprenderne a pieno il significato, con la conseguente infantile riflessione che ci portava a domandarci, perché mai tutti si accanissero così pervicacemente su questo particolare momento della giornata e perché tutti indistintamente proponevano cose da fare proprio nel mezzo della stessa giornata. Il Mezzogiorno era la questione  di allora che catalizzava fortemente l’interesse e implementava la speranza popolare, almeno di quella parte di Italia, sempre menzionata e mai attenzionata. E’ un po quello che succede oggi per la reiterata affermazione sulla necessità di fare sistema. Quel benedetto “Sistema Italia”, che politici, imprenditori, organizzazioni di categoria, tanto invocano come necessario ed indispensabile, unitamente allo snellimento delle procedure burocratiche che imbrigliano e frenano il sano sviluppo del nostro Paese. Nel frattempo e in attesa che arrivi dal cielo la panacea risolutiva per tutte le diverse esigenze di ora come quelle di allora, di ogni singolo Territorio del nostro Paese, la burocrazia rimane inattaccabile e il Turismo, quello vero, quello che serve al nostro Paese, rimane a languire nelle sue pastoie, in attesa che qualcuno faccia qualcosa. Questo perché, se vi è una costante identificante, che ci accomuna un po tutti, è proprio quella di aspettare che siano sempre gli altri a fare qualcosa. Ma il Turismo è cosa molto seria e come tutte le cose serie va affrontata con decisione, massima attenzione, adeguate competenze e capacità, unitamente ad una forte determinazione e la necessaria visione prospettica. Tutto il resto è aria fritta, che improvvisati friggitori di strada propongono in tutte le salse e i più svariati contorni. #comunichiamoalmondolitalia #Tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #circolovirtuoso #bastaunpost #cheitalia

Credito immagine https://www.google.com/amp/s/www.ttgitalia.com/stories/viaggi_di_marketing/157105_fu-turismo_o_futurismo_cartoline_dalla_rete/amp/

 

 

 

 

Credito immagine : https://us.napster.com/artist/various-artists/album/estate-italiana-anni-60 “Che Italia”, quella delle gite fuori porta e della villeggiatura estiva

Per poter rendere concreto ed efficace l’invito che ci sentiamo spesso ripetere, per fare un “Turismo prossimale o vicinale”, forse sarebbe opportuno spiegare che cosa è, e in cosa consiste, questa nuova tipologia di Turismo, che forse qualcuno, ma solo qualcuno, stenta anche un po’ a capire di cosa effettivamente si tratti, magari pensando che prossimale e vicinale, siano due località, della nostra stupenda Penisola delle Meraviglie, luoghi questi che debbano essere in tutti i modi visitati. Ma il “Turismo Prossimale o vicinale”, in parole povere non è che una rivisitazione terminologica di quel modo di fare vacanza che un tempo, non così troppo lontano, coinvolgeva la stragrande maggioranza degli Italiani che, come mete di svago e riposo, avevano unicamente i Luoghi conosciuti, magari non molto lontani dalla propria residenza. Quel tempo della “gita fuori porta”, come si usava dire, per definire una breve vacanza di poche ore o di un intero lungo giorno di festa o addirittura del fine settimana, quando ancora si chiamava così, e poi la fatidica “villeggiatura”, che invece prevedeva un periodo sicuramente più lungo e quasi sempre coincidente con il mese di agosto. Gite fuori porta o villeggiature che fossero, erano sempre vacanze verso destinazioni rigorosamente entro i confini nazionali, i viaggi quelli definiti tali, erano invece un esclusivo retaggio di persone benestanti o di persone che per motivi o necessità di lavoro erano costrette ad andare all’estero. Ciò che sembrava irrimediabilmente abbandonato, dal nostro immaginario vacanziero e quelle mete a portata di mano ormai dimenticate, lasciate quasi esclusivamente a soli viaggiatori che, conoscendole chissà attraverso quali contorti circuiti informativi e percorrendo anche lunghissime distanze, vengono a scoprire e apprezzare in tutta la loro magnificenza, oggi quello stesso modo di fare vacanza, con mezzi, ricettività e servizi completamente diversi  si cerca giustamente e in tutti  i modi di rivitalizzare. Un necessario ritorno al passato, per poter ridare un po di ossigeno e futuro, alle tante attività pesantemente penalizzate dalla pandemia. Un ritorno al tempo che fu, che ha come contropartita l’opportunità di farci prendere finalmente consapevolezza che non esiste al mondo un Paese più bello e più ricco del nostro, per ampiezza e varietà di attrattive. L’esterofilia, il desiderio di fregiarsi di aver visitato la meta più esotica, quella più lontana o la più in del momento, è stato un atteggiamento, che molti di noi hanno avuto in passato, un fare più da ostentare che da godere effettivamente, complice una distorta considerazione che voleva vedere l’Italia esclusivamente divisa in termini geografico/valutativi/produttivi, che non era vera allora, ne tanto meno risponde a verità oggi.  Complice di tutto questo una mancata informazione e una altrettanto scarsa e non adeguata considerazione e valorizzazione delle innumerevoli Meraviglie che sono riscontrabili in ogni singolo luogo del nostro Paese. Sono le tante attrattive che abbiamo l’opportunità di avere intorno a noi e che ora dobbiamo assolutamente conoscere. Per ovviare e favorire un necessario cambio di prospettiva è improcrastinabile e imprescindibile, un diverso modo di fare Promozione da parte delle Istituzioni preposte. La nostra valorizzazione Turistica non può e non deve esimersi dal considerare tutte le peculiarità che caratterizzano e identificano le Terre Uniche delle 20 straordinarie Regioni d’Italia. Tutte le attrattività, Territoriali, Enogastronomiche, Agroalimentari, Produttive, Artigianali, Artistiche, Culturali, Folcloristiche, devono essere censite, tutelate, valorizzate e costantemente partecipate attraverso una più adeguata comunicazione, che faccia propri i mezzi e modi del moderno divulgare le informazioni. Nell’attesa che questa ovvietà avvenga, ognuno di noi può certamente contribuire a comunicare il proprio conosciuto di Luoghi e Prodotti, unicamente pubblicando le immagini attraverso i propri smartphone e personal computer. Insieme, tutti insieme, solo volendolo e senza costi, potremmo realizzare la più grande campagna promozionale mai fatta in Italia, per l’Italia. Noi della Rappresentanza Diplomatica dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&Friends, lo facciamo costantemente, perché riteniamo che il nostro Paese meriti di essere conosciuto, ancora più e meglio, prima da tutti noi Italiani e poi naturalmente anche dal resto del mondo.

Riccardo Rescio Presidente Assaggia l’Italia ApS Associazione di Promozione Sociale

#tuttoilbelloeilbuonochece #cheitalia #sistemaitalia #nessundorma #bastaunpost

Credito Immagine : https://www.consulenzavincente.it/2013/07/siamo-davvero-tutti-consulenti.html

“Che Italia”

L’Italia delle necessità, l’Italia che ha voglia di fare, l’Italia della nuova consapevolezza. Quelli di noi che hanno raggiunto la maturità, almeno temporale, ricorderanno, nelle strade delle proprie rispettive città, paesi, borghi, rioni, i venditori di pannocchie, arrostite o lesse, come quelli di castagne, gli acquaioli, i venditori di lupini, ebbene tutti questi signori altri non erano che piccolissimi imprenditori che, per espletare il proprio lavoro, oltre al tempo impegnato nel vendere, avevano in comune il presupposto di investire, si proprio l’investimento di piccolissime somme di denaro sonante, proprio o in prestito da amici o parenti, necessario per acquistare quei prodotti che avrebbero poi venduto per strada. Nel caso poi fossero stati loro stessi produttori di ciò che avrebbero messo in vendita, c’è comunque da considerare l’investimento di tempo e fatica per seminarli, curagli, raccoglierli, oltre a sapere esattamente ciò che avrebbero proposto al mercato. Alla base di tutto c’è tempo e fatica, sapere e conoscenza, perché per poter fare, bisogna sapere, avere scienza e conoscenza del piccolo o grande personale progetto d’impresa. La sapienza, l’esperienza, il pratico vissuto personale, dato dallo studio prima e dalla pratica dopo, sono le uniche precondizioni necessarie per poter insegnare, formare, preparare, suggerire, indicare, ad altri come e cosa fare, ecco perché l’insegnamento dovrebbe tornare ad essere prerogativa ed esclusivo retaggio di chi sa cosa vuol dire fare, produrre, realizzare, commerciare. Un tempo questa funzione era delegata ai maestri d’Arte, qualunque essa fosse stata e non solo naturalmente artistica, artigianale. I Maestri del Sapere vero, sperimentato, verificato, sul campo era la logica incontrovertibile che voleva delegare solo ed esclusivamente a chi sapeva, il compito, di formare e indirizzare le conoscenze. Purtroppo da un po’ di tempo si stanno accreditano, complice l’inalienabile funzione evolutiva dei mezzi di comunicazioni di massa, che tantissimi pregi hanno per lo sviluppo sociale, figure di improbabili imbonitori del nulla, che riescono a vedere tonnellate di fumo, proprio a chi da quello stesso fumo vorrebbe liberarsi. Improvvisati consulenti del nulla che, tutto sanno e niente di reale, concreto hanno mai fatto e forse mai faranno nella loro vita. Tra i tanti detti popolari, che tutto dicono e il contrario di tutto propongono, è ricorrente, almeno per me, l’antico adagio che recita, “Chi sa, fa, chi non sa insegna”. Ne consegue che se troppi cuoci guastano la cucina, troppi consulenti guastano il progredire di chi ha bisogno e necessità di supporti seri, credibili, attendibili, per poter realizzare le proprie idee.

#tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma #cheitalia

Credito Immagine : https://www.consulenzavincente.it/2013/07/siamo-davvero-tutti-consulenti.html

Spesso, per un quotidiano che non sempre è chiaro, ho bisogno di aprire a caso le pagine di un libro che tengo sul comodino da più di una vita, diciamo che ci sono cresciuta dai tempi del liceo; “Il Piccolo Principe”.
Ed è fantastico osservare in me, come cambia e si trasforma la mia comprensione delle parole e dei loro concetti. Ciò che credevo semplice da capire, che leggevo come “chiaro”, oggi con il passare del tempo, con l’esperienza e la vita vissuta, ne comprendo le difficoltà, i continui dubbi e le fatiche per rendere le parole una volontà quotidiana.
Ti amo”, disse il piccolo principe.
“Anch’io ti voglio bene”, rispose la rosa.
“Ma non è la stessa cosa” , rispose lui”.
Leggiamo pagine di libri, possiamo capirle, ma spesso non sappiamo o non abbiamo abbastanza conoscenza per comprenderle. Ci proiettiamo nella mente dei film, desiderando che si avverino nella realtà, ma spesso falliscono perché non abbiamo la volontà di seminare, custodire e portare avanti, credendo in loro, i nostri sogni. Una pigrizia dell’anima che ci fa chiedere molto e dare poco, trovando mille alibi per la nostra coscienza. Cresciamo illudendoci che tutto ci debba arrivare dall’alto, pretendiamo, reclamiamo quello che per primi non siamo in grado di saper dare, praticamente viviamo come degli eterni incompresi. C’è solo un’energia in tutti noi che muove il sole e le stelle; dare Amore, considerazione senza un fine. Distribuiamo cuori e belle parole, riempiamo la nostra testa con nozioni emotive di “ti voglio bene” e “ti amo” che nell’essenza dei fatti, spesso sono egoistiche e vuote. Ci lamentiamo che gli altri non ci danno ascolto, senza mai chiederci se noi per primi, ascoltiamo solo per rispondere. Siamo cresciuti che quando vediamo qualcosa che ci piace possiamo comprarlo e possederlo, ma soffochiamo l’istinto di crearlo. Se vediamo un fiore che ci piace, con un gesto lo possiamo cogliere, diventa nostro. Quando realmente desideriamo provare amore, vogliamo veder crescere il fiore, c’è una volontà di piantarlo, di annaffiarlo tutti i giorni, c’è voglia di prendersi cura di lui. È il momento che impariamo che la comprensione, l’amore e la considerazione sono uguali a un fiore, vanno coltivati, prima in se stessi e poi negli altri.
Volere bene è un sentimento inconscio di possesso, è quello che ci fa attaccare alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. Ma quando non siamo ricambiati alle stesse aspettative che proviamo, rimaniamo delusi, rabbiosi e rancorosi, ed è lì che iniziamo a soffrire. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non c’è un fine, un’aspettativa. Quando provi un sentimento di AMORE, desideri vedere felice chi ami, anche se è diverso da te, se le sue scelte e il suo cammino sono diversi dal tuo. È un sentimento completamente disinteressato che genera gioia, non sofferenza.
Gli uomini coltivano 5000 rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano… e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua. Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore, ammoniva il Piccolo Principe.

Elena Tempestini

Giornalista, Storica, Scrittrice e Fotografa, collabora con diverse testate di Turismo e di Arte. info@fenimpresefirenze.it

Console Onorario dei Saperi e Sapori d’Italia della Rappresenta Diplomatica di Italia&friends –   –  #tuttoilbelloeilbuonochece  –  #cheitalia

“Wrestling, se le cantano e se le suonano”
di Riccardo Rescio
Il wrestling è una forma di spettacolo nel quale si combina l’esibizione atletica con quella teatrale, la cui origine risiede negli show di compagnie itineranti in fiere di paese alla fine del XIX secolo. Esso trae spunto dalla lotta libera e dal grappling, con l’aggiunta di prese e manovre che derivano per buona parte da varie arti marziali e dall’uso, talvolta, di armi improvvisate. I protagonisti della disciplina sono atleti professionisti che si affrontano in match predeterminati in cui vince colui che riesce a schienare o sottomettere per primo l’avversario. Il wrestling, in qualunque federazione, consiste in combattimenti simulati e programmati al fine di esaltarne al massimo il lato spettacolare. (Fonte Wikipedia). Ora e solamente per il piacere di fare un fantastico volo pindarico, potremmo immaginare il Parlamento di un qualsiasi Paese, come un ring di un incontro di Wrestling, ipotizzando come atleti i parlamentari di quel parlamento e ancora pensando che questi concorrenti politici abbiano come armi improvvisate da brandire, la questione del giorno, quella che tiene banco al momento, che attira e catalizza l’attenzione dell’uomo comune, come quello di grande cultura, ma schierato e di Parte e con questa fanno finta di confrontarsi aspramente e mettere l’avversario con le spalle a terra. Lo spettacolo della contrapposizione di pesi e di forze politiche, gonfiate a dismisura, dall’uso spropositato di anabolizzanti e sorrette da consensi alterati da una informazione omogeneizzata, assomiglierebbe moltissimo ad un combattimento di Wrestling, dove finti antagonisti, non certo dei veri atleti con reali capacità fisiche, anche evidenti, ma persone qualunque prive di una qualsivoglia specificità, visione o competenza, che fanno finta di cantarsele e di suonarsele di santa ragione, sbraitando, inveendo, minacciano e insultandosi vicendevolmente, ma soprattutto dicendo tutto e il contrario di tutto, con una facilità sconcertante e con l’avallo cieco di chi li segue fideisticamente, concedendogli consenso. Saltimbanchi di compagnie sempre più scalcagnate, che danno quotidiani spettacoli, nelle piazze di un ipotetico Paese, a favore di un pubblico, comunque pagante, al solo scopo di guadagnarsi di che vivere. Uno spettatolo fintamente vero e realmente, tragicamente finto. Senza ombra di dubbio una simile comparazione, che vede il Wrestling, accostato ad un ipotetico Parlamento, è solo ed esclusivamente un puro esercizio di fantasia. Ma volte la fantasia, che non supera mai la realtà, può aiutare a comprendere che le situazioni simulate, tali sono e tali devono restare, senza mai considerarle o addirittura convincersi della loro possibile veridicità. Ogni riferimento a persone esistenti e o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma #bastaunpost

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Credito immagine http://www.unauno.it

Silvia e Flavia sono due giovani stiliste che hanno iniziato un viaggio da Palermo verso Roma a bordo di Vanesso, un camper attrezzato per accogliere clienti che cercheranno lungo le tappe del loro percorso, ma soprattutto per incontrare giovani come loro che sperimentano nuovi modi di lavorare investendo sulla propria creatività e talento.

Un’idea giovane e assolutamente originale quella di andare alla ricerca dei possibili clienti in modo itinerante, e al contempo scoprire e apprezzare le bellezze del nostro meraviglioso Paese.

La prima tappa del viaggio sarà Favara, in provincia di Agrigento.
Perché decidere di fermarsi a Favara?
E’ proprio qui che altri due giovani come loro, Florinda e Andrea, hanno costruito il primo parco turistico culturale della Sicilia. @farmculturalpark

Favara, un paese fra i tanti in Sicilia piegati dall’abusivismo edilizio e dall’incuria delle istituzioni. A differenza di molti altri, però, Favara ha avuto la fortuna di incontrare l’intraprendenza di Florinda e Andrea che dieci anni fa hanno deciso di investire le loro competenze, il loro tempo e la loro passione per riportare energia e vitalità in questa cittadina imbruttita dall’indifferenza.“L’importante è decidere di farlo”, come dicono loro, e il centro storico poco alla volta diventa un parco culturale, museo d’arte contemporanea a cielo aperto, sede di workshop d’architettura e design.
La vittoria più grande è sempre l’esempio, chi semina raccoglie, e gli abitanti partecipano, intervengono, si attivano. Si innescano circoli virtuosi.

La Farm, ora, è un polo d’attrazione mondiale. Favara sta risorgendo.
Andrea e Florinda sono ancora pieni di idee ed energia contagiosa. http://www.farmaculturaloark.comhttp://www.unauno.it

Daniela Padelli, già Docente di Matematica, Artista, Gallerista, Presidente Associazione Culturale SpazioD, Vice Presidente Assaggia l’Italia ApS, Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends #spaziodculturaebellezza #donneavanti #laforzadelledonne #tuttoilbelloeilbuonochece

Il giudizio universale di Michelangelo

Quello che fa perdere credibilità al sistema istituzionale e sociale, siamo in realtà proprio tutti noi, quando ci appelliamo e ostinatamente pretendiamo, sempre dagli altri, la rigorosa osservazione delle norme, riuscendo, anche la dove mancanti, a trovare qualche regolamento a cui appellarci, per non soddisfare le giuste aspettative, per non dare le adeguate risposte, alle richieste ricevute. Di convenzioni, schemi, parametri, norme, procedure, ve ne sono da dare e da serbare, non se ne riscontrano purtroppo altrettante per le domande, le richieste, le aspettative, che orfane di qualsivoglia regolamento che le avalli o le tuteli, restano quasi sempre prive di adeguate, soddisfacenti risposte. I censori delle procedure e delle norme, quando si appellano alla loro “magna carta”, non dimostrano le rispettive personali diligenze o efficienze, ma palesano soltanto la patologica assenza di logica, da cui sono affetti. La stessa mancanza di logica che si riscontra nei tanti censori della forma, parlata o scritta che possa essere. Gli pseudo esperti, critici senza arte né parte, che erigendosi a custodi di un presunto sapere, guardano le virgole e non i concetti espressi. La forma indubbiamente è anche sostanza, ma non dimentichiamo “anche”, che vuole significare che ciò che conta realmente è sempre la sostanza. Se poi i paladini della forma, i detentori del presunto sapere e del non senso, i censori, con piccoli o grandi poteri, in particolari momenti o gravi situazioni, si erigono a riferimento popolare, come detentori del verbo, la loro deprecabilità aumenta in modo esponenziale. Questo perché, nei frangenti di estrema tensione, di grande pericolo, naturale o provocato dalla umana stupidità, emergono alcune interiori, personali, caratteristiche, come la bontà d’animo di molti, che non vergognandosi più del loro essere, trovano la forza e il coraggio di esternarla, al contempo, sempre le stesse cause causano in altri, spesso ristrette minoranze, ma non per questo meno pericolose, il pretesto e la giustificazione per tirar fuori tutta la cattiveria e la perversità che hanno dentro, per aggredire e sopraffare le fragilità diffuse, che inevitabilmente emergono in tali frangenti. Questi esseri spregevoli, avidi, insaziabili, non potranno mai prendere consapevolezza, che il male e le sofferenze inflitte ai propri simili, non potranno mai appagare le bramosie di potere, né attenuare, ne tanto meno guarire, le gravi problematiche patologiche, da cui sono affetti, sono perdenti condannati a vivere nella perenne insoddisfazione. #tuttoilbelloeilbuonochece #nessundorma

“Il Giudizio Universale” di Michelangelo – Credito immagine : https://albertomassazza.wordpress.com/

Ripartire, dividere in parti e partire di nuovo, sono i due significati attribuiti a questa parola, ma dobbiamo effettivamente sottostare a questa logica terminologica che da una parte vuole dividere in parti uguali chissà cosa e dall’altra indicare una continuità operativa, che tale non potrà essere, visto il radicale cambiamento nei comportamenti sociali che la pandemia ha determinato, o è forse più utile usare espressioni che possano più efficacemente dare il vero e profondo significato delle cose e delle situazioni.
Noi abbiamo l’abitudine di usare spesso termini sicuramente ad effetto, ma non assolutamente adeguati.
Il frangente, in cui siamo stati catapultati, non è una guerra e definirla tale svia da una reale consapevolezza di ciò che c’è capitato e da cui non siamo ancora usciti.
No, non siamo in guerra, perlomeno non in quella guerra convenzionale, che conosciamo, che siamo abituati a vedere o solo ad immaginare, noi non siamo in guerra, non si sentono sirene che avvertono incursioni aeree, non ci sono bombardamenti, non ci sono angusti e precari rifugi in cui ripararsi, non ci sono generi di prima necessità contingentati, non ci sono macerie da scavalcare, non ci sono truppe nemiche occupanti da fronteggiare, non ci sono rastrellamenti a cui sfuggire, non c’è assolutamente niente che possa paragonarsi ai quei momenti che, le cronache giornalistiche, i libri di storia, o gli stessi racconti di chi quei drammi li ha personalmente vissuti, potranno mai dare la vera misura delle sofferenze personali e collettive vissute al momento.
No, non siamo in guerra, anche se abbiamo purtroppo tanti, troppi caduti, colpiti a tradimento da questa tremenda pandemia, anche se i nostri ospedali sono stati vicini al collasso, anche se tutti i nostri operatori della sanità hanno pagato un tributo altissimo, questa maledetta pandemia non la possiamo e non la dobbiamo considerare guerra.
Questa è, e resta una stramaledetta epidemia diffusa, ascrivibile nell’elenco dei tanti eventi che sciaguratamente si ripetono in modo ciclico, come i terremoti, le eruzioni, le alluvioni, i maremoti, tutte manifestazioni naturali che l’uomo avrebbe dovuto studiare con la massima attenzione sin dalla notte dei tempi, dedicandogli tutte le possibili risorse, che una atavica, distorta, concezione della vita, ha voluto fossero destinate alla sistematica e sempre più sofisticata distruzione di altri uomini.
Ebbene non essendo quindi una guerra, non dobbiamo rimuovere macerie, non dobbiamo ricostruire, case, fabbriche, chiese, non dobbiamo ripartire, per una sosta forzata, ma dobbiamo cambiare e cambiare radicalmente, modo di vedere, cose da fare, futuro da definire, tutto questo è possibile solo con un cambio di prospettiva, che ci permetta di vedere la realtà, già molto cambiata prima, completamente rivoluzionata dopo dalla pandemia. Cambiamento, è la parola giusta, che non deve restare parola, ma deve necessariamente dare inizio a quel processo evolutivo che permette la sopravvivenza.
“Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento” Charles Darwin
#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma #bastaunpost

Nella foto si percepisce l’esistenza di un nesso fra i fumosi veleni che, fuoriuscendo dalle ciminiere, occupano lo sfondo della città e la crisi personale di Giuliana impersonata dalla bravissima Monica Vitti.

Il cinema, oltre ad essere mezzo di espressione artistica e ad appassionare un pubblico più o meno ampio, costituisce un efficace mezzo di comunicazione e, conseguentemente, di promozione per i luoghi narrati ed i beni architettonici e paesaggistici coinvolti, specialmente quando riesce ad immortalarne e narrarne l’identità culturale.
È stato stimato che ogni film viene visto in media da oltre 100 milioni di persone in tutto il mondo, pertanto non stupisce che la promozione turistica (indiretta) che i film fanno di questi territori porti ad un aumento dei flussi turistici, dando luogo a degli effetti, positivi come anche negativi, che si ripercuotono sulla destinazione, sugli abitanti e sui turisti stessi.
Città, borghi, castelli: i paesaggi più belli d’Italia si sono trasformati spesso in set cinematografici facendo da sfondo ad alcuni dei film che hanno fatto la storia della settima arte e spesso fatto scoprire le bellezze paesaggistiche dell’Italia.
In «Camera con vista», il celebre film di James Ivory del 1986 c’è la splendida e affascinante Firenze dei primi del ‘900, con le sue dolci colline, la campagna di Fiesole, le strade e le piazze che profumano di arte e affascinano i turisti inglesi.
Ne «Il sorpasso» di Dino Risi – Gassman e Trintignant fuggono da una Roma deserta e si spingono fino in Toscana attraversando la costa tirrenica tra la provincia di Livorno e Grosseto, ne “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone “fotografa” la bellezza suggestiva di Toscana, Lazio, Sicilia e Puglia.
Memorabili anche le scene di “Caro diario”: sono passati ventisette anni da quando Nanni Moretti ci portava in giro con la sua vespa per farci scoprire l’architettura della Capitale e i paesaggi delle Eolie.
Girato a Lampedusa, città dai contrasti esplosivi, è “Respiro” di Emanuele Crialese, che ci regala tutta l’arcana bellezza dei luoghi e delle persone del Sud, il road movie “Il padre d’Italia” di Fabio Mollo, mentre attraversa lo Stivale, ci offre il paesaggio da Torino a Reggio Calabria.
La fiction del Commissario Montalbano ha ridisegnato la mappa della meravigliosa Sicilia.
Ravenna fu il set del film di Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, che vinse il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1964 come miglior film.
Il grande regista di Ferrara, ci porta a osservare da vicino il rapporto arte/vita-pittura/fotografia. Al centro lo scenario industriale di Ravenna, i veri alberi sono le ciminiere, i silos. Nel buio della notte, alla luce dei proiettori, una scena surreale: uno stuolo di esseri umani al lavoro, al freddo, coperti di vernice bianca dalla testa ai piedi. Perché, quel bianco, «in technicolor sarebbe risultato grigio, come il cielo di quei giorni o come la nebbia o come il cemento». La fabbrica, del resto, ne è certo, Antonioni «prima o poi finirà per rendere gli alberi oggetti antiquati, come i cavalli!». Navigando sul web mi sono imbattuta nel bellissimo sito “Luoghi di celluloide”, sottotitolo luoghi fra le location cinematografiche più belle. Eleonora Guzzo Architetto e storica dell’arte con sede nella magnifica Toscana, con la sua équipe ci propongono di volta in volta nuove mete da scoprire o rileggere con occhi diversi e tanti suggerimenti su location inedite e preziose. Ecco Ravenna, set di Deserto Rosso nel bellissimo articolo e reportage di Eleonora Guzzo Architetto nei luoghi che ospitarono le riprese del film e le bellissime immagini di Massimiliano Orazi:

https://luoghidicelluloide.wordpress.com/?fbclid=IwAR0m8BndU_7MC6NSZdDgNmnQ_VvvJFtegn3tnYG22ZBkidWq96_B7eATCzY

grazie Eleonora Guzzo Architetto

Patrizia Poggi

Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia della Rappresenta Diplomatica di Italia&friends – Proprietaria dell’Hotel Relais Villa Roncuzzi – Russi Ravenna http://www.villaroncuzzi.it
#tuttoilbelloeilbuonochece
#sistemaitalia
#nessundorma

Il germe della follia perversa, si insinua lentamente, è una singola patologia, ma molto velocemente diviene collettiva, epidemica, provocando pandemie fra tutte le persone, con scarse difese immunitarie. La Storia insegna, purtroppo non a tutti in egual misura.

Guarda “Alessandro Barbero – Come scoppiano le guerre (27-04-2020)” su YouTube

Oggi l’Italia è come questa margherita…. Un piccolo fiore che rinasce nonostante la terra arida…. Arida d’acqua…

La Bellezza della vita, sta nella forza di un fiore, che malgrado tutto riesce a nascere. Il perdurare di questo momento critico e lo sbandamento che ha determinato, non ci hanno permesso di curare la nostra Italia come avrebbe meritato, la sua fertile terra è inaridita, ma come Margherita nel deserto saprà rigenerarsi più bella, più forte, più attraente che mai.
Sta a tutti noi aver buona cura, massima attenzione e da bravi contadini, con sapienza e pazienza, prendere sempre maggiore coscienza che è la terra su cui camminiamo che ci sostiene in tutti i sensi, poiché ogni cosa ha origine dalla terra e la nostra stessa sopravvivenza dipende da come sapremo amarla e rispettarla. L’Italia è un Paese straordinario, la terra che calpestiano e che ci ha visto nascere, ha ora bisogno di noi, dimostriamole riconoscenza, dissetiamola, curiamola, offriamole attenzione e impegno, tornerà a darci ciò che ci ha sempre dato.
Facciamolo tutti insieme, nessuno escluso, facciamolo con Maturità, Intelligenza, Amore, Condivisione. Insieme dobbiamo costruire, forti degli errori del passato e con una diversa prospettiva, una nuova Nazione, dove tutti noi avremo finalmente acquisito la piena consapevolezza dell’immenso, straordinario, incommensurabile, patrimonio che abbiamo a disposizione.
Da buoni Custodi, da bravi, Restauratori e da saggi Architetti, che progettano il futuro, abbiamo l’arduo compito di curare, tutelare, salvaguardare e tramandare alle generazioni future questa nostra Terra così ricca di Cultura, Storia, Arte, Tradizioni, Folclore e tanto, tanto altro e di più.
Una Italia che nei secoli ha distribuito, nel mondo, Saperi e Sapori, una Terra, che per le sue caratteristiche è molto amata e ovunque apprezzata.
Il nostro Paese è ambito, visitato, fotografato, assaporato, gustato, apprezzato e amato, da milioni di persone, qualche volta criticato, ma spesso in tutti i campi imitato. L’unica cosa che non potrà mai essere imitata è la nostra stessa natura di Italiani. Siamo noi quell’affascinante miscuglio di genialità, intuito, creatività e un po’ di sregolatezza, che ci rende unici e inimitabili, con quel nostro particolare stile di vita, che non a caso viene definito internazionalmente come “Italian Life Style”.
Da Nord a Sud, da est ad ovest, col le nostre venti bellissime Regioni, con i nostri dialetti, i diversi accenti, i nostri mari, le nostre coste, i laghi, i monti e i fiumi, le tante gustose Cucine tipiche e i nostri cuori, che oggi battono all’impazzata, ora ancora più uniti e forti che mai, sapremo rigenerarci come Margherita nel deserto. Un insieme di cuori pulsanti, volenterosi, desiderosi di voler rivedere quel terreno, reso arso oggi, nuovamente verde, rigoglioso e generoso nel suo continuo dare la Vita. L’Italia è la Margherita che nonostante tutto e tutti, trova la capacità, la volontà e la determinazione, di sorgere nel deserto, noi ci siamo, siamo noi l’Italia e tutti insieme non faremo seccare la nostra margherita.

Manuela Barbolan, Commercialista, Brand Promotor Brasile e Sud America prodotti enogastronomici Italiani, Event Cooking, Ambasciatrice dei Saperi e Sapori d’Italia della Rappresenta Diplomatica di Italia&friends #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece
#italia

Credit immagine : https://www.glossariomarketing.it/significato/influencer/

Influencer. Termine utilizzato in ambito pubblicitario per indicare quelle persone che, essendo determinanti nell’influenza dell’opinione pubblica, costituiscono un target importante cui indirizzare messaggi pubblicitari, al fine di accelerarne l’accettazione presso un pubblico più vasto. (https://www.glossariomarketing.it/significato/influencer/). Che meraviglia l’evoluzione del linguaggio, attraverso un diverso modo di dire lo stesso concetto, riusciamo a far passare nozioni, influenzare pensieri, condizionare comportamenti, e tutto questo con buona pace di molti di noi, sia di quelli che palesemente non solo non si vergognano, ma addirittura ostentano tutto questo, sia quelli che fanno solo finta di prenderne le distanze e sia di quelli che non rendendosene conto seguono il branco, a prescindere. Lo stregone delle tribù, il venditore di creme, il predicatore dell’apocalisse, il guru della setta, divengono in un moderno linguaggio influencer. La storia degli uomini è costellata di influenzatori, che autonominandosi depositari di un verbo assoluto o di singole verità, imboniscono masse più o meno consistenti di seguaci, magari pronti ad uccidere in mome di un Dio o calzare ciabatte da casa rifinite di finta pelliccia, per andare a teatro o a fare la spesa, il tutto con la sensazione di fare una cosa giusta nel primo caso, di gran gusto, raffinata ed esclusiva nel secondo. Anche se potrà sembrare paradossale, ardito e blasfemo, c’è un filo, non tanto sottile, che lega tra loro gli Influencer di tutti i tempi, nel bene, nel male e nel trash ed è la capacità da parte di questi far fare alla gente cose che non avrebbero mai accettato di fare prima. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, nel caso degli Influencer, è solo il nome che si trasforma, ma la sostanza resta tristemente uguale.

Siamo veramente un popolo di brava gente, fatta di poeti, navigatori, e quanto altro si voglia attribuire ad una popolazione che purtroppo per troppo tempo si è illusa che la nostra storia, tanto ostentata e poco conosciuta, avrebbe costituito per noi e per sempre una condizione di superiorità su tutti e su tutto. Se invece di ostentarla continuamente, questa nostra storia, l’avessimo studiata in modo non disgiunto dalla storia di tutte le altre popolazioni, ci accorgeremmo che esiste una interconnessione cosi forte tra la nostra storia e quella del resto del mondo, da vanificare ogni particolarismo nazionale, utile solo ad incrementare odio fra i popoli. Noi non siamo migliori di altri, dobbiamo fare ancora molta strada per diventare un paese moderno, efficiente, preparato e pronto ad affrontare le sfide e le emergenze del nostro tempo.
Per prepararci a fare tutto ciò abbiamo bisogno di una governo che governi, che metta mano finalmente a tutte quelle riforme strutturali, come la scuola, le infrastrutture, la pubblica amministrazione, la giustizia, ormai indispensabili e non più procrastinabili. Per fortuna e con grande meraviglia mi sto rendendo conto che questo nostro popolo di poeti navigatori ecc, ecc, ne sta prendendo coscienza, anche a causa della negativa congiuntura che stiamo attraversando. La consapevolezza della fine dell’era del solo avere prende sempre più consistenza e lentamente ci rendiamo conto che il tempo dei diritti assoluti è inesorabilmente finito e che questi non si potranno e non si dovranno più anteporre ai doveri che, in egual misura, ognuno di noi è tenuto ad assumersi nei confronti di se stesso e della comunità. Forse ci stiamo finalmente scrollando di dosso la retorica storiella di quanto siamo stati grandi, per assumere la più reale consapevolezza che, per tornare ad essere grandi, dobbiamo fare e non raccontare.

21 settembre 2008

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma

Quando la smetteremo, di sentirci la povera giovane e bella fanciulla bistrattata, umiliata e relegata a svolgere le incombenze di casa dalle sorrellastre brutte, perfide e superbe, avallate e supportate della cattiva matrigna, quando finiremo di immedesimarci nella piccola innocente bambina dal vestito sgargiante, che frivola va per boschi spensierata e per nulla intimorita, dalle raccomandazioni della saggia nonna e da innocente, sprovveduta creatura, dà relazione al lupo cattivo, quando poi, con un po’ di concreto realismo, abbandoneremo la biblica attesa della panacea, che cascando dal cielo, risolve tutti tutti i mali e accontenta tutte le aspettative del nostro mondo, quando tutto questo sarà recepito e fatto nostro, con l’aiuto di un radicale cambio di prospettiva e la conseguente nuova consapevolezza, incomincieremo a guardare la realtà per quella che è, non per quella che ci fa comodo vedere. Il problema di fondo resta sempre lo stesso, noi oltre a curare e tutelare il nostro piccolo orticello ed essere fermamente convinti che ad iniziare a ideare, progettare un qualcosa per il bene comune, debbano essere sempre gli altri, non facciamo e non intendiamo fare. Questo naturalmente ha un suo perché, siamo costantemente presi da mille impegni, non disponiamo del tempo necessario, poichè abbiamo sempre qualcosa di più importante, più impellente e migliore da fare. Purtroppo tutti noi, senza rendercene conto, perdiamo il gusto e il senso vero per cui valga la pena di vivere. A proposito del nostro Paese, non dimentichiamo quel vecchio adagio che recita, chi sa fa, chi non sa insegna, in Italia, per una errata concezione del modo di intendere e di promuovere, nella sua ampia e variegata potenzialità attrattiva il nostro Paese, abbiamo purtroppo favorito la crescita esponenziale di un nutritissimo Corpo Docente che insegna, una pletora di enti e pubblici e privati, di una molteplicità di Esperti, di Studiosi, di Scienziati, di Divulgatori e di Guru che parlano, dissertano, dicono di Turismo, ma che nel loro insieme non hanno portato quel contributo necessario a ideare, progettare un sistema unitario, omogeneo, funzionale, tale da permettere alla Cultura, l’Arte, il Territorio e a tutte quelle peculiarità che caratterizzano e identificano le Terre Uniche delle nostre 20 straordinarie Regioni d’Italia, di poter essere conosciute, apprezzate e scelte. Se gli altri Paesi fanno è segno che hanno voglia e capacità, se noi non abbiamo a livello pubblico e privato pari capacità e visioni strategiche è solo colpa nostra. Allora tutti noi che da buoni Italiani diciamo di amare profondamente il nostro Paese, rimboccarci le maniche e con piccoli gesti, con poche azioni, per nulla costose, diamo un reale contributo allo sviluppo della importantissima e determinante Industria della Ospitalità nostrana. Scopriamo e facciamo scoprire in ogni dove, tutto il Bello e il Buono che ci circonda, quello a noi conosciuto, le meraviglie che abbiamo a portata di mano, nella nostra Penisola delle Meraviglie. I mezzi per farlo ci sono, basta un post, la moderna tecnologia ce lo permette, usiamola senza subirla. Noi di Italia&friends, con il supporto volontario dei Membri della Rappresenta Diplomatica di Italia&friends, lo facciamo da tempo e continueremo a farlo. Tutti, solo volendolo, potrebbero fare altrettanto, semplicemente pubblicando foto di Luoghi, prodotti, o servizi, allegando sempre le necessarie informazioni utili a far conoscere o riconoscere le località, i prodotti e i servizi pubblicati, cose, posti, fino a quel momento ignorati o solo dimenticati. Basta aggiungere, senza dare niente per scontato, il nome della località, del prodotto o del servizio, la Provincia e la Regione. Amare veramente l’Italia, è farla conoscere a noi Italiani e anche al resto del mondo. Non siamo in guerra, il nostro Paese non è sotto assedio, non abbiamo nemici in ogni dove, non ci sono lupi cattivi che ci vogliono fagocitare, quindi prendiamone atto e smettiamo di sentirsi la cenerentola del mondo, finiamola di lamentarci e di aspettare miracoli celestiali, ma facciamo, facciamo, ognuno come può e come sa.

Riccardo Rescio
Presidente Assaggia l’Italia ApS
#tiripubblico è una iniziativa di “Italia e friends”, momento comunicazionale della Associazione di Promozione Sociale Assaggia l’Italia ApS
#tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma #bastaunpost

Guarda “Italian Allstars 4 life” – MA IL CIELO E’ SEMPRE PIU’ BLU (Testo / Lyrics)” su YouTube

https://youtu.be/7GItOxCYVZQ

Silvia Tagliaferri

Questa è la storia di Silvia, una giovane ragazza che ha seguito la sua passione con coraggio e quel pizzico di incoscienza che separa i sogni dalla loro realizzazione.
Potrebbe essere la storia di tanti giovani Italiani che come lei hanno la voglia di fare progetti, mettersi alla prova e costruire il loro futuro.
Perché l’Italia è piena di questi talenti.
Questo grande Paese tornerà a crescere, a sognare e si rinnoverà, ma potrà essere migliore solo se tutti noi avremo la volontà, e soprattutto la responsabilità, di cambiare uno stile di vita che ha rubato loro i sogni.

I sogni dei giovani al tempo del Coronavirus.
Storia di Silvia, di Achille Tagliaferri

“…Era esattamente un anno fa, inizi di giugno 2019. Mi ero appena trasferito nella mia nuova casa a Roma Monteverde. Per festeggiare, pieno di gioia, invito a cena mia figlia Silvia e il suo compagno Felipe. Preparo con cura la cena (Silvia sa bene che il papà non é un cuoco).
Cena pronta. Aperitivo, convenevoli…auguri.
Nel bel mezzo della cena….Silvia si rivolge a me:
– Papino, sai ho deciso che mi licenzio dal lavoro!
Non ricordo cosa stessi mangiando o bevendo in quel momento…
– Ma come, tesoro, hai un posto di lavoro a tempo indeterminato sei ben retribuita, è vicino a casa….Silvia, ma che cavolo fai?
– Papino quel lavoro non mi soddisfa, é noioso, voglio fare dell’altro.
Io resto annichilito, toccato ed affondato.
– Cambio anche città, vado a Palermo con una mia collega e rilevo da due amiche un atelier di moda. Non vado da sola, viene con me anche Flavia, la mia collega stilista con cui da mesi e mesi stiamo programmando questa avventura….Ecco perché spesso andavo a Milano, lì abbiamo un laboratorio di moda che confeziona capi su miei modelli.

A metà Giugno 2019, Silvia parte.

A Palermo ha trovato nuovi amici, ha rilevato l’Atelier. Ha lavorato, vendendo capi da lei disegnati e progettati, in seta, canapa, cotone. E’ alta moda giovane.
Nel frattempo, a Palermo, le hanno proposto di recarsi in Russia per un mese per mettere in scena, come aiuto regista e costumista, una commedia di De Filippo, un gran successo di pubblico e di critica.
A gennaio, stava lavorando alla nuova produzione primavera/estate.

Poi la storia è stata invasa dal Covid.

Allora Silvia ha progettato un tour da Palermo a Roma con un pulmino riadattato, per portare in giro in altri Atelier, la sua produzione.
Il 4 maggio, voleva partire da Palermo, ma il nuovo decreto la blocca ancora lì.

So bene che ce la farà, Silvia è una donna forte, ha studiato ed appreso il russo e l’inglese per poter viaggiare e lavorare e realizzare i suoi sogni.
Quando potrà, farà il suo tour da Palermo a Roma, con tante tappe intermedie, portando in giro le sue creazioni. Quando giungerà a Roma, la inviterò a cena abbracciandola senza mascherina e le chiederò:
– Tesoro mio, come va?
e so che mi risponderà:
– Papino, va bene e tu come stai?

Questa è la storia di Silvia, mia figlia, ma potrebbe essere la storia di tanti giovani Italiani che non sono certo i bamboccioni (vi ricordate??). Sono la forza lavoro, sono l’eccellenza Italiana, sono il futuro di questo grande Paese che tornerà a crescere a sognare e si rinnoverà nel futuro che spero sia prossimo.”

Linkedin: Silvia Tagliaferri
Instagram: unaunodesign
Facebook: Insula / sede ALAB http://www.unauno.it

Achille Tagliaferri

Psicologo, Formatore Acli, Console Onorario della Rappresenta Diplomatica dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends

Credit immagine :Acquarello di Daniela Padelli

Albert Einstein in uno dei suoi tanti aforismi sintetizza, come meglio non si sarebbe potuto fare, quanto sia difficile rimuovere il pregiudizio dalla mente umana. Einstein afferma infatti che e’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, mai verità tanto conclamata e diffusa come questa è stata così chiaramente enunciata. La consapevolezza di uno scienziato nucleare sulla consistenza di un atomo la dice lunga sulla difficoltà di sgretolare un pregiudizio. Con altrettanta capacità di sintesi dovremmo trovare un altro aforisma che fissi altrettanto bene quanto il pregiudizio sia radicato, diffuso e sopratutto quanto bisogna diffidare da coloro che affermano di non essere affetti da questo morbo, che come il virus della cattiveria non ha vaccino, ne cura. Penso che il pregiudizio sia assimilabile ad una terribile droga di basso costo e di facile reperimento, il cui uso diffuso ne rende difficile il contrasto. I pregiudizzati, cioè tutti coloro che sono più o meno affetti da pregiudizi necessiterebbero di una lenta e difficile disintossicazione, un lungo percorso costellato da forti e drammatiche crisi di astinenza, che oltre alla privazione della possibilità di giudicare gratuitamente, implica il dover fare necessariamente uno sforzo immane, quale è quello di conoscere, controllare, verificare, riscontrare per poter sentenziare su tutto ciò che prima invece si faceva semplicemente pre-giudicando. La questione non sta nell’avere o non avere pregiudizi, ma esclusivamente nel come fare a liberarsene. Comunque meglio fidarsi di uno squalo tigre nella propria vasca da bagno che di una persona che afferma di essere priva di pregiudizi. Olomouc Rebubblica Ceca 14 dicembre 2010 #tuttoilbelloeilbuonochece

Credit immagine : Acquarello di Daniela

Sono seduto al posto accanto al finestrino della corriera, in partenza dalla piazza di Viterbo, che mi porterà a Firenze, la radio trasmette la canzone del momento “che sarà” cantata dai Ricchi e Poveri.
Tanti pensieri affollano la mia mente, la gioia di aver finito un periodo della mia vita davvero molto duro si confronta con le preoccupazioni di quello che troverò nella mia nuova destinazione.
Penso agli anni che verranno, a cosa faranno e come staranno i miei genitori, come cresceranno i miei fratelli e cosa faranno i fratelli e le sorelle di mamma e papà e dei loro figli, che sarà delle persone che ho accanto e chi di loro mi lascerà per andare lontano e penso purtroppo anche a chi toccherà di dare il via alla dolorosa conta di chi non ci sarà più.
Penso a quante e quali gioie mi riserverà il mio tempo a venire e quali dolori dovrò subire e quanto sarò poi capace di affrontarli e superarli.
Mi domando se saprò dare certezza alle mie idee e se riuscirò a fare fino in fondo quello che in cuor mio credo di saper fare meglio, mi chiedo se saprò fare le giuste scelte, se sarò in grado di individuare l’ingresso da non oltrepassare, per non ritrovarmi in situazioni senza uscita e ancora mi chiedo se riuscirò mai a capire in tempo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e se saprò anche chiaramente distinguere il vero dal falso.
Domande, domande, una infinità di domande, ma quando e a quante di queste domande saprò dare una risposta, non mi è dato di sapere.
Credo sia il tempo, il grande precettore dell’universo, a dare le giuste risposte alla mia inesauribile voglia di sapere.
Il tempo che verrà è il futuro, ed è il futuro la grande incognita, quella strana condizione, l’adrenalinica situazione che ci stimola e ci fa sentire, quando ce ne rendiamo conto, quanto importante e bello sia assaporare con la massima intensità ogni momento, ogni istante che ci è concesso di vivere.
Il futuro per me è paura e speranza, tensione ed emozione, amore e passione, credo che sia proprio l’incognita del tempo che verrà a darmi il giusto stimolo e sia il necessario propellente per la mia percorrenza.
Penso che la consapevolezza del futuro costituisca la condizione essenziale per farmi accettare il mio presente.
Penso naturalmente che sono tanto contento di tornare a casa, è la prima volta dopo tre mesi di corso presso la scuola V.A.M. di Viterbo, la scuola che forma gli addetti alla sicurezza e alla
vigilanza della Aeronautica Militare, sono infatti stato trasferito alla Scuola di Guerra Aerea di Firenze, per completare il mio servizio di leva obbligatorio.
Nei lunghi mesi di corso fatto di privazioni, di umiliazioni, di fatti e situazioni assurde, l’unica speranza, che mi ha aiutato a sopportare tutto questo, è stata la speranza di completare il servizio di leva il più possibile vicino a casa.
La mia famiglia si è da poco trasferita a Firenze, siamo finalmente tornati a stare tutti insieme, la mia mamma, il mio papà e i miei due fratelli, di nuovo uniti sotto lo stesso tetto, dopo quattro anni di separazione.
Dal finestrino della corriera che mi porterà via per sempre da Viterbo, guardo questa piazza quasi deserta, le case tutte intorno con le finestre chiuse, qualche raro passante che a passo veloce sparisce lontano e sento dentro il freddo di un inverno che gela l’acqua di ogni pozzanghera che da sempre si crea nelle tante buche della strada.
Col sottofondo musicale e con le parole del testo di “che sarà”, che sento cosi vicino a me, mi lascio andare e con tanta speranza nel cuore penso a cosa farò da grande, cosa farò della mia vita.
Sento prepotentemente dentro tutta la preoccupazione di quell’ignoto che da sempre mi impensierisce e mi affascina perché anch’io, come recita questa bella canzone, so fare tutto o
forse niente, da domani si vedrà, ma solo da domani si vedrà e allora, solo allora sarà quel che sarà.

Viterbo 2001

Credit immagine : Acquarello di Daniela Padelli

Credit immagine “Bolero” di Daniela Padelli
Per decine di secoli abbiamo avuto la presunzione di credere di essere, come terra, il centro dell’universo, poi lentamente abbiamo incominciato a dubitare di tali certezze e più aumentavano le conoscenze più tali certezze vacillavano, si sgretolavano, si frantumavano. Con la sempre maggiore consapevolezza di un universo estremamente complesso e infinito l’idea che la nostra piccola terra possa essere mai stata centro di qualcosa si ridicolizza, scompare definitivamente. Credenze, superstizioni, fedi, la cui origine è difficile stabilire con certezza, che da individuali diventano collettive, da partecipative spesso si trasformano in coercitive. Quanto il comune sentire abbia realmente origine dalle singole personalità, dalla individuale sensibilità, dalla istintiva spontaneità e quanto invece sia da attribuire al reciproco, vicendevole condizionamento, è realmente impossibile da stabilire, senza tralasciare poi l’aspetto più inquietante costituito dall’induzione più o meno costrittiva di idee, fatti, credi, da parte di chi ha fatto del proprio volere un forte potere per condizionare l’altrui libero arbitrio. Come abbiano avuto origine le credenze popolari, che si perdono nella notte dei tempi, non possiamo al momento sapere, anche se sappiamo benissimo come da superstizioni si siano trasformate progressivamente in vere e proprie fedi. Un giorno, di un prossimo futuro, sofisticati strumenti antropologici potranno stabilire cosa sia realmente avvenuto nella mente degli uomini primitivi allo stato di natura, quando hanno iniziato a socializzare tra loro, cosa abbia permesso ad un primo gruppo familiare di confrontarsi con un altro gruppo familiare e socializzare tra loro. Quale sarà stata la prima reazione, la prima emozione provata, cosa sarà prevalso tra la paura o la perplessità, tra il terrore o il piacere, quale sarà stato il sentire comune di quei nuclei familiari prima di confrontarsi e cosa abbiano poi successivamente elaborato tutti insieme. Perché in quei primordi, nel perenne confronto tra le necessità personali e quelle del gruppo, nella supposta condizione di pariteticità tra gli esseri, si sarà innescato un meccanismo gerarchico di potere verticale invece di uno sviluppo orizzontale delle capacità individuali di autodeterminarsi. Quale sarà mai il gene mancante nella mente dell’uomo che lo costringe perennemente ad essere capo o subalterno, carnefice o vittima, soprafattore o soprafatto e a volte tutto questo e tutto insieme concentrati in una sola persona. Fasi, circostanze, contesti, in cui ci si viene a trovare, fasi e situazioni che si alternano e si ripetono continuamente in modo perpetuo dentro e fuori di noi. Milioni di anni, miliardi di piccoli cambiamenti che ci hanno fatto cambiare, ci hanno resi diversi, ci hanno permesso di camminare in modo eretto, ci hanno permesso di elaborare linguaggi comuni, hanno permesso al nostro cervello di sviluppare sempre maggiori potenzialità, acquisire e incrementare conoscenze, ma di non modificare in alcun modo la necessità o il bisogno di prevaricare o di soggiogare l’altro. Chissà mai perché il gene della pariteticità, che dovrebbe aiutarci a comprendere le nostre diversità non ha in questi millenni avuto la possibilità di progredire, perché mai l’unica cosa che ci accomuna veramente tutti, il nostro essere irripetibili, non trova rispetto e considerazione da parte dei nostri simili, perché mai è la presunzione di essere sempre e comunque noi il centro del mondo, il centro dell’universo, gli unici detentori del verbo ad avere il sopravvento. Perché ci deve essere qualcuno che è convinto di avere i presupposti per essere migliore, superiore agli altri, perché ci deve essere qualcuno che è certo che il proprio credo, la propria religione, possa o debba essere migliore o superiore ad un’altra fede, perché mai si debba arrivare ad uccidere chi non ha la nostra stessa credenza e soprattutto farlo in nome di quel Dio che dice di rispettare. Nel tempo l’uomo, nel rapportarsi all’universo, ha iniziato a prendere coscienza della propria reale dimensione, si è reso conto della propria pochezza, mentre ancora nulla è stato capace di fare per rapportarsi a se stesso, al microuniverso che ha dentro e contemporaneamente a quell’immenso universo fatto dal resto dell’umanità che lo circonda. Saranno proprio le future conoscenze a dare le risposte necessarie a poter riconsiderare il tutto, a fare in modo che solo la parte migliore dell’essere umano abbia a svilupparsi, affinché con il tempo l’uomo possa certamente divenire diverso da quello che è stato ed è al momento.

Olomouc Repubblica Ceca 25 gennaio 2011

Il potere, desiderio spasmodico, sete insaziabile, paranoica ricerca, illusorio miraggio, sfrenata fantasia per alcuni, indicibili sofferenze, grandi limitazioni, immani prevaricazioni per altri. Il desiderio di potere è la più grave patologia che affligge l’uomo, fin dal tempo dal suo confrontarsi con i propri simili. Una pericolosa alterazione mentale, divenuta nei millenni genetica, che si trasferisce di generazione in generazione e da cui l’uomo non vuole in alcun modo guarire, tantomeno intende curare. Le ricerche scientifiche in questo senso sono ferme all’età della pietra, bloccate, boicottate, ritenute pericolose in quanto portatrici del male assoluto, il bene. La fantasia umana, fortunatamente almeno quella, non ha limiti, ma sicuramente limiti, grandi limiti, ha l’intelligenza fortemente minata dagli effetti della “Poterite”, la malattia del potere, che altera le facoltà mentali di chi ne è affetto. Il primo sintomo di questa patologia è l’invidia occultata o manifestata, per come qualcuno è, o verso qualcosa, che qualcun’altro ha. Gli affetti da questo tremendo morbo, usano incondizionatamente il loro piccolo, microscopico, o grande, immenso potere, ottenuto per diritto divino, per lascito ereditario, o usurpato con la forza, utilizzandolo costantemente, contro qualcuno identificato come nemico e come tale rappresentato ai rispettivi proseliti, al solo fine di ottenere quel consenso necessario a consolidare e rafforzare il proprio potere. Consenso concesso da seguaci, come singoli individui, piccoli gruppi, o grandi masse popolari che, incapaci di discernere autononomamente, accettano una preconfezionata altrui ideologia. La Poterite induce chi ne è affetto, ad impiegare in modo paranoico il proprio tempo per annientare in ogni modo e con ogni mezzo, quelli che non vogliono accettare come migliori, più bravi, più belli, più capaci, più intelligenti, insomma comunque diversi da loro e che, in virtù di tale diversità, godono di ammirazione, stima e considerazione. La malattia del potere a volte si stabilizza allo stadio primario, quello interpersonale, altre volte degenera in modo irreversibile, quando il pensare e l’agire di questi ammalati, viene purtroppo assecondato e avvalorato dal proselitismo di chi, privo di personalità, senso critico e della realtà, ne asseconda le aberranti teorie. L’agire di questi soggetti spesso purtroppo degenera, divenendo guerra aperta verso un gruppo, una categoria, una popolazione. Il primo sintomo della Poterite è l’invidia che nasce e si sviluppa nelle menti più deboli, senza nulla togliere alle individuali specifiche capacità. L’invidia è riscontrabile trasversalmente nelle menti più deboli e vulnerabili di tutto lo scibile umano, a prescindere dalla Cultura e dalla condizione sociale, senza esclusione alcuna. L’osservazione dei comportamenti, l’esperienza, il vissuto, la Storia, non possono che confermare tale assunto. Effettivamente proprio la Storia è piena di uomini e donne, più o meno importanti, che hanno condizionato e determinato eventi nella propria come nell’altrui vita, per colpa di quella malsana incapacità di accettare il successo, la capacità, la bellezza, il benessere, fino a voler distruggere ciò che non gli appartiene, compiendo anche atti estremi. Molti di noi, prima o poi, ci troviamo a fare i conti con ciò che abbiamo fatto, per superficialità, per scelta casuale, per costrizione e da tali scelte restiamo condizionati e ridimensionati, si chiama Responsabilità. Molta, tanta strada c’é ancora da fare affinché questa concezione del vivere sia fatta propria da parte di tutti e da tutti accettata e rispettata, fino alle sue estreme conseguenze. La profonda cognizione che ogni atto, azione, comportamento, perpetrato comporta una conseguenza, è il presupposto essenziale, inalienabile, nel processo di crescita delle coscienze. Quello che è davvero intollerabile è che ci sia qualcuno, che si senta o si ponga al di sopra delle leggi, delle regole, del costume e delle elementari norme di covivenza, ritenendo di non dover mai rispondere del proprio operato, in virtù del potere detenuto. La Responsabilità, se da tutti fatta realmente propria, profondamente acquisita e realmente osservata, renderebbe la nostra vita migliore. Se riteniamo perfettibile la comune convivenza, se pensiamo perseguibile un modo diverso di vivere, dobbiamo fare veramente il possibile per rendere concreto il senso di Responsabilità in ognuno di noi, senza concedere franchigie ad alcuno. Dobbiamo fare in modo che tutti, ma proprio tutti siano soggetti a questa elementare regola del comune vivere, che deve premiare chi merita e punire chi sbaglia. Una società giusta, compiuta, non può prescindere dai propri basilari presupposti, uno dei quali è che gli uomini, nelle rispettive sacrosante diversità, sono comunque uguali di fronte alle norme, ai regolamenti, alle procedure, alle leggi, anche da parte di coloro che le leggi le fanno, le promulgano, le applicano e le fanno rispettare. Una società giusta, fatta da giusti, non può e non deve tralasciare il merito e la responsabilità, la valenza di chi vale deve essere riconosciuta, come segnalata, marcata e perseguita l’incompetenza, l’incapacità o il dolo. Il bastone e la carota era una popolare allegorica rappresentazione e espressione un tempo usata per indicare un modo di educare, ora del tutto in disuso, perchè facilmente fraintendibile. Un modo di dire che sembra non avere origini lontane, che alcuni attribuiscono a Winston Churchill. La Carota è il bastone, a prescindere da qualsiasi nesso, collegamento, intendimento e fraintendimento, che i puristi, gli attenti osservatori, i colti e i dotti, dell’ultima ora, specializzati nella individuazione dell’altrui pecca o sbavatura, o alla perenne ricerca di quel pelo nell’uovo che tanto gli infastidisce, si potrebbe riscontrare, in questa immagine allegorica del bastone e della carota, il concetto di Responsabilità, che vede necessariamente premiare, in modo figurativo con la carota chi fa e lo fa bene e punire, sempre e assolutamente in modo figurativo, con il bastone, chi non fa nel modo giusto e adeguato il proprio compito. La carota come prenio, il bastone come punizione, sempre e solo come immagini figurative.

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#tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma

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La coesione sociale la si può ottenere dando alle persone una illusione, oppure un sogno, lo sanno bene i dittatori e i predicatori di tutti i tempi.
Ora è necessario un progetto che, con un cambio di prospettiva, dia la certezza di raggiungere un obiettivo. #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma #bastaunpost

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Il Tempo della consapevolezza è questo momento che stiamo vivendo, che proprio per le difficoltà che comporta deve farci prendere reale coscienza, comprendere, capire, immedesimarci nei drammi che vivono le persone che sono costrette a fuggire dalle loro terre e dalle loro case, perché in quei Luoghi realmente la guerra distrugge tutto, persino la normalità, qualunque essa possa essere.
La nostra pace, non è un bene acquisito, perenne, inalienabile, tuteliamola, in ogni modo e con ogni mezzo e smettiamo di scambiare una drammatica pandemia con una guerra, sono cose completamente diverse e imparagonabili.
Fulvio Rossi, Ambasciatore dei Saperi e Sapori d’Italia a Cracovia, della Rappresenta Diplomatica di Italia&friends, grazie per questa sollecitazione, doverosa verso chi la guerra, quella vera, la subisce per la megalomania folle di qualcuno, che poi quasi mai ne paga il conto.
Riccardo Rescio “Italia e friends”
Da “Blocchi di partenza”
No, non siamo in guerra, perlomeno non in quella guerra convenzionale, che conosciamo, che siamo abituati a vedere o solo ad immaginare, noi non siamo in guerra, non si sentono sirene che avvertono incursioni aeree, non ci sono bombardamenti, non ci sono angusti e precari rifugi in cui ripararsi, non ci sono generi di prima necessità contingentati, non ci sono macerie da scavalcare, non ci sono truppe nemiche occupanti da fronteggiare, non ci sono rastrellamenti a cui sfuggire, non c’è assolutamente niente che possa paragonarsi ai quei momenti che, le cronache giornalistiche, i libri di storia, o gli stessi raccontati di chi quei drammi gli ha personalmente vissuti, potranno mai dare la vera misura delle sofferenze personali e collettive di chi la guerra vera, suo malgrado, l’ha subita.
No, non siamo in guerra, anche se abbiamo purtroppo tanti, troppi caduti, colpiti a tradimento da questa tremenda pandemia, anche se i nostri ospedali sono vicini al collasso, anche se tutti i nostri operatori della sanità stanno pagando un tributo altissimo, questa maledetta pandemia non la possiamo e non la dobbiamo considerare guerra.
Guernica è il titolo dell’opera di Picasso. Sono già passati 80 anni da quando, il maestro Pablo Picasso volle rappresentare gli orrori della guerra con una sua opera, che rappresenta il bombardamento, avvenuto il 26 aprile 1937 nel villaggio di Guernica.

“Blocchi di partenza”
https://italiaefriends.wordpress.com/2020/03/20/blocchi-di-partenza-di-riccardo-rescio/
#tiripubblico #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost

“La Guerra” https://italiaefriends.wordpress.com/?s=La+guerra

Pubblicato da italia&friends su WordPress aprile 29, 2020

#tiripubblico #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost #sistemaitalia

Dal binario 16, della Stazione ferroviaria di Santa Maria Novella di Firenze, il 9 novembre 1943, furono ammassate su carri merci, per essere deportate, centinaia di persone che nulla avevano fatto per meritare di essere trattate e poi finite come bestie.

Guerra con la lettera maiuscola, perché quando la si vive in prima persona finisce di essere un nome comune di cosa, concreta, femminile, singolare, per diventare, tuo malgrado, un assurdo contesto dove l’esternazione di tutte le aberrazioni, che l’essere umano ha dentro di sé, trovano pretesto e giustificazione.
Quando sei tu l’attore ti accorgi che la Guerra è tutt’altro di quello che hai studiato o ti hanno raccontato, è molto peggio e neanche il tuo stesso futuro ricordo potrà mai trasmettere l’intensità delle emozioni provate, perché la Guerra è Guerra solo nel momento in cui la si vive.
Perché se così non fosse, se effettivamente si formasse una coscienza storica collettiva, se solo il ricordo fosse pari al vissuto, certamente non si combatterebbero mai più Guerre.
(da “I racconti di Nonno Mimmo” 2008)

Nessun dorma

Il germe della follia perversa, si insinua lentamente, è una singola patologia, ma molto velocemente diviene collettiva, epidemica, provocando pandemie fra tutte le persone, con scarse difese immunitarie. La Storia insegna, purtroppo non a tutti in egual misura.

Riccardo Rescio  #tuttoilbelloeilbuonochece #nessundorma

Credit immagine : http://blog.abanoritz.it/cultura-costume/le-donne-nella-resistenza/

Le date fissano momenti, i più diversi e svariati, che molti di noi amano ricordare, festeggiare, onorare, questo è buono e bello, ma anche necessario affinchè ciò che nel tempo è stato rimanga nella memoria dei singoli e delle collettività. Date e dati, gioia e delizia degli studenti di tutti i tempi, anniversari e ricorrenze, obbligatorie per le istituzioni, consuetudini da praticare in famiglia, con gli amici, nel lavoro, per piacere o per calcolo opportunistico. Ecco che compleanni, onomastici, ricorrenze, divengono riferimenti temporali di cui dobbiamo conservare il necessario ricordo. Ma la sola celebrazione o festeggiamento, senza la consapevolezza del profondo significato legato a quella data, è solo un rituale convenzionale, che paradossalmente tradisce il valore intrinseco che quell’evento ha determinato nella sfera personale o in quella di una determinata collettività. “Se c’è un peccato originale nella costruzione della coscienza storica italiana è quello di aver fatto credere alla mia generazione che il 25 aprile fosse solo l’inizio del ponte del 1° maggio. La parola “Liberazione” nella mia infanzia non ha avuto altro senso che quello dei giorni continuati di vacanza scolastica, con le gite al mare odorose di frittate di asparagi e forse, se il tempo era bello, il primo gelido bagno della stagione. I miei, nati l’anno dopo l’armistizio, di parlare di guerra a noi bambini non avevano proprio voglia. Non ricordo manifestazioni politiche da bimba e i partigiani erano il passato remoto di qualcun altro. Una catastrofe, perché in assenza di narrazione il ricordo non diventa memoria e chi dalla sua non ha nemmeno il ricordo cresce senza storia, pronto a ripeterla o peggio, vederla ripetersi. Ma quando avevo ventun anni accadde una cosa enorme: la mia regione istituì Sa Die de Sa Sardigna, la cosa più vicina a una festa nazionale che i sardi abbiano mai avuto. Ci restituirono un pezzo fondamentale di storia ed è grazie a quel pezzo se ho imparato che la storia è a pezzi e alcuni bisogna andarseli a cercare”. Tratto da un articolo di Michela Murgia, pubblicato su La Repubblica del 22 aprile 2020. La Storia è disponibile a pezzi sparsi, suddivisa un po’ tra chi l’ha realmente vissuta, un po’ tra chi volutamente la travisa e ancora un pò nei reperti oggettivi, difficilmente utilizzabili a fini di Parte. Si perché la Storia viene usata spesso a fini di parte, quando addirittura non la si insegna,  o quando la si partecipa solo parzialmente e quando invece la si travisa volutamente. Ecco che in attesa che il racconto dei fatti accaduti venga partecipato nel modo giusto, per non subire passivamente l’oggi, dobbiamo, come scrive Michela Murgia nel suo articolo, andarceli a cercare questi pezzi di verità sparsi. Il 25 aprile è un giorno fondamentale per la Storia d’Italia, che assume un particolare significato politico e militare, una data divenuta simbolo della vittoria delle Forze Armate Alleate, dall’Esercito Cobelligerante e delle Forze Partigiane Italiane, nella lotta civile contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista, alla fine della seconda guerra mondiale. Non è un caso che abbia volutamente citato uno stralcio del pensiero di Michela Murgia perchè, come donna e cittadina italiana, ha perfettamente focalizzato la questione sulla importanza delle date e sul significato delle stesse. Date che divengono momenti determinanti nella formazione, solo se accompagnate nei 364 giorni che le precedono, dal costante insegnamento che quelle stesse date vogliono ricordare, ma ancor più importante sono le Donne e gli uomini che quegli avvenimenti hanno concorso a determinare. Il 25 aprile da ora in poi dovrà sempre più sancire, marcare e riconoscere a tutti i livelli, il ruolo determinante delle Donne Partigiane di ieri, quanto le Partigiane di oggi, che continuano a combattere, giorno dopo giorno, una battaglia di emancipacione a cui bisognerebbe porre fine. Dobbiamo riconoscere la valenza del grande contributo dato alla guerra di liberazione dalle Donne, senza il quale niente sarebbe stato possibile, è necessario prendere definitiva consapevolezza del loro fare di ieri e di oggi, riconoscerlo è  doveroso e giusto, indispenabile e non più procastinabile.  Non bastano più le parole formali, le espressioni di circostanza, le menzioni opportunistiche del momento, occorrono riconoscimenti sostanziani che eliminino tutti quegli ostacoli di natura pseudo culturale che hanno impedito al genio, alle creatività, alla resilienza, alla resistenza, alla forza delle Donne, di avere ruoli e le mansioni che le rispettive personali capacità meriterebbero di ottenere. Wiva il 25 aprile 2020, Wiva la festa della liberazione e della emancipazione delle Donne Italiane. #laforzadelledonne https://italiaefriends.wordpress.com/?s=La+forza+delle+Donne

#comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma

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Stimo ed apprezzo Maurizio Crozza, al punto che pensavo che Feltri fosse un suo personaggio immaginario e non reale, ma mi devo ricredere. Con quanta tristezza e con quale squallore deve convivere questo signore del nord per essersi ridotto così.
Siamo davanti ad un caso di razzismo evidente.
Il razzismo è frutto di imbecillità. Ma può essere, come nel caso FELTRI, la manifestazione del pensiero di una persona con il complesso di inferiorità. Solo lo psicanalista può ricercare e individuare le cause di questo stupido antimeridionalismo, inspiegabile in una persona di cultura quale si suppone sia un giornalista investito della carica di direttore. Comunque, io, di lontane origini meridionali, vivo al Nord dove ho conosciuto persone di valore che distinguevano il prossimo con criteri del tutto diversi. Non certo per il luogo di origine. È proprio sul capoluogo partenopeo che negli ultimi anni Vittorio Feltri ha concentrato tutti i suoi sforzi, attaccando la totalità dei suoi abitanti con giudizi generalizzati e pressapochisti, come quando su un presunto caso di colera curato in un ospedale della città campana titolò in prima pagina su Libero: “Torna il colera a Napoli.
Lo portano gli immigrati”. Più eclatante senza dubbio è però il suo disinvolto utilizzo della parola “terrone” adoperata anche per descrivere l’assetto costituzionale fuoriuscito dalle ultime elezioni, quando fece uscire nelle edicole il suo Libero con il titolo: “Ai meridionali 3 cariche istituzionali su 4, comandano i terroni”.
“Non è purtroppo la prima volta che Vittorio Feltri si fa trasportare da un indecente livore anti-meridionale. Viviamo settimane delicate, alle prese con un’emergenza sanitaria ed economica. L’Italia ha ritrovato senso patriottico e spirito d’unione, decisivi per affrontare questa battaglia. Quanto scritto da Feltri è una gravissima offesa verso tutti i cittadini del meridione” e non solo ha offeso l’Italia intera.
ll pensiero espresso in diverse circostanze da Feltri non rappresenta assolutamente i cittadini del Nord. Tutti gli italiani sono più che mai uniti nella battaglia contro un nemico invisibile, il virus della divisione. Quelle di Feltri sono considerazioni che sporcano la dignità del Meridione e che devono essere combattuta con forza e determinazione, senza se e senza ma.
Chissà se l’ordine dei giornalisti vorrà intervenire…. Ed io che pensavo di scrivere indignato a Maurizio Crozza per lamentarmi delle posizioni assunte e assurte dal suo “personaggio” Beh stavo meglio quando pensavo che Feltri fosse un personaggio di fantasia.

Fulvio Rossi

Imprenditore, Ambasciatore dei Saperi e Sapori d’Italia a Cracovia, Responsabile Internazionale della Rappresentanza Diplomatica di Italia&friends

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I mecenati, i benefattori e i patrocinatori, di cui vi vorrei parlare, non sono coloro che promuovono e favoriscono le scienze e le arti, sostenendo concretamente artisti, letterati, studiosi e scienziati.
Non sono quelle nobili figure molto amate e decantate nella letteratura storica e romantica di sempre, ma sono coloro che, riuniti in comitati o singolarmente, in determinati momenti, si attribuiscono il ruolo di benefattori del Paese, proponendo di supportare persone, situazioni, o categorie in difficoltà.
I novelli mecenati, fautori di campagne solidali attraverso raccolte fondi, vorrebbero concorrere, almeno negli intendimenti degli organizzatori, a lenire i problemi economici di chi è in difficoltà, ma che purtroppo non sempre portano a buon il fine enunciato. Nei momenti in cui vi è la sensazione diffusa che tutto vada bene, ma ancor più in quelli critici assistiamo, come nelle favole, all’apparire di un numero crescente di benefattori, purtroppo molto diversi da quelle figure del nostro immaginario letterario.
I moderni patrocinatori, quando tutto sembra andare bene, si fanno carico di organizzare improbabili comitati a supporto di cause spesso perse in partenza, data la loro inconsistenza, con l’unico scopo di creare aree di consenso.
Altre iniziative invece hanno motivazioni più congrue e coerenti al momento in cui vengono proposte.
Questi benefattori, patrocinatori di campagne sociali, in supporto di persone, situazioni o di determinate categoria in difficoltà, nei momenti di crisi si moltiplicano a dismisura.
Facendo naturalmente salva la buona fede e il corretto operato di molti, gli eventuali possibili risultati, che un tale modo di operare determina è irrisorio, senza un cordinamento congiunto e condiviso, fra tutti gli attori interessati.
Vorremmo sottolineare come tutte queste iniziative nel loro insieme soffrano di quella diffusa nostrana patologia egocentristica, che ci caratterizza e che impedisce le collaborazione necessarie a superare le crescenti difficoltà di una concorrenza internazionale sempre più agguerrita.
Non si può gestire un Paese con la misericordia e tanto meno con le elemosine, per farlo è necessario realismo e concretezza, capacità e competenza.
Il nostro Paese, da tempo, non solo in questa particolarissima contingenza negativa, accusa una fisiologica mancanza dei presupposti necessari a far si che le prerogative e le peculiarità, che caratterizzano e identificano le Terre Uniche, delle nostre 20 Regioni, siano adeguatamente censite, tutelate, valorizzate e comunicate al mondo, nel miglior modo possibile.
Ecco che, in mancanza di tutto ciò, cause ed effetti si fondono, divenendo inscindibili e indistinguibili.
Lo squarcio nella prua della nave Italia, causato da uno scoglio non mappato o solo non considerato, non può essere tamponato con le coperte delle sdraio riservate ai passeggeri dei ponti superiori.
Le mancate, non volute, non cercate collaborazioni tra enti e associazioni, tra benefattori e mecenati, tra pubblico e privato, sortiscono lo stesso effetto della falla della nave, fanno imbarcare acqua.
L’Italia ha estrema necessità e impellente bisogno di un sistema che faccia, della collaborazione, della complementarietà e della sinergia, nei e fra i comparti che concorrono al PIL nazionale, il presupposto metodologico del proprio operare.
I piani di sviluppo non esistono, quanto non esistono i piani di emergenza, poichè la retorica politica e la supina accettazzione da parte di tutti noi, ci porta a credere che ciò che accade è sempre diverso e imprevedibile, quindi quelli che viengono sbandierati come piani di crescita o di interventi programmatici non trovano applicabilità, poichè il progresso si è mosso in altra direzione, mentre l’imprevisto che accade, è completamente diverso dal prevedibile per cui si sarebbe stati pronti.
Forse è giunto il tempo della riflessione e della comprensione, al di la dei credi e delle fedi, che tanto male fanno alla gestione di uno stato, che deve prescindere da ideologie fideistiche o laiche che possano essere.
Se vogliamo veramente sostenere il nostro Paese tutti noi, mecenati e governanti, lavoratori e imprenditori, produttori e consumatori, dobbiamo adoperci per convogliare capacità e competenze, almeno quanto desideri e aspettative, in programmi e progetti scevri da esasperati interessi personali, di parte, di categoria o partito.
Le coperte non possono tappare le falle e non bastano a risolvere le questioni, come non sono sufficienti elemosica e carità.
Ora più che mai sono necessari programmi e progetti reali concreti, da attuare e perseguire.
I mali e i rimedi del nostro Paese sono palesi, evidenti, alla portata di tutti, pertanto di task force con esperti che chiedono la deresponsabilizzazione del loro operare, se ne potrebbe anche fare a meno.
La responsabilità è quella nobile regola che costituisce il fondamento di una società civile, che in tale inalienabile prerogativa si riconosce.
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Credit immagine : “Hibiscus” Olio su tela 200×200 di Daniela Padelli

Le Istituzioni Nazionali, quelle Regionali e Comunali, quanto le Organizzazioni di Categoria e tutti noi, ognuno nelle proprie realtà e nelle rispettive competenze, dovremmo prendere sempre maggiore consapevolezza che, l’Italia quella che volutamente e maldestramente è stata voluta frazionata, disgiunta, scollegata, è in realtà unica e indivisibile. Una preziosa entità che deve divenire sempre più coesa e nella sua interezza comunicata al mondo, in modo coordinato, diffuso e continuativo.
Se continueremo in ordine sparso a perseguire piccoli obiettivi personali, magari in esasperata concorrenza fra noi, fra le varie realtà locali, regionali e nazionali, non andremo mai da nessuna parte.
Questo è “Il Tempo della Costruzione”
che appartiene a chi trasforma l’immane difficoltà, in opportunità.
Il Tempo di chi ha voglia di fare e non si ferma.
Il Tempo di chi ha voglia di innovare e creare progetti.
È il Tempo per il “Nuovo Rinascimento Italiano”. Italia&friends, espressione operativa e comunicativa della Associazione di Promozione Sociale Assaggia l’Italia ApS, ha come principio guida la comunicazione paritetica delle 20 Regioni d’Italia, tutte egualmente ricche di tali straordinarietà da renderle uniche ed inimitabili.
Noi di Italia&friends c’eravamo, ci siamo e continueremo ad esserci domani, perché l’Italia merita di essere conosciuta nel mondo, per quanto realmente vale e quanto veramente merita.
Facciamo fiorire l’Hibiscus che è in ognuno di noi, dipingiamo il nostro futuro, su quella meravigliosa tela che è la nostra straordinaria Italia
Riccardo Rescio
Presidente Assaggia l’Italia ApS
Associazione di Promozione Sociale #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #nessundorma

Forse l’ennesimo convivium di Saggi, riuniti nell’ultimo conclave convocato ad hoc, per sottoscrivere il documento risolutivo della crisi del momento, ci darà la soluzione. Purtroppo la pregressa esperienza ci dice che anche questo lavoro sarà destinato a restare una preziosa pubblicazione da inserire nelle prestigiose, personali, biblioteche di coloro che hanno fatto parte della Task force.  Un gruppo di lavoro, a cui viene affidato un preciso incarico, delimitato nel tempo e circoscritto nell’ambito. Un team che dovrebbe riunire un esiguo numero di esperti operativi e non una pletora di teorizzatori del senso che non c’è. Ricordando a tal proposito un vecchio postulato che recita “Chi sa fa, chi non sa insegna”. L’Italia ha necessità e bisogno di una radicale revisione e di una completa eliminazione dei lacci e lacciuoli, degli orpelli e degli impedimenti che ne hanno frenato il naturale sviluppo. Tutte problematiche già da tempo conosciute, identificate e palesate. Un insieme di normative, procedure e prassi consolidate che assurgono a forma di legge, il cui unico merito è stato quello di aver moltiplicato all’infinito i momenti decisionali, con la conseguente impossibilità di dare seguito e applicabilità al senso di Responsabilità. Responsabilità, straordinario concetto, mai divenuto regola, che costituisce il postulato di un corretto fare, modello comportamentale di cui ognuno di noi dovrebbe essere dotato. Questa meravigliosa parola, che tutti enunciamo, proclamiamo, sbandieriamo, nell’assunzione di un pubblico o privato incarico è quel termine in cui ci compenetriamo, compiacendoci e permeandoci del suo valore, ostentandone il peso e il senso, sempre solo unicamente a parole, poiché tutti noi, investiti di piccoli o grandi poteri, derivanti da incarichi spontaneamente assunti o a cui siamo stati delegati, cerchiamo in ogni modo di non rispondere mai delle nostre incapacità e incompetenze. Le problematiche del nostro Paese sono palesi, almeno quanto le soluzioni, conosciamo le une e le altre, ma purtroppo continuiamo tutti a enunciare cause, a constatare gli effetti, a ipotizzare soluzioni, senza mai dare effettivo seguito ad un progetto reale concreto.  Continuiamo tutti imperterriti a perseverare, nel nostro personale fare, nella assoluta interiore convinzione, che è solo il nostro orticello che dobbiamo difendere fino alla morte. Tutti d’accordo sulla necessità di cambiare, migliorare, organizzare, ma tirandoci sempre fuori poichè è sempre l’altro, l’Istituzione, locale o Nazionale che deve compiere il primo passo. L’Italia è un grande Paese che ha visto, vede e vedrà geni in tutti i campi e settori, dall’Arte alla Scienza, dalla Cultura allo Spettacolo, che ha dato al mondo la possibilità di progredire e che ha contribuito alla evoluzione universale, ma non da l’opportunità di concretizzare il proprio estro ai geni di casa.

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Nella foto: Franco Ferruzzi a sinistra e Giacomo Rullo a destra, il cuoco del Relais Villa Roncuzzi

Tra i fornitori del Relais Villa Roncuzzi c’è l’Azienda Ferruzzi Uova di Russi. Il titolare è Franco Ferruzzi, un ragazzino di 83 anni, una “persona speciale” che io considero un «bene culturale vivente» della Romagna. Il motto di sua creazione per la sua azienda: Rapidità, Organizzazione, entusiasmo.
Qualche mese fa, durante una consegna, con il viso sorridente che lo contraddistingue, mi esprime la sua soddisfazione per un episodio occorsogli la mattina e mi consegna tutto emozionato una email che trascrivo: «Buongiorno, sono Daniele Rosati, questa mattina viaggiavo sulla Romea all’altezza del centro commerciale Le Valli di Comacchio e mi trovavo dietro ad un vostro furgone. Sono rimasto colpito positivamente dal motto che è scritto sul furgone: “dal 1973 rapidità, organizzazione, entusiasmo”
Vi faccio i miei complimenti perchè con tre semplici parole riuscite a trasmettere un’immagine positiva della vostra Azienda anche a me che guidavo sopraffatto dai pensieri del lavoro”. Avete trasformato una giornata grigia in una giornata piena di entusiasmo» Sì, Franco Ferruzzi è il simbolo della Romagna, terra di sentimento, di passione, di solidarietà, dal grande cuore. Una grande ricchezza della mia Terra, della nostra Italia. Un bene culturale vivente perché è riuscito a dare un significato nuovo alle parole “tradizione”, “innovazione”, “qualità” attraverso il suo lavoro, il suo modo di operare, la sua storia personale, il suo mestiere, la sua vita, i luoghi, la memoria e la sua idea personale di futuro.
Il mio pensiero richiama il libro “L’Italia Fatta a mano. Beni Culturali Viventi”
di Davide Rampello per i tipi di Hoepli – La Grande Libreria Online
che dialoga con Antonio Carnevale
«Sarebbe un errore pensare ai beni culturali soltanto in termini di oggetti d’arte. Beni culturali non sono solo la pittura, la scultura e l’architettura che secoli di storia ci hanno lasciato in eredità e che si aggiungono alle creazioni di artisti del presente. Esiste un altro patrimonio, meno conosciuto e meno valorizzato, che merita questa definizione, ed è il lavoro manuale dell’uomo: quell’insieme di attività che ha trasformato il territorio in frutti dell’agricoltura e in risultati dell’allevamento; che ha fatto rivivere i materiali in prodotti dell’artigianato; che ha saputo coniugare la tradizione con l’innovazione, attraverso i secoli, fino a oggi. L’Italia è anche questo. E forse l’Italia dei beni culturali è oggi soprattutto questo, visto che il nostro Paese ha ceduto il primato della creatività artistica ormai da qualche secolo, mentre le tradizioni dell’Italia “fatta a mano” hanno saputo rivivere attraverso le generazioni, assegnando al nostro Paese una reputazione planetaria legata al saper fare, alla qualità dei prodotti, alla loro unicità e rarità…

Patrizia Poggi Proprietaria Realis Villa Roncuzzi, Console Onorario della Rappresentanza Diplomatica di Italia&friends https://www.villaroncuzzi.it/

Russi Ravenna Emilia Romagna

 

Il Vincitore prende tutto
“Non voglio parlare delle cose che abbiamo passato sebbene mi ferisca.
Adesso è storia, ho giocato tutte le mie carte
ed è quello che hai fatto anche tu, non c’è più niente da dire, non c’è più alcun asso da giocare, il vincitore prende tutto, il perdente si sente piccolo accanto alla vittoria.
Questo è il suo destino, ero tra le tue braccia
pensando di appartenerci, credevo avesse un senso, costruirmi un recinto, costruirmi una casa, pensando di essere al sicuro.
Ma sono stata una pazza a giocare rispettando le regole gli Dei tirano i dadi, le loro menti sono fredde come il ghiaccio e c’è qualcuno qui che perde qualcuno a lui molto caro. Il vincitore prende tutto, il perdente deve cadere.
E’ semplice ed è chiaro, perché dovrei lamentarmi?
Ma dimmi, lei ti bacia come ero solita fare io?
Senti la stessa cosa quando lei ti chiama per nome?
Da qualche parte nel profondo devi sapere che mi mancherai.
Ma cosa posso dire le regole vanno rispettate, i giudici decideranno.
Quelli come me sopportano
Gli spettatori dello spettacolo restano in platea a guardare, il gioco continua. Un amante o un amico, una cosa grande o una cosa piccola,
il vincitore prende tutto.
Non voglio parlarne se questo ti rende triste e capisco che tu sia venuto a stringermi la mano, ti chiedo scusa se ti fa stare male vedermi, così tesa e sfiduciata, ma vedi… Il vincitore prende tutto”
Abba – The winner takes it all
Traduzione testo :
https://www.angolotesti.it/traduzioni/A/traduzione_testo_canzone_tradotto_the_winner_takes_it_all_abba_3807.html

Credit immagine : “tsunami” di Daniela Padelli

Sembra tutto così assurdo, inconcepibile, illogicamente inaccettabile, eppure trova pretesto, giustificazione, consenso. Tutto e il contrario di tutto, spesso nel medesimo momento, ottiene spazio, il linguaggio si fa più persuasivo, sofisticato, non nella sua forma estetica, ma nella sottile capacità di far credere per vero, ciò che vero non è, per fare accettare ciò che sarebbe inaccettabile, per ottenere quel consenso, che senza quel modo evanescente di dire, sarebbe impossibile ricevere. Parole che sedano, tranquillizzato, anestetizzano, per dare al demiurgo di turno la possibilità di poter operare senza avere un paziente che si agiti e urli per il dolore, reazioni ovviamente legittime data la situazione, ma che disturberebbero il suo fare. La sofisticazione terminologica raggiunge il suo diapason, non è più necessario dire ciò che realmente è, ma solo ciò che tutti noi desideriamo ascoltare. Non è forse il “tutto a tutti e subito”, ciò che vogliamo assicurarci, e sopratutto che intendiamo averlo senza condizioni, senza offrire alcuna contropartita in cambio. L’assunto è accaparrarci di ciò che riteniamo un diritto non scritto, ma assodato, inalienabile, in quella distorta visione sociale che non prevede doveri e che ci ha portato a ritenere come giusto postulato di vita il solo avere, senza mai dare alcunché. Un paradosso in termini e atteggiamenti che ci porterà come ignari pazienti a chiedere addirittura di essere sedati per affrontare una operazione di cui non abbiamo assolutamente bisogno, conviti che ciò che affronteremo sarà risolutivo di ciò che in realtà non abbiamo. Lasciando del tutto inalterato il problema di fondo, senza mai affrontarlo per risolverlo. L’effetto placebo si sublima, raggiunge l’apoteosi, supera sé stesso, nella fiera delle vanità il demiurgo, il profeta del terzo millennio, il nuovo re dei Ciechi, la ricompattata etnia che, senza avere caratteristiche somatiche distintive, accomuna buona parte della popolazione, quell’insieme eterogeneo di individui, che pur vedendo non vedono e non sentono, ma che nonostante ciò parlano, applaudono, acconsento e contribuiscono a far assurge a dispensatore di miracoli, l’uomo che della vanità fa virtù e della assurdità fa prassi. Il già accaduto si ripete, ma l’uomo non impara, la Storia insegna, ma purtroppo non a tutti in egual misura.

#sistemaitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost

Riccardo Rescio Presidente Assaggia l’Italia ApS Associazione di Promozione Sociale

“Le emozioni sono tatuaggi dell’anima” di Riccardo Rescio

Credit immagine : “Spirito frattale” di Daniela Padelli

Il Tempo passa, come è giusto che sia, i ricordi a volte sfumano, le emozioni invece restano forti, nitide, indelebili. I ricordi sono pensieri conservati nella mente, le emozioni sono tatuaggi impressi nell’anima. I ricordi si possono dimenticare, le emozioni tatuate non si possono cancellare, sono segni permanenti, è impossibile definirne la grandezza e il peso, sono fuori da ogni sistema di misurazione, ma a differenza dei ricordi, non è certo il tempo a sminuire l’intensità.

Credit immagine “Paradossi cromatici” olio su tela di Daniela Padelli

Non vi è realtà concreta, tangibile, semplice o complessa che possa essere, che non sia stata lungamente sognata, agognata e quando palesata, non sia stata derisa, ostacolata, intralciata. Diffidate di chi vi dice che il vostro sogno è ambizionso, vi sta solo educatamente dicendo che siete fuori di testa, dubitate di chi vi dice che di sogni non si vive, sospettate di chi si propone di supportarvi, solo anteponento il proprio compenso, a prescindere dalla possibile realizzabilità del vostro sogno. Seguite con determinazione la vostra visione, per non dovervi rammaricare un giorno per non averla perseguita, perché sono i sogni che regalano alla nostra vita un senso. È dai sogni che viene giù tutto, ogni opera d’Arte, in qualsiasi forma o modo si possa manifestare, è stata prima lungamente sognata e poi con forte determinazione realizzata, così come la produzione, l’innovazione e tutto ciò che è frutto della fantasia, dell’ingegno e della creatività, sono sempre la risultante di un sogno. Coltivate la vostra aspirazione, perché è questa l’opportunità da cogliere per non dover subire la vita, ma per poter essere artefici della propria. Chi dell’opportunismo mercantile, ne fa unico scopo della propria prassi, sicuramente si accontenta di accumulare briciole, volutamente ignari o incapaci di contribuire ad impastare quel pane necessario per sfamare tanti. L’evoluzione, il progresso, la ricerca, che fa muovere il mondo, è possibile solo grazie ai sogni dei folli, spesso derisi, osteggiati, a volte emarginati. I più realisti del re, i pragmatici di tutti i tempi, forse non ricordano o anche in questo caso volutame ignorano che, “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida visionaria follia” Erasmo da Rotterdam. Comunque visto che vi è ancora spazio per tutti e per le rispettive idee di tutti, ai pragmatici, per ciò che riguarda i sogni e i sognatori, potremmo dire “Dica pur chi mal dir vuole, noi faremo e voi direte” Lorenzo il Magnifico. “Non amo fare citazioni, ma se contestualizzate non divengono ostentazioni gratuite, ma pretesti avvalorativi di personali considerazioni” I Sogni sono paradossi cromatici, che divengono, colore, forma, disegno del proprio profondo sentire.

https://italiaefriends.wordpress.com/2019/04/09/i-sogni/

Noi di Italia&friends abbiamo un sogno, quello di promuovere il nostro Paese nel mondo, per quanto veramente vale e per quanto realmente merita, lo vogliamo realizzare con il supporto di chi ha la stessa nostra voglia di sognare, progettare e realizzare.

Riccardo Rescio

Presidente Assaggia l’Italia ApS Associazione di Promozione Sociale #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza

Credit immagine “Stati emotivi” Acquerello Strappato di Daniela Padelli

Ultimamente sono un po’ in crisi, perché sento vacillare i capisaldi del mio abituale fare, la priorità e gli obiettivi, che da sempre sono alla base del del mio intendere, del mio fare, del mio programmare, non hanno più quel ruolo prevaricante su tutto e su tutti di un tempo.
Ma evidentemente, come ovvio e scontato, ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria, così altrettanto risaputo è che ogni azione abbia un costo, purtroppo non sempre adeguato al valore dell’azione stessa. Io ho sempre pagato un costo altissimo per ogni mia scelta, ne ero e ne sono consapevole, ma non posso essere più severo e inflessibile con me stesso di quanto lo sia stato e lo sia tuttora. A volte alcuni miei atteggiamenti, lasciano trasparire stati d’animo, forse ancora in fase inconscia, di cui devo ancora io stesso capacitarmi e facendomelo sempre più spesso notare, questa mia inconsapevolezza, mi rendo conto di quanto sia difficile starmi accanto e di quanto sia altrettanto difficile porre un rimedio a una situazione di cui non ho immediata consapevolezza. Diverso è il discorso è per gli obiettivi e le priorità, ne sto prendendo coscienza, sopratutto tu mi stai facendo notare che, obiettivi e priorità non sono valori assoluti, importanti si, ma non determinanti, poiché non è sempre indispensabile prendere l’autostrada per raggiungere il posto prescelto, se non è necessario raggiungerlo nel più breve tempo possibile, ci si può arrivare anche con le strade normali, con più calma e rilassatezza, se non si ha particolare fretta. Chissà se è veramente importante fare, ciò che ci siamo prefissi di fare, nel più breve tempo possibile, oppue se il tempo non essendo la determinante necessaria per raggiungere tali obiettivi diviene solo una delle variabile che concorrono a raggiungere gli obiettivi prefissati. Il punto della questione è o dovrebbe essere la capacita’ di saper riconoscere ogni volta se ciò che vorremmo fare o vorremmo far fare a gli altri risponde ai reali requisiti di necessità. Chissà quale fra i due postulati di vita, come l’obiettivo da raggiungere o l’amore da dare e da ricevere, dovremmo saper scegliere con certezza, visto che essendo tra loro antitetici uno esclude irrimediabilmente l’altro. Cosa sarebbe veramente saggio imparare ad acquisire tra la capacità di razionalizzare sempre e comunque tutto e il predisporsi più semplicemente sviluppare e affinare, sempre in maggior misura, la capacità di percepire e comunicare affetto. Forse la risposta sta nel capire quale valore vogliamo dare alla nostra stessa esisteza, forse per qualcuno di noi è più importante essere, per altri è determinante invece avere, per dare un senso al proprio tutto, io che ho avuto ciò che ho desiderato, ora vorrei solo essere capace di salvaguardare, tutelare, proteggere ed incrementare l’unico vero valore vero e assoluto della vita, l’amore.

                                                                                                                                                                                             Firenze 2008

Siamo un popolo di poeti, navigatori, e quanto altro si voglia attribuire ad una popolazione che per troppo tempo si è illusa che la nostra Storia, tanto ostentata e poco conosciuta, avrebbe costituito per noi e per sempre una condizione di superiorità su tutti e su tutto. Se invece di ostentarla continuamente, questa nostra Storia, la avessimo studiata in modo non disgiunto dalla storia di tutte le altre popolazioni, ci accorgeremmo che esiste una interconnessione cosi forte tra la nostra storia e quella del resto del mondo, da vanificare ogni particolarismo nazionale, utile solo ad incrementare odio fra i popoli. Noi non siamo migliori di altri, dobbiamo fare ancora molta strada per diventare un paese moderno, efficiente, preparato e pronto ad affrontare le sfide e le emergenze del nostro tempo. Per prepararci a fare tutto ciò abbiamo bisogno di una governo che governi, che metta mano finalmente a tutte quelle riforme strutturali, come la scuola, le infrastrutture, la pubblica amministrazione, la giustizia, ormai indispensabili e non più procrastinabili. Per fortuna e con grande meraviglia mi sto rendendo conto che questo nostro popolo di poeti navigatori ecc, ecc, ne sta prendendo coscienza, anche a causa della negativa congiuntura che stiamo attraversando. La consapevolezza della fine dell’era del solo avere prende sempre più consistenza e lentamente ci rendiamo conto che il tempo dei diritti assoluti è inesorabilmente finito e che questi non si potranno e non si dovranno più anteporre ai doveri che, in egual misura, ognuno di noi è tenuto ad assumersi nei confronti di se stesso e della comunità. Forse ci stiamo finalmente scrollando di dosso la retorica storiella di quanto siamo stati grandi, per assumere la più reale consapevolezza che, per tornare ad essere grandi, dobbiamo fare e non raccontare. Firenze 21 settembre 2008 #sistemaitalia #tuttoilbelloeilbuonochece

“Lanterne Rosse” Acquerello Strappato di Daniela Padelli

Se solo fossi capace di esternare, raccontare, trascrivere, imprimere, le emozioni provate, con la stessa intensità vissuta nel momento in cui gli stimoli, le situazioni, le cause, le hanno determinate, mi sentirei sicuramente più appagato, più tranquillo. Questa capacità mi darebbe la possibilità di rivivere e di fare vivere, quelle personali emozioni, in modo reale e tangibile anche a chi non le ha ancora provate. Se avessi questa capacità potrei creare un album delle sensazioni vissute, da poter sfogliare e da far sfogliare ogniqualvolta ne sentissi il bisogno, ne avvertissi la necessità. Un album vero e proprio, da tenere sempre a portata di mano, sovrapponibile a quello che comunque mi porto dentro. Vorrei possedere la stessa maestria di un musicista, di un pittore, di un poeta, di uno scultore, che permette loro di esprimere quella unicità, che gli rende ineguagliabili. Ineguagliabili e non replicabili, come le loro stesse opere, poiché una musica, la stessa identica musica, ogni volta che viene suonata è diversa da quella eseguita precedentemente, ogni esecutore poi le imprime piccole o grandi variazioni che sono la materializzazioni del proprio sentire, del proprio essere, del proprio emozionarsi, anche a quella stessa musica. Un pittore, con i suoi pennelli o uno scultore con i suoi scalpelli, traspone su tela o sulla pietra ciò che sente dentro prepotentemente in un determinato momento e che ha bisogno di esternare. Uno scrittore, un poeta, con la propria capacità di trasformare in racconti, in versi o in rime il proprio personale sentire, trascrive le emozioni vissute o quelle che vorrebbe vivere. L’eloquenza di un oratore, lascia sempre trasparire consapevolmente o meno il proprio sentire, il proprio essere. Tutti noi, che artisti non siamo, siamo altrettanto unici e ineguagliabili, ma purtroppo molto simili nella incapacità di esternare il nostro io più profondo. Vorrei avere la possibilità di esternare ogni piccola sollecitazione, che provoca in me una qualsiasi reazione, che mi stimola, che mi gratifica, che mi fa soffrire, che mi irrita o che mi tranquillizza. Vorrei esser capace di evidenziare le cause e fissare gli effetti di ciò che accade, vorrei esser capace di trasfondere i rimedi, quando questi hanno effettivamente sortito l’effetto giusto, o partecipare l’impossibilità di trovarne di giusti e adeguati, vorrei esser capace di far comprendere quanto sia importante rimuovere gli ostacoli e le difficoltà che si frappongono alla reciproca conoscenza. Vorrei condividere la mia esperienza, il mio vissuto con tutti e da tutti apprendere ciò che ancora non so. Vorrei insomma poter essere capace di adoperare quello strumento, qualunque esso sia, che mi consentisse a pieno di comunicare e di comprendere il mondo che mi circonda.

Olomouc 7 giugno 2011

Il tempo delle opportunità, è quello che stiamo vivendo, non sprechiamolo subendolo, ma utilizziamolo per tirare fuori tutte quelle peculiarità intrinseche, che da sempre possediamo e che ci hanno fatto conoscere ed apprezzare nel mondo. Tutti noi dobbiamo contribuire a far conoscere ancora più e meglio il nostro Paese in ogni dove, ma per farlo è necessario che si abbia la reale consapevolezza dell’immenso patrimonio che insiste nelle Terre Uniche delle 20 Regioni d’Italia. Le nostre Aziende, le nostre tante iniziative, la forza delle nostre Donne, che guidano le attività imprenditoriali, quelle sociali e quelle di Promozione delle Valenze Territoriali fanno parte integrante e sostanziale di questo patrimonio, ora più che mai devono essere supportate, non solo con parole di conforto, ma con gesti concreti, conoscerle e comunicarle è un gesto concreto. Questa è la nostra mission, lo abbiamo fatto e continueremo in futuro a far conoscere al mondo tutto il Bello e il Buono che abbiamo. Lo abbiamo fatto, lo facciamo e lo faremo attraverso il volontario contributo dei Membri della Rappresenta Diplomatica dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends. Lo possiamo fare, lo dobbiamo fare. #tuttoilbelloeilbuonochece #sistemaitalia #comunichiamoalmondolitalia https://www.linkedin.com/posts/activity-6655837436121358336-d6rY

“Le Marmitte dei Giganti” di Daniela Padelli

In questo particolare momento è necessario un radicale cambio di prospettiva, per poter realizzare quei cambiamenti necessari a dare continuità al nostro Sapere e alle nostre Valenze.
La Cultura, l’Arte, il Territorio e le mille altre peculiarità, che caratterizzano e identificano le Terre Uniche delle nostre 20 straordinarie Regioni, hanno necessità di essere conosciute nel mondo, nella loro interezza e straordinaria varietà, diamoci da fare perché è su tutto questo che dobbiamo puntare ora e sempre.
Nel Tempo della Consapevolezza, diveniamo attori di questo momento che precede la ripresa, diamo spazio alle doti insite nel nostro DNA, la capacità e voglia di fare, che ci hanno resi famosi nel mondo.
Prepariamoci perché quando ci sarà il via, dovremo tutti essere pronti, con idee e progetti, per affrontare il cambiamento, poiché tutto scorre “Niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma” e noi dobbiamo essere artefici del cambiamento. Lo possiamo fare, lo dobbiamo, per noi, i nostri figli, per l’Italia.
#tuttoilbelloeilbuonochece #bastaunpost #sistemaitalia #celafaremo

Partiamo dal dare un Sistema al nostro Paese, prendiamola come fissa, se non siamo capaci di farla divenire una travolgente passione, quella di creare, stimolare, il “Sistema Italia”, che è il modo di intendere l’organizzazione moderna dell’Italia del 3°millennio.
Le passioni, qualsiasi esse siano, hanno un costo emotivo altissimo, ma danno un senso all’anima. Le fisse, se finalizzate ad un obiettivo, possono avere anche un ritorno per il benessere del corpo.
La fissa per dare un Sistema, ha un ritorno altissimo per ognuno di noi e per l’intera comunità.
Passione o fissa che sia, questo è il tempo della consapevolezza, allora nessun dorma, perché al risveglio non ci sarà nessuno che porterà la colazione a letto.
Riccardo Rescio
Presidente Assaggia l’Italia ApS
Associazione di Promozione Sociale
#nessundorma #sistemaitalia #comunichiamoalmondolitalia #tuttoilbelloeilbuonochece

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