“Il Giardino degli affetti” di Alan Oisrak

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Rifletto spesso sul tempo che non c’è più, ma non è certamente il suo definitivo passare a rattristarmi, piuttosto provo molto rammarico per il rarefarsi di quelle emozioni che tanto percepivo intorno a me, quelle grandi tensioni emotive sempre tangibili, pronte a confermare continuamente che tutto ciò che provavo e sentivo per i miei affetti più cari erano da loro fortemente ricambiate.

Sono amareggiato perché sono da sempre convinto che il tempo non può che rafforzare, fortificare, consolidare l’amore vero, come può far altrettanto far diluire, rarefare, annullare quello fasullo, quello di circostanza, quello di interesse.

Allora mi domando che razza di amore è mai quello di chi non senti più emotivamente accanto a te, quello di chi non soffre più dei tuoi dolori e non gioisce più delle tue gioie.

Che razza di amore e un amore non partecipato, un amore che manca al quotidiano appello dei sentimenti, un amore che non ti dà ansia, pathos per una mancata notizia.

Che razza di amore è quello che non stimola più il desiderio di un contatto fisico, di abbraccio, di una stretta di mano o di una occhiata di intesa.

Che razza di amore è mai quell’amore che trova pretesto e giustificazione al mancato pensare, soffrire, gioire per quello stesso amore.

Che razza di amore è l’amore che permette all’indifferenza di crescere come erba malefica nel giardino degli affetti che solo tu sei tenuto a curare.

Non ci sono cause, non ci sono scuse che permettano o addirittura giustifichino il lento finire di un amore vero.

L’amore vero, come è quello di una mamma per il proprio figlio, l’amore dei figli per i propri genitori, non si potrà mai esaurire con il tempo, come non si dovrebbe esaurire l’amore per i fratelli con cui si è condiviso parte di quel tempo che non c’è più e con quel tempo tutte le meravigliose sensazioni che ti facevano sentire amato e ricambiato di quell’amore vero, concreto, tangibile che tu stesso provavi e che in cuor tuo tanto speravi non dovesse finire mai.

Quello stesso, ma incrementato, amore che prepotentemente continuo a provare, quello stesso amore che mi fa star male o che mi fa gioire, quell’amore senza il quale la mia stessa vita non avrebbe motivo di continuare.

Olomouc Repubblica Ceca
15 dicembre 2010

#tuttoilbelloeilbuonochece #alcentrodellabellezza

Credito immagine : https://www.google.com/amp/s/www.giardinaggio.it/amp/giardino/crea-giardino/giardini-fioriti.asp

Una risposta a "“Il Giardino degli affetti” di Alan Oisrak"

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  1. Amore è solo un vocabolo
    Io lo penso come uno scrigno che può racchiudere tesori o essere semplicemente un contenitore vuoto. L’Amore è azione quotidiana ,è coraggio di superare le proprie fragilità, è consapevolezza del proprio e dell’altrui valore , è rispetto Ci sono tanti aspetti della vita che noi definiamo con un un unica parola: amore. Idealizzare l’amore e non avere la forza di agirlo nel quotidiano e non riuscire a superare gli inevitabili momenti di stanchezza che anche l’amore di una madre o un di un padre presentano nei riguardi della creatura che hanno generato, significa non avere la chiave dello scrigno e non riuscire ad apprezzare tutte le pietre preziose che contiene cercando magari solo i diamanti e non vedere che ci sono anche smeraldi rubini e persino metalli
    Significa rimanere ancorati all’idea di amore ma non capire che è solo un vocabolo

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