“Evoluzione” di Riccardo Rescio

I&f Arte Cultura Attualità “Evoluzione” di Riccardo Rescio Credito immagine : https://www.preistoriaonline.it/lastronomia-nel-paleolitico-superiore

Per decine di secoli abbiamo avuto la presunzione di credere di essere, come terra, il centro dell’universo, poi lentamente abbiamo incominciato a dubitare di tali certezze e più aumentavano le conoscenze più tali certezze vacillavano, si sgretolavano, si frantumavano.
Con la sempre maggiore consapevolezza di un universo estremamente complesso e infinito l’idea che la nostra piccola terra possa essere mai stata centro di qualcosa si ridicolizza, scompare definitivamente.
Credenze, superstizioni, fedi, la cui origine è difficile stabilire con certezza, che da individuali diventano collettive, da partecipative spesso si trasformano in coercitive.
Quanto il comune sentire abbia realmente origine dalle singole personalità, dalla individuale sensibilità, dalla istintiva spontaneità e quanto invece sia da attribuire al reciproco, vicendevole condizionamento, è realmente impossibile da stabilire, senza tralasciare poi l’aspetto più inquietante costituito dall’induzione più o meno costrittiva di idee, fatti, credi, da parte di chi ha fatto del proprio volere un forte potere per condizionare l’altrui libero arbitrio. Come abbiano avuto origine le credenze popolari, che si perdono nella notte dei tempi, non possiamo al momento sapere, anche se sappiamo benissimo come da superstizioni si siano trasformate progressivamente in vere e proprie fedi.
Un giorno, di un prossimo futuro, sofisticati strumenti antropologici potranno stabilire cosa sia realmente avvenuto nella mente degli uomini primitivi allo stato di natura, quando hanno iniziato a socializzare tra loro, cosa abbia permesso ad un primo gruppo familiare di confrontarsi con un altro gruppo familiare e socializzare tra loro.
Quale sarà stata la prima reazione, la prima emozione provata, cosa sarà prevalso tra la paura o la perplessità, tra il terrore o il piacere, quale sarà stato il sentire comune di quei nuclei familiari prima di confrontarsi e cosa abbiano poi successivamente elaborato tutti insieme.
Perché in quei primordi, nel perenne confronto tra le necessità personali e quelle del gruppo, nella supposta condizione di pariteticità tra gli esseri, si sarà innescato un meccanismo gerarchico di potere verticale invece di uno sviluppo orizzontale delle capacità individuali di autodeterminarsi.
Quale sarà mai il gene mancante nella mente dell’uomo che lo costringe perennemente ad essere capo o subalterno, carnefice o vittima, soprafattore o soprafatto e a volte tutto questo e tutto insieme concentrati in una sola persona.
Fasi, circostanze, contesti, in cui ci si viene a trovare, fasi e situazioni che si alternano e si ripetono continuamente in modo perpetuo dentro e fuori di noi.
Milioni di anni, miliardi di piccoli cambiamenti che ci hanno fatto cambiare, ci hanno resi diversi, ci hanno permesso di camminare in modo eretto, ci hanno permesso di elaborare linguaggi comuni, hanno permesso al nostro cervello di sviluppare sempre maggiori potenzialità, acquisire e incrementare conoscenze, ma di non modificare in alcun modo la necessità o il bisogno di prevaricare o di soggiogare l’altro. Chissà mai perché il gene della pariteticità, che dovrebbe aiutarci a comprendere le nostre diversità non ha in questi millenni avuto la possibilità di progredire, perché mai l’unica cosa che ci accomuna veramente tutti, il nostro essere irripetibili, non trova rispetto e considerazione da parte dei nostri simili, perché mai è la presunzione di essere sempre e comunque noi il centro del mondo, il centro dell’universo, gli unici detentori del verbo ad avere il sopravvento.
Perché ci deve essere qualcuno che è convinto di avere i presupposti per essere migliore, superiore agli altri, perché ci deve essere qualcuno che è certo che il proprio credo, la propria religione, possa o debba essere migliore o superiore ad un’altra fede, perché mai si debba arrivare ad uccidere chi non ha la nostra stessa credenza e soprattutto farlo in nome di quel Dio che dice di rispettare.
Nel tempo l’uomo, nel rapportarsi all’universo, ha iniziato a prendere coscienza della propria reale dimensione, si è reso conto della propria pochezza, mentre ancora nulla è stato capace di fare per rapportarsi a se stesso, al microuniverso che ha dentro e contemporaneamente a quell’immenso universo fatto dal resto dell’umanità che lo circonda. Saranno proprio le future conoscenze a dare le risposte necessarie a poter riconsiderare il tutto, a fare in modo che solo la parte migliore dell’essere umano abbia a svilupparsi, affinché con il tempo l’uomo possa certamente divenire diverso da quello che è stato ed è al momento.

Olomouc Repubblica Ceca

25 gennaio 2011

#ierioggidomani

Pubblicato da Italia&friends Arte Cultura Attualità di un Paese straordinario chiamato Italia

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