“I bunker dell’anima” di Riccardo Rescio

Bunker, non vi è altra parola più tragicamente evocativa utile a rendere chiara quella condizione di paura, terrore, disagio, angoscia, speranza, che la guerra e lo stesso pericolo di una sua possibile reiterazione, comporta nelle persone che l’hanno vissuta, sentita raccontare, studiata o solo rappresentata nei film. Infatti il bunker è una fortificazione militare difensiva e offensiva, un complesso di costruzioni, anche ipogee, che possono comprendere più locali. Sono diverse le tipologie di rifugi a cui attribuiamo solitamente il nome di bunker, adatti o adattabili ad ogni tipo di esigenza, bunker difensivi, offensivi, protettivi, personali, industriali, di stoccaggio. Quindi i bunker sono i rifugi per antonomasia, dalla guerra al malaffare, dalla protezione all’occultazione, dalla offesa alla difesa, ma dalle tante tipologie fisiche non dobbiamo escludere i bunker dell’anima, quelli che costruiamo dentro di noi, per difenderci, offendere, o semplicemente per isolarci dal mondo che ci circonda. Mentre qualsiasi tipo di bunker, triste, malsano, angosciante, maleodorante, che poteva essere, dava al tempo quel minimo di speranza di salvezza, i bunker dell’anima sono solo dei buchi neri senza vie di uscita. Tante possono essere le cause, le condizioni, i pretesti che divengono stimoli, che ci possono spingere a superare la soglia del bunker dell’anima, anche i ricordi a volte, quando un periodo della nostra vita si chiude, possono divenirne la causa pressante, ma i ricordi non devono mai essere il pretesto, la giustificazione, la scappatoia, la via di fuga, lo scivolo verso quello che riteniamo possa divenire un rifugio sicuro dove nascondersi, per sfuggire alla nuova realtà che ci circonda, quel luogo non è altro che un buco nero pieno di vuoto, che tutto attrae e niente restituisce. I ricordi delle emozioni, delle situazioni e degli attimi vissuti, quali essi siano, al contrario sono il capitale che abbiamo saputo o voluto accumulare, costituiscono la necessaria riserva a cui ricorrere e attingere benessere ogni qualvolta se ne avverta il bisogno. I ricordi sono gli integratori dell’anima, da prendere con regolarità quotidiana, sono privi di controindicazioni, indispensabili vitamine che fanno bene e danno una grande forza, poiché contribuiscono a incrementare la ricchezza interiore, che poi altro non è se non il bene in assoluto più grande che si possa mai possedere. I ricordi non devono mai venir meno, non devono mai essere rimossi, poiché sono per ognuno di noi la prova tangibile e incontrovertibile della nostra stessa esistenza, la conferma di aver realmente vissuto il nostro tempo e per quanto possibile di esserne stati anche artefici. Questo 2020 non deve essere in alcun modo archiviato, tanto meno dimenticato. Per poter uscire dalla retorica regnante e da sempre condizionate del nostro vivere, dovremmo smettere di dimenticare, di cancellare e incominciare a ricordare, perché è solo il ricordo che crea consapevolezza del bene e del male fatto e ricevuto. Il 2020 deve restare monito, per trasformarsi in forte stimolo al necessario ed indispensabile cambiamento, alla diversa prospettiva, alla visione più consapevole della realtà. Il tempo va vissuto e non subito. Il tempo subito è solo quello che scorre lentamente durante la guerra, quando ogni attimo, ogni frazione di secondo, delle persone coinvolte, è dedicato alla ricerca della difficile, precaria, improbabile sopravvivenza. No, noi non siamo in guerra, non siamo in quella guerra che conosciamo, di cui abbiamo sentito parlare, che siamo abituati a vedere o solo ad immaginare, non lo siamo fortunatamente più dal 1945. Neppure in questo 2020 siamo in guerra, non si sentono sirene che avvertono incursioni aeree, non ci sono bombardamenti, non ci sono angusti e precari rifugi in cui ripararsi, non ci sono generi di prima necessità contingentati, non ci sono macerie da scavalcare, non ci sono truppe nemiche occupanti da fronteggiare, non ci sono rastrellamenti a cui sfuggire, non c’è assolutamente niente che possa paragonarsi ai quei tragici momenti che, le cronache giornalistiche, i libri di storia, o gli stessi raccontati di chi quei drammi gli ha vissuti, di chi la guerra vera, suo malgrado, l’ha subita, potranno mai dare la vera misura delle sofferenze personali e collettive patite. No, non siamo in guerra, anche se abbiamo purtroppo tanti, troppi caduti, colpiti a tradimento da questa tremenda pandemia, anche se i nostri ospedali sono stati vicini al collasso, anche se molti dei nostri operatori sanitari stanno pagando un tributo altissimo, questa maledetta pandemia non la possiamo e non la dobbiamo considerare guerra. Questa è, e resta una stramaledetta pandemia, uno dei tanti eventi che sciaguratamente si ripetono in modo ciclico, come i terremoti, le eruzioni, le alluvioni, i maremoti, tutte manifestazioni naturali che l’uomo avrebbe dovuto studiare con la massima attenzione sin dalla notte dei tempi, dedicandoli tutte le possibili risorse, che una atavica, distorta, concezione della vita, ha voluto fossero destinate alla sistematica e sempre più sofisticata distruzione di altri esseri umani. Non possiamo e non dobbiamo permetterci di evocare o accostare nomi e situazioni che nulla hanno a che vedere con le realtà delle cose, un simile fare non fa che esasperare gli animi, soffiando su di un fuoco che, nella migliore delle ipotesi, ci ustionera in modo importante, nella peggiore, ridurrà tutto in cenere. Non siamo in guerra non abbiamo bisogno di bunker, tanto meno siamo ricercati che devono nascondersi, non creiamo false esasperate situazioni per cui ognuno di noi si senta costretto a rifugiarsi nel bunker dell’anima.

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